L’intelligenza artificiale, nelle sue svariate applicazioni, colpisce in modo trasversale l’intero mondo del lavoro nei suoi più disparati settori. Il sindacato dei metalmeccanici della Cisl ha elaborato un manifesto che mette in luce quali sono i rischi e le opportunità dell’I.A. per i lavoratori. Il diario del lavoro ha intervistato la segretaria nazionale della Fim Cisl, Giovanna Petrasso, per approfondire il tema. Per la sindacalista, il ruolo del sindacato deve sempre essere rispettato in quanto soggetto di rappresentanza e di conseguenza deve essere coinvolto anche nel governare, insieme alle parti datoriali, gli algoritmi e tutti i vari elementi che ruotano intorno all’utilizzo dell’I.A.
Petrasso, l’intelligenza artificiale porta con sé vantaggi e rischi, a seconda di come venga utilizzata nel mondo del lavoro. Partiamo dai rischi, quali sono i più concreti e incombenti che avete rilevato?
L’ipermisurazione del lavoro, per esempio, è un danno per il lavoratore nella misura in cui non tiene conto del contesto reale, delle dinamiche tra le relazioni fra i lavoratori. Il mondo metalmeccanico, come tutto il mondo dell’industria, ha sviluppato tutta una metrica rispetto al lavoro che tiene conto delle pause fisiologiche, del contesto, degli imprevisti, insomma di tutta una serie di elementi che al contrario, attraverso l’algoritmo, non verrebbero presi in considerazione. Si espone quindi il lavoratore a essere valutato sui tempi, sulle modalità e sulla creazione del proprio lavoro in una forma sganciata dalla realtà umana, da un’analisi veritiera e concreta del modo di lavorare. Non dimentichiamo anche il tema del controllo a distanza che assume forme nuove rispetto a quanto è stato finora normato dalla legge e dalla contrattazione, oppure discriminazione nei processi HR e sostituzione e compressione occupazionale.
Un problema che comprende sia le tute blu che i colletti bianchi?
Si, è un meccanismo che riguarda tanto il lavoro strettamente collegato alla produzione, quindi il controllo del lavoro applicato alle macchine, alla produzione, tanto quanto al lavoro intellettuale. Sono rischi dai quali possono conseguire altre difficoltà per i lavoratori, come lo stress da lavoro correlato piuttosto che gli effetti negativi sulla valutazione della performance del lavoro; con tutto ciò che ne consegue sia sul piano della carriera del lavoratore piuttosto che sul suo riconoscimento retributivo.
Una ipermisurazione che sembra quasi sovrapporsi al ruolo del capo reparto
In un certo senso si, perché l’ipermisurazione affidata a un algoritmo, rispetto al quale il capo reparto non può intervenire vestendo i panni di soggetto capace di tenere conto dei fattori umani nel processo produttivo, espone tutti a una fredda valutazione statistica che non comprende invece di tutto ciò che accade nella concretezza della realizzazione del lavoro. Affidare questa valutazione a un asettico algoritmo e quindi distogliere questo ambito da quelli che sono i rapporti di relazioni dentro il mondo del lavoro, tra il lavoratore e i propri responsabili, rischia di determinare una discriminazione tra i lavoratori rispetto a chi sta dentro i parametri dell’algoritmo e chi ne rimane fuori; tutto questo avviene senza poter nemmeno discutere e avere un’interlocuzione con il sindacato.
Il sindacato quindi vuole essere coinvolto su come si determina l’algoritmo, è corretto?
SI, le aziende devono entrare nell’ottica che l’intelligenza artificiale non deve essere semplicemente introdotta nel processo lavorativo ma deve essere governata insieme al sindacato, altrimenti i rischi che corriamo sono deleteri per il fattore umano. Inoltre, in futuro con chi ci confronteremo? Chi definisce i tempi, chi li ha stabiliti? Chi ha fatto la selezione e su che basi di informazioni? Chi ha deciso e come? Se tutto viene affidato a un algoritmo di cui noi non abbiamo nemmeno il controllo della sua costruzione, dei dati che vengono inseriti nella sua struttura, con chi contrattiamo questi parametri? Faccio presente che, storicamente, una delle battaglie sul quale il sindacato ha caratterizzato la propria storia è stata proprio quella di incidere nell’organizzazione del lavoro, anche sul cosiddetto “tempi e metodi”. Per esempio le RSU, soprattutto nelle aziende manifatturiere, hanno un confronto con l’azienda rispetto alla metrica, alle scadenze e alla quantità del lavoro. Una buona e doverosa pratica che pretendiamo non si volatilizzi con la comparsa dell’I.A. Quindi ribadiamo il diritto di sapere quali sono i criteri di valutazione attraverso i quali viene misurato il lavoro e di poterli incidere attraverso il confronto.
