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Home - Approfondimenti - Analisi - Italia verso crisi industriale strutturale?

Italia verso crisi industriale strutturale?

di Paolo Pirani
27 Aprile 2026
in Analisi
Istat, nel 2017 fatturato a +5,1%, ai massimi dal 2008

Accostare il poderoso riarmo tedesco alla eventualità avanzata da alcuni osservatori di una crisi strutturale della industria italiana potrebbe sembrare azzardato. Invece forse non lo è. La Germania punterebbe ad aspirare a diventare la maggiore potenza militare europea con investimenti massicci in armamenti convenzionali, innovazione, numero di militari. La crisi dei rapporti nella Nato, la guerra in Ucraina che ha fatto riemergere rischi di insicurezza in Europa, lo sconvolgimento dell’ordine mondiale e la fine della globalizzazione finora intesa, sta producendo modifiche nei comportamenti degli Stati fino a poco tempo fa impensabili.

Negli anni ’80 la rivoluzione tecnologica portò il marchio dell’industria militare Usa. L’era digitale ha spostato successivamente lo stesso significato di potere ed organizzazione della società in ambiti sempre meno accessibili alla cultura politica che è in forte ritardo. Lo sviluppo tecnologico tutto interno alla economia capitalista ed alla finanza sta provocando mutazioni anche nelle classi dirigenti. E non è un caso che, la rivendicazione di un nuovo umanesimo, Papa Leone la lancia in questi giorni dall’Africa dove è più aggressiva la presenza delle grandi potenze e dove diseguaglianze e tragedie umanitarie sono fortissime ma anche incapaci di suscitare una vera solidarietà internazionale.  Non ci sono piazze disponibili per il Sudan e gli altri epicentri drammatici delle guerre africane che celano voracità dittatoriali non meno che di accaparramento di materie prime essenziali per l’era digitale.

Non vi è da stupirsi allora che, un’Europa considerata imbelle dal contesto internazionale che conta, veda nascere al suo interno soluzioni nazionali “ambigue” ma che puntano al tempo stesso a puntellare la produzione ed a ridurre le paure delle popolazioni sia nella direzione della sicurezza che in quella del futuro.

Probabilmente dovremo scontare un risveglio confuso delle classi dirigenti europee per diverso tempo, ma i segnali che giungono ora come quello tedesco fanno capire che accumulare ancora in Italia esitazioni sul da farsi potrebbe davvero spingere la seconda potenza industriale europea verso il declino.

Il riarmo tedesco in realtà si configura anche come un …riarmo industriale. Vale a dire l’enorme spesa destinata alla difesa vedrà fra i beneficiari inevitabilmente i punti di forza della industria tedesca in attesa del diradarsi della guerra ucraina e attraverso la spregiudicatezza che  caratterizza i rapporti con diversi Paesi asiatici compresa la Cina.

Insomma ci saranno investimenti che pioveranno sulla industria civile tedesca a promuoveranno una possibile e profonda sua trasformazione.

Un esempio che non si può (e non si dovrebbe) imitare, ma che sarebbe sbagliato ignorare. Sono mesi ormai che l’industria italiana zoppica con evidenti difficoltà in settori chiave come l’auto, il tessile, perfino la moda e la chimica. Aumentano le ore di cassa integrazione, si nota una propensione insufficiente verso la innovazione da parte di poco meno della metà delle imprese che operano sul territorio nazionale, anche a causa della ridotta dimensione, c’è il rischio di perdere un pilastro delle opere pubbliche costituito dall’acciaio.

E non va dimenticato che, la ventilata minaccia di un intreccio fra stagnazione e inflazione, potrebbe sferrare un nuovo duro colpo al nostro apparato produttivo ed alla condizione di migliaia di lavoratrici e lavoratori con conseguenze a ruota sui consumi e sul risparmio.

Eppure, gli scenari sono sbandierati più per esorcizzarli o usarli come materia di contrapposizione che per allestire proposte di politica industriale ed economica in grado di reggere ad uno dei periodi maggiormente pericolosi sul piano economico e sociale che il mondo abbia mai vissuto. Vi è una distanza fra la serietà dei problemi che vengono posti a tutti in questo momento e le risposte che si tentano di dare con l’ambizione di guardare oltre le emergenze.

