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Home - Approfondimenti - La nota - Budapest dice “No” a Orbán che vuol far crescere l’orario di lavoro

Budapest dice “No” a Orbán che vuol far crescere l’orario di lavoro

17 Dicembre 2018
in La nota
Budapest dice “No” a Orbán che vuol far crescere l’orario di lavoro

“Buon Natale, signor Presidente!” E’ questo lo slogan della manifestazione che si è svolta a Budapest domenica 16 dicembre contro la nuova legge sull’orario di lavoro voluta dal Governo di Viktor Orbán. Un’iniziativa di lotta con cui, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, ha avuto il suo culmine una settimana di proteste abbastanza insolite, in questo periodo, per la capitale ungherese.

Tutto è cominciato mercoledì 12 dicembre quando il Parlamento magiaro, dominato dal partito Fidesz – una forza politica che si caratterizza per il fatto di unire un orientamento nazionalista in politica estera con una atteggiamento conservatore in politica interna – ha approvato una rilevante modifica  del codice del lavoro.

In base alla nuova legge, i datori di lavoro potranno chiedere ai propri dipendenti fino a 400 ore di lavoro straordinario all’anno. Ciò significa, in pratica, che l’orario di lavoro settimanale effettivo di un lavoratore ungherese potrà passare dalle attuali 40 ore a qualcosa di più di 48 ore. Infatti, 8 ore in più per 48 settimane lavorative fa 384 ore in più all’anno. E, come è evidente, con altre 16 ore si arriva al massimo, a questo punto possibile, di 400 ore di straordinario considerato lecito dalla nuova legge.

Dopodiché, a quanto si comprende, starà all’impresa scegliere se portare il lavoro giornaliero dalle 8 ore attuali alle 10 ore, toccando un totale settimanale di 50 ore per 5 giornate lavorative; o se scegliere, invece, di organizzare il lavoro su 6 giornate di 8 ore. In questo secondo caso, il totale settimanale sarebbe di 48 ore.

L’aspetto beffardo della vicenda sta nel fatto che il fantasioso Orbán ha giustificato questa sua brillante iniziativa legislativa sostenendo che essa consentirà ai lavoratori ungheresi di guadagnare di più. Insomma, via “lacci e lacciuoli”, come quelle fastidiose conquiste sindacali che, in tutto il mondo, almeno a partire dagli accordi fatti nel 1936 in Francia col Governo del Fronte Popolare, hanno visto una riduzione progressiva dell’orario di lavoro. E ciò sia su base giornaliera che settimanale e annua.

Ma non basta. Perché, secondo la nuova legge, i datori di lavoro ungheresi potranno posticipare il pagamento dello straordinario per un periodo che, al massimo, potrà toccare i 3 anni. Non è quindi un caso se gli oppositori di questa iniziativa legislativa l’abbiano bollata come “legge schiavistica”; o, se preferite, come una “legge da schiavi”.

Da mercoledì 12 a domenica 16 dicembre, per le vie di Budapest si sono quindi svolte, riporta ancora l’agenzia Reuters, quattro successive dimostrazioni che hanno preso di mira la sede del Parlamento. Ciò fino a quella di domenica, la più grande, cui avrebbero preso parte circa 10.000 manifestanti.

Si tenga presente che questa sequenza di proteste si inserisce in una ripresa di vitalità dell’opposizione ungherese. Ripresa che ha preso le mosse dall’approvazione di un’altra misura di tutt’altra natura, ovvero dall’istituzione di una nuova Corte amministrativa che dovrà occuparsi di questioni politicamente delicate come nuove eventuali leggi elettorali, nonché la tematica della corruzione e altro.

La subordinazione di tale Corte all’Esecutivo è stata considerata dalle forze dell’opposizione come un passo avanti del Governo Orbán nella direzione sbagliata, ovvero nella direzione che rafforza i tratti autoritari e illiberali di un Esecutivo che si è reso famoso, per non dir altro, per l’ostilità esibita contro gli immigrati e, più in generale, per un sovranismo estremistico che diffida di tutto ciò che non viene considerato come autenticamente ungherese.

