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Home - Approfondimenti - Analisi - Riflessioni sulle responsabilità

Riflessioni sulle responsabilità

16 Febbraio 2007
in Analisi

di Savino Pezzotta, presidente Fondazione Ezio Tarantelli

In questi anni ci siamo purtroppo abituati a convivere con la violenza e il terrorismo; non è passato giorno che non si sia dovuto fare i conti con la violenza negli stadi, quella criminale, quella del terrorismo islamico fino a quella del condominio. La violenza è così penetrata nel nostro vivere quotidiano che non ci stupisce più. Cosi quando scopriamo che a Padova si riscoprono le Brigate Rosse pensiamo che basti ripetere le nostre vecchie litanie di condanna, indicare nel malessere sociale, nell’incertezza e nella precarietà il brodo di cultura di questi microbi letali. No!  Non è colpa delle situazioni se un gruppo di persone decide di prendere in mano le armi, di esercitarsi e di sparare c’è una responsabilità personale oggettiva che li colloca nell’ambito della criminalità. 
Ci angustiamo perché sono giovani, ma il vero problema è che vogliamo chiudere in fretta la partita, voltare pagina. Tanto domani le notizie saranno altre e tutti torneremo ad immergerci nel nostri tran tran. Il fatto vero è che con i giovani non parliamo più di politica, di impegno sociale, non siamo più in grado di comunicare  che nella vita non ci sono scappatoie  e che la fatica delle responsabilità  è necessaria. Ci riempiamo la bocca con parole come democrazia, libertà, cittadinanza, ma non educhiamo in questa direzione. Di fronte a questi fatti mi sento in dovere di chiedere al ministro dell’Istruzione di rendere obbligatorio lo studio – non solo la conoscenza – della Costituzione repubblicana, in ogni grado di scuola

Non sono alla ricerca delle complicità. In casi come questi la strumentalità politica dovrebbe cedere il passo alla riflessione e agli interrogativi. Né mi piace assistere alla ricerca di colpe sindacali. Vorrei che a tutti noi fosse chiaro che anche il sindacato, in circostanze di questo genere, è vittima. Ma proprio perché vittima gli tocca reagire con maggior vigore e rigore. Bisogna che si apra un dibattito vero sui luoghi di lavoro e dentro la società che affronti con decisione il nodo della violenza.


Vivo questi giorni con profonda amarezza, con angoscia e turbamento e mi rendo conto che le parole che si usano in queste circostanze non servono a molto. E’ doloroso trovarsi di fronte ad un anacronistico ripetere delle vecchie concettualizzazioni marxiste-leniniste, come se il mondo fosse rimasto a cinquant’anni fa e nulla sia cambiato. Perché, mi domando, permangono queste idee falsificate dalle storia, perché non insegniamo ai nostri ragazzi cosa hanno prodotto le ideologie, perché non raccontiamo gli orrori dei gulag, di Pol-Pot?


Il politicamente corretto sta corrompendo le nostre capacità critiche e inibisce la trasmissione di valori. Mi domando perché, in molte aree della politica e del sociale, il riformismo sia ancora considerato un qualche cosa di spurio, di formale, quasi una brutta parola e non un metodo per affrontare le questioni. Il riformismo si nutre d’ideali e di rispetto delle persone e conosce la durezza dell’impegno costante del cambiare e dell’adeguare. Quando non c’è chiarezza, quando non si ha una idea evolutiva della società e dei suoi cambiamenti e si continua a pensare secondo formule vecchie, si lascia spazio all’irrazionalità. Come mai i giuslavoristi riformisti sono diventati i nemici di classe? Perché non si spiega che senza di loro e il loro sangue, le tutele del lavoro sarebbero oggi più deboli? Troppe volte li abbiamo lasciati soli e abbiamo preferito la logica dei distinguo, delle sottolineature rispetto a quella più impegnativa del confronto serrato e dell’approfondimento delle idee e delle proposte. 


Non posso nemmeno dimenticare che i sindacalisti che si erano messi nella logica del contrattare e negoziare in autonomia si sono presi del venduto e i fischi nelle piazze. Si sa benissimo che a stare sulle piazze si prendono i fischi, per carità, non ci si lamenta per questo. Ma quando si giustificano in nome della libera espressione democratica, si è convinti di fare bene? Oppure non si dovrebbe avere il coraggio di affermare che il fischio è un gesto incivile e non democratico? Non lego i fischi al terrorismo, non sono così ingenuo e sprovveduto. Quello che voglio rimarcare è che se non assumiamo atteggiamenti di rigore democratico ci può essere qualcuno che irrazionalmente pensa che l’infiltrarsi possa servire da detonatore di tensioni che nella realtà non esistono. Noi sappiamo che il sindacato non è un covo dove acquattarsi per innescare la miccia rivoluzionaria. Non c’è operaio, impiegato e lavoratore che pensa che la soluzione dei suoi problemi stia nella violenza, forse crede più in percorsi di partecipazione, di coinvolgimento e di cooperazione. Ed è proprio per questo che si deve essere estremamente rigorosi. Perché il delirio ideologico non si vince con il metadone delle nostre buone parole, ma con una prassi diversa che tenda a rendere le persone protagoniste e coinvolte.   


Tocca alla magistratura fare luce sulle situazioni, sulle responsabilità; a tutti noi tocca la messa in campo di un discorso politico e sociale nuovo, dove predomini il criterio della mitezza politica, non intesa come acquiescenza ma come capacità di ascolto dell’altro, di chi ha idee diverse dalle nostre. In una democrazia non esistono nemici di classe, non si evoca l’odio di classe. Le parole non sono armi, ma le parole evocano, incitano e coprono, e una volta lanciate non si sa dove vanno a finire e come possono essere prese e interpretate. In una democrazia si educa all’ascolto, al dialogo, al confronto finalizzato a convergere. Le altre strade sono tutte pericolose.

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