Quindi sostenete che l’algoritmo e le regole che lo compongono, dato che è frutto di una scelta aziendale a monte, si possono poter contrattare.
Esatto. Non deve passare il concetto che, siccome lo ha detto l’intelligenza artificiale, è per sua natura esatta come se fosse un oracolo, perfettamente giusto e corretto. L’intelligenza artificiale non è una scienza esatta, è un metodo attraverso il quale si imputano milioni di informazioni. L’I.A. ha la capacità di metterli in relazione, attraverso un processo statistico, di estrarre delle informazioni. Ma se la qualità delle informazioni non è governata, se addirittura tra le informazioni che vengono utilizzate dall’intelligenza artificiale alcune sono volutamente errate, capisce che di conseguenza può sbagliare e neanche raramente. Non possiamo non tenere conto di tutto questo, va corretta laddove c’è la possibilità di ravvisare gli errori e l’unico soggetto che può farlo è l’essere umano, con le proprie competenze e la propria professionalità, che a sua volta deve essere continuamente alimentata, irrobustita e sviluppata tramite la formazione.
Tra le vostre proposte nel manifesto dell’I.A. avete dato risalto a una richiesta storica del movimento operaio, quella della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Grazie all’intelligenza artificiale è possibile raggiungere questo traguardo?
È anche una battaglia identitaria per noi della Fim Cisl, dove abbiamo nel nostro simbolo un petalo che viene sfilato, nato proprio in occasione della campagna sulle 35 ore degli anni ’80. Facciamo una semplice analogia: nei primi del Novecento la rivoluzione industriale, nata dalla diffusione del motore a scoppio e dell’elettricità, ha determinato la messa in discussione dell’orario di lavoro di 14-16 ore giornaliere e la liberazione della fatica pesante, attribuita alle macchine attraverso questa nuova fonte di energia rivoluzionaria. Da qui si è costruito tutto un processo di rivendicazioni sindacali intorno alla costruzione delle 8 ore e l’istituzione delle 150 ore per la formazione. Oggi si sta verificando un’ennesima rivoluzione tecnologica, che cambia fortemente i processi del lavoro e ha un impatto soprattutto sul lavoro concettuale. Così come più di un secolo fa è stato possibile far fare dei passi avanti rispetto al tempo di lavoro, come sindacato riteniamo che grazie alle opportunità dell’intelligenza artificiale si libera del tempo, perché ha la capacità di creare dei processi di conoscenza e di elaborazione ad una velocità superiore alla velocità del pensiero dell’uomo, grazie al fatto che mette in collegamento miliardi di dati. Se è vero l’assunto che l’intelligenza artificiale ha la possibilità di aumentare la produttività delle aziende e il valore la ricchezza prodotta, al contempo questo valore deve essere distribuito, anche attraverso la riduzione dell’orario di lavoro.
Se aumenta la produttività di 100 volte e l’orario di lavoro rimane intatto allora suggerite che qualcosa non quadra
Certo, non quadra il fatto che quel lavoro lo faranno in meno persone, un modello non sostenibile sul piano sociale ed economico. Invece riducendo l’orario di lavoro si permette l’ingresso di nuovi lavoratori, che a loro volta potranno essere consumatori e produttori, riuscendo in questo modo a tenere in piedi l’intero sistema.
L’I.A. prenderà sempre più spazio nel mondo del lavoro, il sindacato riuscirà a mantenere lo stesso ruolo, la stessa funzione di oggi?
Guardi, se anche in un futuro l’intelligenza artificiale governasse l’intero mondo del lavoro e prendesse il posto degli umani, degli HR, dei vari capi d’azienda, sempre e comunque si dovrà rispondere alla rappresentanza sindacale. Perché rappresentiamo e tuteliamo i lavoratori ed è alla base di questo principio che faremo rispettare il ruolo di parti sociali. Faremo il nostro lavoro di sindacato, al di là di chi si siederà dall’altra parte del tavolo, umano o meno che sia.
Emanuele Ghiani























