Un’eventuale guerra contro l’Iraq causerebbe danni rilevanti all’economia globale? Probabilmente no, a patto che si risolva in tempi brevi e non si traduca in una crisi del settore petrolifero. Ne sono convinti gli economisti dell’Economist Intelligence Unit (Eiu), la società di ricerca del settimanale britannico ‘The Economist’.
L’Eiu dà una guerra contro l’Iraq nel 2003 all’80% delle probabilità e traccia le sue previsioni sull’impatto del possibile conflitto in un rapporto dal titolo “La resa dei conti con l’Iraq: i rischi e le opportunità per la politica e le aziende”. Lo studio è stato realizzato quando l’Iraq non aveva ancora accettato la nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu, ma nelle sue previsioni l’Eiu ha tenuto conto anche di questa possibilità.
L’impatto dell’eventuale guerra, si legge nel documento, “sarebbe confinato soprattutto all’andamento del prezzo del greggio”. Le quotazioni attuali del petrolio, proseguono gli economisti della società di ricerche, già prevedono un premio legato alla guerra: dal marzo di quest’anno, i prezzi del greggio sono più alti di circa 6 dollari al barile rispetto al loro ‘normale’ livello proprio a causa del rischio di un conflitto.
“Ciò significa che il mondo sta già sentendo gli effetti economici delle tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iraq”, sottolinea il rapporto. In particolare, i prezzi maggiorati del del greggio agiscono come una tassa sulla produzione in gran parte dell’Ocse, e quindi indeboliscono la crescita economica.
Tuttavia, osserva lo studio, per il momento l’aumento delle quotazioni petrolifere ha ridotto la crescita economica dei Paesi Ocse solo di circa lo 0,2% nel 2002.
Non tutti gli economisti, però, condividono l’analisi dell’ Eiu. Lo scorso 6 novembre la banca centrale Usa ha spiegato che la sua decisione di ridurre il tasso sui Fed Funds di 50 punti base (all’1,25%) è legata ad una maggiore incertezza economica “in parte attribuibile ad elevati rischi geopolitici…”. Il Governatore della Fed, Alan Greenspan, teme dunque che un’ eventuale guerra in Iraq possa far peggiorare una situazione economica già difficile.
E se i mercati azionari globali sono rimasti nervosi nonostante l’ennesimo ‘taglio’ dei tassi Usa (il 12/o consecutivo), la colpa potrebbe essere proprio dei timori legati al conflitto, sostengono alcuni economisti della City londinese.
Non va dimenticato, comunque, che nel 1991 -una volta partita l’ offensiva militare di terra contro Baghdad- la fiducia degli investitori riacquistò subito quota.
Molti economisti concordano con le previsioni di crescita globale pubblicate nel rapporto Eiu, che indicano una leggera ripresa nel 2002 ad un tasso del 2,7% (rispetto al 2% del 2001) per passare al 3,6% l’anno prossimo. Ma rimane l’incognita delle quotazioni del greggio. Secondo lo studio dell’Economist Intelligence Unit, i prezzi raggiungeranno i 35-40 dollari al barile e si manterranno su questi livelli per alcune settimane se la guerra dovesse scoppiare.
Ma si tratterà di una fiammata di breve periodo, poichè non appena sarà chiaro che la produzione verrà mantenuta su livelli stabili, le quotazioni dovrebbero indietreggiare rapidamente. Nel lungo termine, conclude poi lo studio, la ricostruzione delle installazioni petrolifere dell’Iraq (secondo produttore mondiale dopo l’Arabia Saudita) dovrebbe dare una forte spinta alla produzione e tradursi in una flessione dei prezzi del greggio.
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