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Home - Approfondimenti - Analisi - Lavoro, professionalità, rappresentanza

Lavoro, professionalità, rappresentanza

10 Gennaio 2003
in Analisi

Lorenzo Bordogna – Ordinario di Sociologia Economica all’Università di Brescia

1. Le Considerazioni generali che aprono il trentaseiesimo Rapporto  del Censis relativo all’anno 2002 offrono un quadro della situazione sociale del Paese in cui i segnali di preoccupazione sono prevalenti, sia sul piano economico-strutturale che su quello istituzionale.

Con il linguaggio un po’ barocco a cui i suoi lettori sono abituati, esse denunciano a più riprese la situazione di un Paese con le “pile scariche sul piano sistemico”,  caratterizzato da una “stazionarietà prolungata senza contraccolpi di reattività”, dalla “debolezza delle strutture di accumulazione di sistema” (nel sistema dei trasporti e della logistica, nell’innovazione scolastica, nelle politiche di sostegno all’internalizzazione dell’economia),   da una “ambigua deriva di curvatura concava della vita collettiva” (sic). In breve, un Paese non segnato, almeno finora,  da fenomeni di radicale arretramento, quanto da una “galleggiante stazionarietà” sul piano strutturale come negli atteggiamenti collettivi, incapace di reagire ai segnali di declino.  Anche sul versante istituzionale vengono ricordati vari elementi critici, tra cui la fragilità culturale delle élites,  l’incapacità di provvedere alla accumulazione di sistema, la diffusione di burocrati che, anche per effetto dello spoil system,  tendono a esprimere “più prudente o inerte obbedienza che fedeltà istituzionale”, l’affermazione di un “decisionismo a tinte personalizzate che di fatto corrode il tessuto intermedio di responsabilità pubblica”. Aspetti tutti sintetizzati nella crisi dello Stato nazionale e del suo stesso valore paradigmatico, “con il modello e la logica (piramidale, gerarchica, a poteri accentrati, con interazioni tutte in verticale) che l’hanno fatto vivere e ne hanno fatto anche la grandezza per decenni”.


In questo quadro poco favorevole, non mancano tuttavia elementi di mutamento meno preoccupanti su entrambi i versanti. Sul versante economico-strutturale sono segnalati fenomeni come la crescita di un tessuto di imprese intermedie “a forte ordito”, la tenuta dei distretti industriali, la diffusione di geo-communities che “si prendono carico delle esigenze e dei servizi di sviluppo di aree medio-grandi” (il riferimento qui è anche ai patti territoriali), oltre alla consueta proliferazione delle piccole imprese e dell’imprenditorialità individuale e soprattutto alla crescita delle imprese e dell’occupazione al Sud. Mentre sotto il profilo istituzionale si ricorda  innanzitutto l’affermazione delle autonomie locali e funzionali, capaci le prime di meglio rispondere agli interessi e alle attese delle popolazioni, e le seconde (Università, Camere di commercio, Enti fiera, ecc.) di un crescente coinvolgimento di interessi e imprenditori privati. E poi anche il processo con cui molte strutture, vecchie e nuove, sono in grado di associare i vari stakeholders nella gestione del territorio (consorzi di bonifica), nella sanità (ruolo delle associazioni dei malati), nell’assistenza e nella politica culturale (moltiplicazione delle fondazioni di partecipazione). Fenomeni istituzionali e socio-economici a cui il Censis attribuisce una valenza positiva, segnali che il Paese sta attraversando “un flesso di ciclo di una latente metamorfosi”, lasciandosi alle spalle “l’illusione delle grandi strutture, della logica gerarchica, dei disegni piramidali del potere”, per avviarsi lungo un “percorso di articolazione che esalta le condensazioni intermedie del potere, che non si svolge in un deserto ma in un territorio dotato di qualche funzionante presidio”.


 


2. Le osservazioni sviluppate nel capitolo dedicato a Lavoro, Professionalità, Rappresentanze sembrano tuttavia contrastare, almeno in parte, con il tono di fondo pessimistico prevalente nelle Considerazioni generali.


