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Home - Approfondimenti - La nota - Dal welfare occupazionale a quello di cittadinanza: una transizione possibile?

Dal welfare occupazionale a quello di cittadinanza: una transizione possibile?

14 Giugno 2019
in La nota

In che modo è possibile passare da un welfare integrativo, di tipo occupazionale, a un welfare di cittadinanza, capace di tutelare anche le fasce più deboli, e chi non è coperto dalla contrattazione, senza incrementare le differenze territoriali già presenti? È questa una delle domande principali del IX Rapporto RBM-Censis sulla sanità pubblica, privata e intermediata presentato a Roma.

A quarant’anni dalla sua nascita, il sistema pubblico si trova ad affrontare un costante invecchiamento della popolazione e un conseguente aumento delle malattie, soprattutto quelle croniche, che richiedono un percorso di assistenza e cura lungo ed economicamente dispendioso. Il rischio è un’incapacità crescete del pubblico di soddisfare la domanda di salute dei cittadini.

L’indagine, presentata dal responsabile delle Politiche Sociale del Censis, Francesco Maietta, e da Marco Vecchietti, amministratore delegato di RBM, descrive un costante incremento della spesa privata, che dal 2014 al 2018 è cresciuta del 7%, arrivando a superare i 37 miliardi di euro. Sul fronte pubblico le risorse investite sono state, nel 2018, 115 miliardi, con un calo dello 0,3%.

I numeri raccontano di come 20 milioni di italiani si siano rivolti al privato, trovando nelle liste di attesa un ostacolo per l’accesso alle cure pubbliche. Tuttavia, la realtà descritta dal rapporto non vede più una dicotomia netta tra pubblico e privato. Infatti, il 62% degli utenti si è rivolta a entrambi i pilastri per ricevere una seconda opinione. Questo denota, secondo il rapporto, un “galleggiamento” del paziente tra i due ambiti. Rimane pur sempre una percentuale elevata, pari 44%, di chi non tenta minimamente la strada del pubblico.

 La questione rimane sempre quella di come far interagire, nel modo più virtuoso possibile, pubblico e privato, per evitare una duplicazione delle prestazioni e un aggravio delle disparità territoriali. Nel 2006 erano 1,3 milioni i cittadini non assistibili dal sistema sanitario nazionale, pari al 2,4% dell’intera popolazione nazionale. Nel 2019 si dovrebbe toccare i 9 milioni di persone, pari al 14,5%.

C’è dunque una riduzione progressiva della capacità assistenziale del sistema sanitario, e un impoverimento costante delle famiglie per pagarsi le cure, visto che il 44% attinge ai risparmi, mentre solo il 7% può fare affidamento al reddito o al welfare contrattuale. Questo comporta una rinuncia alle cure, specie per chi è affetto da patologie croniche, dove a farlo è un paziente su due.

Una rinuncia che interessa soprattutto i cittadini del sud e delle isole, con una percentuale che arriva sino al 49%. Accanto a questo, il centro-sud è l’epicentro di un altro fenomeno: quello dell’esodo sanitario. Lombardia, Toscana e Emilia-Romagna sono le regioni più attrattive, mentre tutte quelle del sud della Penisola hanno molti più flussi in uscita che in entrata.

In questo modo si genera un depauperamento della sanità pubblica di queste aree e una diseconomia, a causa del trasferimento delle risorse. Non solo, infatti, è il paziente a spostarsi, ma almeno anche un accompagnatore, il quale dovrà assentarsi dal lavoro e appoggiarsi alle strutture recettive del posto. Eppure, al sud e alle isole la spesa pubblica pro capite si attesta al 78%, superiore alle media nazionale (74%) e a quello del Nord (70%). Numeri che racconta anche una manca di efficienza del sistema pubblico.

Permangono dunque forti diseguaglianze territoriali. La sanità privata non sembra ancora capace di rappresentare, almeno nel Mezzogiorno, quel secondo pilastro in grado di affiancare e integrare il pubblico. Al sud il 60% della spesa privata è duplicativa, ossia rivolta a prestazione che anche la sanità pubblica offre. Mentre è molto bassa quella integrativa e complementare, a differenza di altre zone del paese. Il welfare occupazionale, benché abbia notevolmente ampliato il proprio bacino, grazie anche alle politiche di incentivi e sgravi fiscali degli ultimi anni, resta uno strumento con un raggio d’azione limitato.

Lo troviamo, ancora, principalmente al nord e in alcuni settori forti del mercato del. I sindacati dei bancari, presenti all’incontro, hanno raccontato la loro esperienza relativa al welfare occupazionale. Ai lavoratori del settore del settore la contrattazione è stata in grado di mettere a disposizione una sanità integrativa ampia e diversificata, istituendo anche un fondo per il long term care.

Resta aperto il problema di come rendere più vicini ai bisogni dei territorî i fondi sanitari, disciplinati dai contratti collettivi nazionali. Così come resta aperto il problema di quei lavoratori non coperti dalla contrattazione, con una capacità spesa più bassa e quindi impossibilitati, nel lungo periodo, a sostenere una spesa privata out of pocket. Ben più grave è la situazione di chi, non avendo un’occupazione, si trova escluso sia dal welfare contrattuale sia dalla sanità privata, in un quadro di progressivo restringimento dell’assistenza pubblica.

Tommaso Nutarelli

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