Resta interlocutoria, ma con qualche primo spiraglio, la trattativa tra Just Eat e sindacati sulla procedura di licenziamento collettivo aperta dall’azienda per 42 lavoratori. Nel secondo incontro tra le parti, tenutosi mercoledì 27 maggio nell’ambito della procedura prevista dalla legge 223, la società avrebbe manifestato una disponibilità a rivedere il perimetro degli esuberi, senza però indicare ancora numeri precisi.
Per la Filt Cgil il nodo resta duplice: da un lato la tutela occupazionale dei lavoratori coinvolti, dall’altro il rischio che la riorganizzazione finisca per indebolire il presidio sulla sicurezza dei rider e il modello organizzativo costruito da Just Eat negli ultimi anni. «La procedura è ancora all’inizio», spiega Danilo Morini della Filt Cgil – dipartimento trasporto merci e logistica. «Abbiamo approfondito ulteriormente le nostre preoccupazioni, sia sul versante occupazionale sia, soprattutto, su quello della sicurezza. Abbiamo ribadito in maniera unitaria che non firmeremo alcun accordo per licenziare».
La procedura potrà durare complessivamente 75 giorni e l’8 giugno, giorno in cui le parti hanno fissato il prossimo incontro, scatterà il primo passaggio dei 30 giorni. Per quel termine, i sindacati attendono dall’azienda indicazioni più precise sul piano di riorganizzazione. «Abbiamo chiesto il ritiro della procedura o, in subordine, una forte riduzione del perimetro dei licenziamenti», prosegue Morini. «Ma soprattutto chiediamo garanzie precise sui preposti e sulla sicurezza, che per noi resta l’elemento centrale».
Secondo il sindacato, infatti, una parte rilevante dei lavoratori coinvolti svolge funzioni territoriali considerate fondamentali nella gestione operativa del servizio e nelle situazioni critiche. Si tratta di figure che coordinano i rider nelle città, intervengono in caso di emergenze, allerte meteo o problemi organizzativi e rappresentano un presidio diretto sul territorio. «Oggi in Italia Just Eat conta una trentina di persone distribuite nelle varie aree che possono intervenire tempestivamente in caso di meteo avverso o situazioni di rischio».
Il tema è tornato d’attualità anche per via dell’emergenza caldo anticipata, per cui sono state attivate le linee guida anti-caldo per specifici settori. Così come ha fatto anche Assodelivery per i suoi rider. «Anche Just Eat ha un accordo analogo», sottolinea Morini. «Il problema è capire se chi deve attivare questi protocolli sia concretamente presente sul territorio e nelle condizioni di intervenire rapidamente. Se si riducono le persone che si occupano di sicurezza e gestione operativa, il rischio è che questi strumenti non siano più attivabili con tempestività».
Il punto, infatti, non riguarda soltanto i 42 lavoratori coinvolti dalla procedura, ma l’intero assetto organizzativo del modello Just Eat. «La questione occupazionale riguarda quelle persone e noi stiamo cercando di ridurre il danno attraverso ricollocazioni, riprofessionalizzazione e percorsi condivisi, non escludendo anche un eventuale utilizzo della cassa integrazione», spiega Morini. «Ma la questione della sicurezza riguarda 3mila rider». Le uniche uscite immaginabili, ribadisce, sono quelle volontarie e incentivate. «Noi cerchiamo di scongiurare i licenziamenti attraverso percorsi che siano esclusivamente condivisi».
La Filt Cgil continua inoltre a contestare l’impostazione industriale della riorganizzazione annunciata da Just Eat, che l’azienda lega alla necessità di ridurre costi e processi manuali. «Loro sostengono che non si tratti di sostituzione dei lavoratori con l’intelligenza artificiale», afferma Morini. «Ma quando una funzione svolta da una persona viene assorbita da strumenti tecnologici e quella persona viene licenziata, il risultato è comunque una sostituzione. Chiamala intelligenza artificiale, chiamala tecnologia o gestione automatizzata, ma resta il fatto che una parte di quelle funzioni verrà assorbita in quel modo». Secondo il sindacato, il rischio è che la progressiva remotizzazione di alcune attività finisca per ridurre il livello di presidio umano in un settore già fortemente organizzato attraverso piattaforme digitali e algoritmi.
La vertenza si inserisce inoltre in una fase particolarmente delicata per l’intero comparto del delivery, segnata sia dalle iniziative legislative sul lavoro tramite piattaforma sia dalle indagini della Procura di Milano e dagli interventi dell’Antitrust su Glovo e Deliveroo. «L’inopportunità di aprire una procedura di questo tipo proprio ora è evidente», sostiene Morini. «In Italia si sta finalmente discutendo della riduzione del dumping economico e sociale che esiste tra il modello Just Eat e quello delle altre piattaforme. Just Eat aveva l’opportunità di valorizzare il proprio modello in questa fase».
Secondo il sindacato, sulle scelte aziendali pesa anche il ruolo della proprietà finanziaria. L’azienda avrebbe spiegato che la riduzione dei costi rientra in una strategia più ampia definita dalla casa madre, il fondo olandese Prosus. «Quando la proprietà è un fondo di investimento e non un’azienda che opera direttamente nel food delivery, si sconta inevitabilmente una logica più finanziaria», osserva Morini. «La motivazione portata anche al tavolo europeo è quella della riduzione dei costi decisa a livello internazionale. Ma il timing non tiene conto di quello che sta succedendo in Italia».
E conclude: «Finanziarizzare l’economia e il lavoro non ha mai portato bene. Questa vicenda racconta molto non solo del settore delivery, ma anche di un modello industriale sempre più guidato dalla finanza più che dal lavoro e dall’organizzazione produttiva».
Elettra Raffaela Melucci

























