di Aldo Amoretti – Consigliere Cnel
Nel suo merito l’”Accordo quadro riforma degli assetti contrattuali” del 22 gennaio è pessimo e non è detto che porti la pace e quel minimo di concordia che in molti si giudica necessaria per affrontare la crisi mondiale che si presenta. Anzi è probabile che porti ad un incattivimento delle relazioni già non buone.
Questo non assolve la Cgil dalla grande responsabilità per avere condotto la vicenda in modo da trovarsi nell’angolo a scegliere tra la sconfitta di firmare un accordo considerato negativo oppure la sconfitta costituita dall’accordo separato. Perché è chiaro che di sconfitta si tratta.
Nessuno può proiettare la moviola di quello che sarebbe successo con una gestione differente della storia come da taluni anche in Cgil era stato proposto ed è storia troppo lunga. E’ tuttavia sconcertante che non sia stata la Cgil a tenere in mano e ben alta la bandiera della contrattazione decentrata di secondo livello aziendale o territoriale.
Il risultato è che si è “limato” il Contratto nazionale senza neppure la contropartita di una valorizzazione del secondo livello. C’erano per la Cgil tutti i motivi per puntare sul secondo livello di contrattazione anche quale chiave per ricostruire un potere contrattuale che in questi anni si è indebolito. Come potesse sussistere un potere capace di esprimersi nei livelli nazionali senza fondarsi su forti relazioni nelle aziende e nei territori è un mistero che rimane da indagare.
Un referendum non ci sarà. Ciò nonostante il fatto che Cisl, Uil e Ugl proclamino di avere, tra i lavoratori attivi, oltre il doppio di iscritti della Cgil. Non ci sono mai stati referendum su accordi separati, ma soprattutto si torna a dividersi sulla questione democrazia e rappresentanza. E’ democrazia quella rappresentativa e di organizzazione; come è democrazia quella delle assemblee e dei referendum. In molte esperienze si sono trovate mediazioni accettabili che erano sempre sorrette da un minimo di concordia su obiettivi e contenuti.
Stavolta interviene la novità di un Governo che ha per obiettivo la divisione e la discordia combinato a gruppi di dirigenti sindacali che pensano di poter guadagnare (perlomeno ruolo e potere) da questa situazione.
La teoria è quella enunciata dal Libro Bianco dell’ottobre 2001, quello anche di Marco Biagi. Tra tante cose anche buone vi è enunciato che non si deve regolamentare per legge la rappresentanza degli attori negoziali “nel pieno rispetto della tradizione autoregolamentare delle parti sociali italiane ed in ossequio al principio di reciproco riconoscimento, consolidatosi ormai anche in sede comunitaria.” Cioè non sono i lavoratori a scegliere chi li rappresenta, ma i padroni a “riconoscere” chi li può e deve rappresentare. Per avere un test di come può funzionare questo sistema di riconoscimento rivedersi il film FIST nel quale Silvestre Stallone interpreta il capo dei camionisti americani.
Si annunciano regole nuove sull’esercizio del diritto di sciopero nei servizi. Sarebbe sorprendente che riesca a fare il molto chi non ha fin’ora dimostrato di saper fare il poco. Infatti non mi consta che siano mai state adottate sanzioni già previste dalle attuali leggi per coloro che le hanno violate.
Circola anche l’idea che sarebbe necessario un referendum per proclamare uno sciopero. Sono i medesimi che sostengono la impraticabilità del referendum per decidere su un contratto.
Con questo accordo si avranno contratti rinnovati puntualmente alla loro scadenza? Si avrà la pace sociale e il modello di relazioni partecipativo? Le categorie staranno al gioco di un governo generale da parte delle Confederazioni? Ne sarei sorpreso. Non ne vedo le premesse nella volontà degli stessi firmatari. Ce ne è poco perfino nella loro propaganda, salvo sbandierare la bilateralità come medicina risolutiva di tutti i mali.
Può anche darsi che la crisi costituisca un freno al manifestarsi del dissenso dei lavoratori. E del resto nei gruppi dirigenti delle organizzazioni è di fatto abolita ogni dialettica. Ma si può pensare che queste unanimità siano indice di salute piuttosto che spie della crisi del sindacalismo italiano?
