Ma adesso, la nuova legge sul lavoro può forse consentire all’opposizione di trovare una sua nuova base sociale. Va detto, infatti, che la protesta contro la legge non è partita dalle sponde sindacali, ma da un insieme di forze politiche di sinistra, gruppi studenteschi e movimenti civici. Domenica, però, anche militanti e dirigenti sindacali hanno preso parte alla manifestazione che è partita, racconta la Reuters, “dalla storica piazza degli Eroi” e poi, “in una giornata di freddo pungente” si è diretta verso il Parlamento, posto sulle rive del Danubio.

“Il Governo ignora i lavoratori”, ha detto Tamas Szekely, vicepresidente della Federazione sindacale ungherese. E per questo, ha aggiunto, “dobbiamo alzare la nostra voce”.

Dall’Italia, intanto, è prontamente giunta la solidarietà della Cgil “ai sindacati e ai movimenti che in Ungheria si stanno battendo (…) contro i provvedimenti legislativi sul lavoro imposti dal premier Viktor Orbán”.

“Con questi provvedimenti, adottati senza alcuna forma di dialogo sociale e di coinvolgimento delle rappresentanze dei lavoratori”, ha dichiarato Fausto Durante, coordinatore dell’Area delle politiche internazionali e europee della Cgil, il tempo di lavoro straordinario finirà “nella completa disponibilità dei datori di lavoro”. Questi ultimi, quindi, “potranno avere una formidabile arma di pressione nei confronti dei lavoratori”. E ciò “per intensificare ritmi e tempi della produzione senza contrattazione collettiva” e senza alcun confronto “ con le rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro”. Ciò, ha concluso Durante, significa “scaricare solo sul lavoro la ricerca della competitività”.

Va detto che, fin qui, Viktor Orbán ha conquistato abilmente i consensi di vasti settori dell’opinione pubblica ungherese agitando in termini demagogici il tema delle migrazioni planetarie attualmente in corso, ovvero un tema che non tocca quasi per nulla la realtà ungherese. Ma la paura di un’invasione peraltro inesistente, come è noto, è un sentimento che può insorgere e crescere anche senza una concreta base di fatto.

Ora è troppo presto per dire se per caso, questa volta, Orbán non abbia fatto il passo più lungo della gamba. Secondo Gábor Gyori, un analista del think tank Policy Solutions, basato a Budapest, le cui parole sono state riportate dal sito NPR, “questa è la prima volta che ho visto segni che stia crescendo un’opposizione unita nei confronti di Orbán”. Ancora secondo Gyori, infatti, il capo del Governo ungherese avrebbe fatto “qualcosa che ha scosso un largo settore della popolazione, compresi alcuni dei suoi sostenitori”.

Questa analisi risulterebbe, peraltro, confermata dai dati relativi a un sondaggio condotto da un altro think tank, il Republikon Institute di orientamento liberale. Secondo tale ricerca, il 63% dei sostenitori di Orbán disapprovano la nuova legge sugli straordinari. I giudizi negativi sulla stessa legge salgono poi al 95% fra gli oppositori del leader ungherese. 

Lunedì 17, intanto, Budapest è stata teatro del quinto giorno consecutivo di manifestazioni. Tra gli obiettivi dei dimostranti, al Parlamento si è aggiunta la sede della televisione. E la memoria corre a quella storica giornata dell’Ottobre 1956, quando studenti e operai marciarono uniti verso la sede della Radio.

All’epoca, la Radio era strumento e simbolo del potere stalinista. Oggi la televisione è strumento e simbolo del potere di Orbán. Ma non ci sono più i carri sovietici pronti ad intervenire per porre fine alle proteste. 

@Fernando_Liuzzi

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