Il capitolo è distinto in tre parti, una dedicata alle “interpretazioni”, la seconda, pure di taglio interpretativo, volta alla ricostruzione della “rete dei fenomeni”, la terza infine alla presentazione degli “indicatori di sistema”. Quest’ultima consiste in un commento selettivo, prevalentemente basato su dati Istat, degli andamenti relativi alle forze di lavoro nel 2001 e in parte 2002, agli iscritti agli ordini e collegi professionali, agli strumenti di politica del lavoro (‘tipologie contrattuali e nuove forme di lavoro’, ‘strumenti di accesso al lavoro’), agli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, all’evoluzione della conflittualità e della rappresentanza.


In questa terza sezione del capitolo sono sottolineate le significative tendenze positive del mercato del lavoro nel 2001, proseguite nel 2002, relative soprattutto agli elementi di maggiore criticità del sistema, le donne ed il Mezzogiorno. L’attenzione è posta sulla crescita delle forze di lavoro e del numero degli occupati (in particolare dei lavoratori dipendenti), grazie soprattutto al contributo delle donne, pronte ad accogliere le possibilità offerte dal part-time (+14% nel complesso). Crescita che si traduce anche in miglioramenti del tasso di attività e di occupazione, e  in una diminuzione della disoccupazione, scesa a ottobre 2002 sotto il 9% (e molto meno, come noto, la disoccupazione in senso stretto).  L’occupazione ha in particolare totalizzato tra il primo trimestre 2001 ed il terzo del 2002 un aumento di ben 711 mila unità, realizzatosi in misura più accentuata nelle regioni centrali e meridionali del Paese, grazie al crescente utilizzo dei vari strumenti di flessibilità contrattuale prevalentemente introdotti o riformati nel mercato del lavoro italiano dalla riforma del 1997 (l. 196, il cosiddetto “pacchetto” Treu, ministro del Lavoro del Governo Prodi allora in carica). Tutte le nuove forme di lavoro (parasubordinato, temporaneo, part-time, interinale) registrano infatti una notevole espansione nel 2001 rispetto all’anno precedente, con la parziale eccezione del lavoro a termine (rispettivamente 11,%, 2,2%, 7,9% e 5,3%), a cui si aggiunge uno sviluppo positivo anche dei prestiti di onore, forma di incentivi all’autoimpiego. Mentre tra i contratti di impiego a causa mista, risultano diminuiti nel 2001 quelli di formazione-lavoro, secondo un trend in atto da alcuni anni in seguito anche a provvedimenti politici e legislativi, e rimasti quasi stazionari quelli di apprendistato, dopo anni di costante crescita; in diminuzione infine i lavori socialmente utili.  


Nonostante i progressi, viene segnalato tuttavia il persistente divario tra il Mezzogiorno ed il resto del Paese, specie per quanto riguarda il tasso di disoccupazione (19,3% nel 2001, contro il 3,6% e 4,3% del Nord Est e Nord Ovest, e il 7,4% del Centro), diminuito peraltro nel  2001 in misura più consistente al Nord e al Centro. Così come è ricordato l’elevatissimo  tasso di disoccupazione giovanile (tra 15 e 29 anni di età), che conferma l’inadeguatezza della domanda di lavoro rispetto alle fasce di popolazione più giovani, in particolare per quanto riguarda i giovani (e soprattutto le giovani) con un titolo di laurea (21,7% di disoccupati nel 2001).


Chiude infine questa terza sezione un confronto con l’Europa, basato su dati Eurostat e Ocse relativi all’anno 2001, centrato sui tassi di attività, di occupazione e di disoccupazione, sia complessivi che distinti per genere e classe d’età. Da essi emergono i noti ritardi dell’Italia: ultima tra i 15 paesi dell’UE per tasso di attività e di occupazione, penalizzata soprattutto dalla bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro; tra gli ultimi per tasso di disoccupazione, insieme a Grecia e Spagna ma non troppo lontana dalla Finlandia e dalla Francia (condividendo con Francia e Spagna una disoccupazione femminile particolarmente accentuata); ultima insieme alla Grecia, e di gran lunga,  per tasso di occupazione; tra gli ultimi, infine, per quanto riguarda la spesa per politiche del lavoro in rapporto al Pil, poco al di sopra della Grecia e del Regno Unito (il quale ha però tassi di attività, occupazione e disoccupazione distanti anni luce),  largamente meno della metà della Francia, della Finlandia, della Germania, poco meno di un terzo del Belgio e dell’Olanda e poco meno di un quarto della Danimarca. Con la Grecia e il Regno Unito condivide anche la quota più bassa destinata alle indennità di disoccupazione.