Non ultima dovrebbe risultare la preoccupazione per la fuga di giovani cervelli dall’Italia che prosegue incessante ed aggrava la domanda di professionalità.

Se i prossimi mesi faranno da contrappunto ad una più o meno sotterranea campagna elettorale in vista delle elezioni 2027 questo deriva già negativa  potrebbe accelerare e vi è da chiedersi quale mai governo di qualsiasi colore ed alleanza politica potrebbe mai reggere alla definizione di una manovra economica all’altezza della situazione internazionale ed interna.

Occorrerebbe insomma rincentrare l’attenzione sulla centralità della sorte della industria italiana, tenendo conto anche del fatto che alcuni sostegni europei verranno a mancare come le risorse del PNRR. E ci sarebbe molto lavoro da fare in un confronto che superasse l’attuale impossibilità ad uscire da uno scontro politico di “trincea” che non ammette passi in avanti nel ricercare soluzioni utili per il Paese.

Ad esempio, non si può evitare di tentare di “rimpatriare” produzioni fuggite all’estero e che riguardano in particolare l’innovazione e la digitalizzazione. Non va ignorato che in Italia si produsse negli anni ’50 il primo prototipo di computer alla Olivetti dando così ragione a chi ritiene che in Europa non manchino le intelligenze ma le volontà politiche e la capacità di concentrare investimenti e logistiche sugli obiettivi prioritari per la crescita, depotenziando al tempo stesso l’eccesso di burocrazia. Perché quell’esperienza degli anni ’50 finì, appunto, in mano… americana.

Molto c’è da fare ovviamente sul piano energetico, attraverso la diversificazione delle fonti ma con un piano preciso che andrebbe condiviso nelle sue linee portanti dalla intera classe dirigente del Paese con risorse finanziarie e tempi di attuazione non millenaristici.

Non di meno andrebbe trascurato il fatto che buona parte della ripresa produttiva ed economica in senso generale lo si è dovuto alle imprese di costruzioni con ingenti finanziamenti pubblici che ora potrebbero in parte almeno venire a mancare. Eppure, solo rammentare che anche quest’anno ciclicamente si sconta l’assenza di un piano generale di manutenzione del territorio con danni e drammi imponenti nella Penisola permetterebbe di individuare scelte e soluzioni per mantenere vitale quel settore che tanto ha contribuito a farci uscire dalla crisi dei primi anni del terzo millennio. Ma anche in questo caso è il confronto fra politica e forze sociali a diventare una possibile carta vincente.

Naturalmente l’Italia soffre di carenze di produttività e competitività che si trascinano nel tempo. In apparenza in un Paese del fai da te pare proprio che si sia smarrito un modello di sviluppo produttivo che pure ci ha caratterizzato per decenni. Non dovrebbe essere una missione impossibile riflettere su questa carenza che chiama in causa anche evidenti responsabilità imprenditoriali. L’idea radicata nella politica ma, anche,  in un’area delle imprese che debba essere lo Stato a sopperire ad esigenze di investimenti, di formazione, di infrastrutturazione senza che vi sia anche nella realtà economica e sociale un contributo in questa direzione di idee nuove, di proposte, di comportamenti, può rallentare ancora il procedere della nostra economia.

L’Italia del fai da te in una realtà nella quale l’organizzazione digitale prevale su ogni altra pretesa di tenere il passo con il resto del mondo è destinata ad essere soppiantata ben presto con conseguenze anche sulla identità stessa della nostra libertà e democrazia.

In questo periodo si succedono due date importanti per la nostra coscienza collettiva: il 25 aprile ed il primo maggio. Libertà, progresso e dignità del lavoro.  Coloro che furono i protagonisti della Liberazione il loro compito, magari non del tutto, come sottolineava Calamandrei, lo hanno svolto con coraggio e lungimiranza: la Repubblica, la Costituzione, la democrazia, il miracolo economico. Oggi invece che soffermarsi su dispute datate la domanda reale dovrebbe essere: cosa ci facciamo di questa fondamentale libertà che abbiamo ereditato?

Paolo Pirani

Consigliere CNEL

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