Si tratta nel complesso di dati abbastanza noti e in varie occasioni ripresi sulla stampa quotidiana, che confermano sostanzialmente quanto già era dato conoscere della situazione del mercato del lavoro italiano, senza scavare ulteriormente nelle molte pieghe che esso nasconde. Ad esempio, interessanti sarebbero stati, anche per eventuali suggerimenti di policy, approfondimenti sulle caratteristiche dei lavori a termine e interinali (tipo di imprese e di lavori per i quali vengono utilizzati; durata media e tassi di rotazione; tassi di trasformazione in contratti a tempo indeterminato), o sulle molteplici articolazioni del lavoro parasubordinato.  Approfondimenti che avrebbero richiesto però indagini ad hoc.


 


3. Su indagini di questi tipo, svolte prevalentemente dallo stesso Censis, si basano le parti più interessanti del capitolo, quella interpretativa e quella dedicata alla “rete dei fenomeni”. E’ in queste sezioni, infatti, che vengono segnalate varie tendenze significative che nelle statistiche più o meno aggregate dell’Istat non riescono a emergere.


Due i filoni seguiti. Da un lato viene considerato il Patto per l’Italia e le sue implicazioni per il lavoro e per le relazioni industriali; dall’altro, a un livello più micro, diverse osservazioni sono dedicate alle trasformazioni dell’impresa e del mercato del lavoro.


Tra queste ultime un paragrafo si occupa delle “trasformazioni genetiche del lavoro dipendente”. L’attenzione è richiamata sull’offuscarsi delle demarcazioni tra lavoro autonomo e dipendente; sull’indebolimento del tradizionale rapporto tra crescita professionale e anzianità di servizio e la conseguente importanza crescente delle attività di formazione dentro le imprese; sui mutamenti nei contenuti professionali del lavoro, nelle modalità deburocratizzate di organizzazione del lavoro, negli orari; sulle  innovazioni nei sistemi retributivi e l’accresciuto peso della contrattazione individuale. Un altro tratta delle trasformazioni nel mondo delle professioni intellettuali, con attenzione alla acquisizione di una dimensione di impresa e  al consolidamento societario, organizzativo e tecnologico degli studi professionali (con una serie di dati, in particolare, sui commercialisti, consulenti del lavoro e ragionieri). Un terzo considera le trasformazioni del sistema dei bisogni e dei servizi sociali, con il passaggio dal welfare state a un modello partecipato di welfare community, dedicando una particolare attenzione alle caratteristiche organizzative dei nuovi produttori di welfare (struttura, valori,  risorse umane), alla affermazione di un modello di imprenditorialità sociale e alla creazione di una rete diffusa di servizi promozionali e preventivi sul territorio sostenuta e coordinata dalle amministrazioni locali. 
Altri due paragrafi esplorano le opportunità, ma anche i rischi, dell’auto-impiego giovanile ed i  confini incerti tra lavoro regolare e irregolare, sottolineando gli spazi che, in conseguenza della frammentazione delle nuove forme di lavoro, tendono sempre più ad aprirsi per comportamenti “opachi” tra occupazione e disoccupazione, impiego stabile e precario, occupazione regolare e sommersa. Opacità sul piano normativo, fiscale, previdenziale e retributivo, alle quali però non tutte le nuove forme di impiego sono esposte nella stessa misura.
I paragrafi in questione sono tra i più interessanti del capitolo, potenzialmente ricchi di indicazioni di policy, anche in vista della prossima, ulteriore moltiplicazione delle forme di impiego prevista nella delega al governo sul mercato del lavoro attualmente all’esame del Parlamento. I dati riportati sono interessanti, ma ricerche più sistematiche e approfondite sarebbero auspicabili e apprezzabili. Un ultimo paragrafo, infine, basato su 50 interviste a responsabili del personale di altrettante imprese medio-grandi, esamina il mutamento della fisionomia delle relazioni di lavoro nell’impresa,  riscontrando l’affermarsi di modelli di impresa più flessibili e di orientamenti di tipo partecipativo tra i direttori del personale. Una partecipazione soprattutto di tipo organizzativo-culturale e economica, che non si esaurisce nelle relazioni collettive, ma che non esclude necessariamente il sindacato, utile complemento dell’innovazione gestionale e delle ricerca di una flessibilità non giocata solo sulla diffusione di contratti non-standard e su processi di esternalizzazione spinta. In proposito il Rapporto  segnala la tendenza al potenziamento della “dimensione comunitaria” dell’impresa, costruita sulle capacità professionali dei lavoratori, e la crescente esigenza delle direzioni del personale di disporre come interlocutori interni non solo delle tradizionali rappresentanze sindacali, ma di nuovi soggetti costituiti da gruppi di dipendenti con caratteristiche professionali omogenee.


 


4. Le considerazioni sul Patto per l’Italia, che qui presentiamo per ultime, aprono in verità tutto il capitolo. L’accordo raggiunto tra Governo e parti sociali (Cgil esclusa) all’inizio di luglio 2002  viene giudicato  un “tentativo utile di regolare una materia difficile come quella del lavoro”, ma al tempo stesso una “occasione mancata”.  Mancata non tanto o non solo per la non adesione della maggiore confederazione sindacale italiana, quanto perché obiettivi e strumenti valutati di “portata innovativa e decisiva per lo sviluppo del lavoro e dell’occupazione nei prossimi vent’anni” sarebbero stati calati in un “formato di intesa fragile, destinato a subire probabilmente forti modificazioni nel tempo e a non incidere più di tanto nella storia delle relazioni sindacali”. Tale debolezza è rintracciata nella assenza di “un comune sentire”, di un disegno politico condiviso tra le parti contraenti, nonché  nel fatto che al lavoro e all’occupazione sarebbe dedicata solo una delle cinque parti dell’accordo stesso, prevalendo per il resto l’esigenza di una “raccolta del consenso delle parti sociali sulle politiche dell’Esecutivo”. La riforma del mercato del lavoro sarebbe infatti nell’accordo collocata in “posizione complementare, se non subordinata alla conferma della politica dei redditi, della politica fiscale, della politica per il Mezzogiorno, della previsione di apertura di nuovi tavoli negoziali”.


Questa valutazione è probabilmente esagerata nell’apprezzamento della decisiva portata innovativa dei contenuti del Patto “per lo sviluppo del lavoro nei prossimi vent’anni”. Mentre sembra trascurare che difficilmente un “comune sentire” tra le parti contraenti avrebbe potuto svilupparsi nel rovente clima di scontro seguito alla presentazione del disegno di legge delega per la riforma del mercato del lavoro del novembre 2001. Alcune misure di tale provvedimento, infatti, non previste peraltro dallo stesso Libro Bianco del Governo, avevano da subito generato un fortissimo allarme di tutti i sindacati, impegnandoli in una comune linea di resistenza, sia pure in forme differenziate. E’ vero quindi che nella legge finanziaria 2003 i contenuti principali del Patto che hanno trovato recezione sono quelli relativi alla riforma fiscale e in parte quelli per il Mezzogiorno. Ed è anche vero che la misura probabilmente più innovativa in tema di mercato del lavoro – la riforma dell’indennità di disoccupazione e degli ammortizzatori sociali (peraltro già anticipata nel disegno di delega governo del novembre 2001) – ha visto nella stessa finanziaria una cospicua riduzione delle risorse messe a disposizione rispetto a quelle originariamente definite (da vari osservatori ritenute già largamente insufficienti), per fare fronte all’emergenza Fiat e dell’indotto, e in parte anche dei precari della scuola.  Ma da parte dei sindacati si trattava in primo luogo di ripristinare alcune condizioni che ritenevano fortemente minacciate dalla delega del novembre 2001, ed in parte anche dal Libro Bianco. Tre aspetti sono rilevanti sotto questo profilo, non richiamati nel Rapporto, con implicazioni anche per il funzionamento futuro delle relazioni sindacali  e del mercato del lavoro.


Il primo  consiste nella riconferma della politica dei redditi secondo il modello del Protocollo del luglio 1993, e quindi, implicitamente, del modello della concertazione. Una conferma per nulla scontata dopo la derubricazione della concertazione del luglio 1993 da parte del Libro Bianco (“è del tutto evidente l’impossibilità del modello concertativo degli anni novanta di affrontare la nuova dimensione dei problemi economici e sociali”) e la dichiarazione di obsolescenza del sistema contrattuale ivi definito. Un sistema  imperniato sull’indicatore economico dell’inflazione programmata, di cui, sempre secondo il Libro Bianco, sarebbero subito apparsi evidenti i limiti una volta raggiunti gli obiettivi dell’abbassamento dell’inflazione e dell’ingresso nell’euro. Una posizione un po’ affrettata da parte del Governo, che ora ha più che mai bisogno della politica dei redditi, un bene a cui i sindacati difficilmente saranno disposti a collaborare senza qualche forma di concertazione. Difficilmente si può considerare irrilevante questa parte del Patto: una parte “politica”, certo, ma non priva di conseguenze per le relazioni in generale tra le parti sociali e il Governo, ed anche per la gestione dei problemi del mercato del lavoro e dell’occupazione. E i sindacati farebbero forse bene a non seguire il governo nell’errore di dichiarare troppo in fretta la morte di quel modello (che certo può conoscere degli aggiustamenti, specie per quanto riguarda la struttura contrattuale), invece di rivendicarne il rispetto dei principi fondamentali  – a partire dalla definizione di tassi di inflazione programmata realistici.


Il secondo aspetto riguarda la correzione, in senso più restrittivo, apportata alla norma sulla “cessione di ramo d’azienda”. Correzione che, con un richiamo anche alla normativa  comunitaria, reintroduce  il requisito della “autonomia funzionale” del ramo d’azienda nel momento del suo trasferimento. Un requisito che il disegno di legge delega del novembre 2001 aveva invece eliminato, destando vive preoccupazioni nei sindacati per gli effetti fortemente liberalizzanti sui processi di esternalizzazione e outsourcing che ciò avrebbe comportato, con ricadute inevitabili sui diritti dei lavoratori. 


Infine il terzo, e più noto, aspetto riguarda la ridefinizione delle modifiche dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, con la riduzione dei tre casi di deroga inseriti nel disegno di legge delega del novembre 2001 (ma non previsti nel Libro Bianco) ad uno solo, relativo ai nuovi assunti con rapporti di lavoro a tempo indeterminato al di sopra dei 15 dipendenti. Un modifica sostanziale, comunque la si voglia giudicare, rispetto all’ipotesi originaria, soprattutto rispetto all’ipotesi di deroga in caso di trasformazione dei rapporti di lavoro da tempo determinato a indeterminato.


Ha ragione quindi il Censis a segnalare i limiti dell’accordo del luglio 2002. Esso ha però posto alcuni punti fermi nel processo di riforma del mercato del lavoro e delle relazioni industriali italiane, che alla fine del 2001 e nella prima parte del 2002 sembravano messi seriamente in dubbio dall’improvvisa e incauta accelerazione del Governo sull’art. 18, non prevista dal Libro Bianco, ed in parte anche da alcune affrettate valutazioni dello stesso  Libro Bianco in tema di concertazione e di politica dei redditi. Un’accelerazione incauta e in fondo autolesionista per il Governo, perché ha impedito per molti mesi il confronto tra le parti su problemi più urgenti, allo stesso tempo moltiplicando per cinque la conflittualità nella aziende e nel paese rispetto agli ultimi anni.  Da lì, dunque, dopo una lunga fase di diatribe e di conflittualità  esasperata,  potrà forse ripartire un confronto più sereno e costruttivo tra governo e parti sociali. Un clima coerente anche con il consolidamento di modelli più partecipativi a livello di impresa, su cui il Rapporto richiama l’attenzione in altre parti già commentate.

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