A giugno finirà il Pnrr, ed è dunque il caso di tracciare una prima sintesi per quanto riguarda i suoi effetti sulla parità di genere, dalla fantomatica “certificazione” ai bandi dei progetti di assunzione. In complesso, le iniziative adottate nell’ambito del Pnrr sui progetti che si occupano della condizione femminile valgono complessivamente più di 98 miliardi di euro. Tuttavia, finora meno della metà è stato speso. Inoltre, gli obblighi di legge prevedono che un terzo delle nuove assunzioni nell’ambito del piano riguardino donne o giovani under 36, ma nel 2025 Anac ha verificato che solo nel 7,3% delle procedure è stato adottato. A rendere il quadro ancora più preoccupante, in più della metà dei bandi non è stata predisposta una quota di assunzioni di donne.
Con il supporto di Open polis, ad oggi possiamo affermare che meno della metà è stato speso e che le ditte vincitrici di appalti raramente hanno riservato il 30% di assunzioni di donne. Nel piano italiano sono presenti diverse misure considerate in grado di produrre effetti sull’occupazione femminile, sulla conciliazione tra vita e lavoro e sull’accesso ai servizi. Secondo le ricognizioni ufficiali, sono decine gli interventi del Pnrr associati, in misura più o meno marcata, all’obiettivo di ridurre i divari di genere. Nel corso dell’attuazione del piano, tuttavia, il tema sembra essere progressivamente uscito dal dibattito pubblico. La necessità di accelerare la spesa e rispettare i tempi concordati con le istituzioni Ue infatti ha finito spesso per spostare l’attenzione sulla realizzazione materiale delle opere e sul rispetto delle scadenze. Una dinamica che emerge anche da una relazione dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) sulle clausole sociali previste dal Pnrr.
Uno degli strumenti principali con cui il Pnrr avrebbe dovuto produrre effetti concreti sulla parità di genere era rappresentato dalle cosiddette clausole sociali inserite nei bandi pubblici. La norma nasceva con un obiettivo preciso: utilizzare gli investimenti del piano non solo per realizzare opere e infrastrutture, ma anche per aumentare la partecipazione femminile e giovanile al mercato del lavoro. Le stesse linee guida attuative hanno chiarito che il rispetto di queste clausole costituisce una condizione necessaria per l’ammissibilità della spesa ai fini del rimborso europeo.
Il quadro però è molto diverso da quello inizialmente prospettato. In base ai dati Anac aggiornati ad aprile 2026, dall’avvio del Pnrr sono state bandite oltre 316mila gare. La riserva di assunzioni per donne e giovani risulta prevista soltanto in circa il 34% dei casi. Nel 50,8% dei bandi tale clausola non compare affatto, mentre nel restante 15,5% delle procedure l’informazione non è disponibile. A rendere possibile questa situazione sono soprattutto le numerose deroghe previste dalla normativa. Sono 9 in totale le motivazioni che consentono alle stazioni appaltanti di non applicare la quota del 30%. La causa più frequente riguarda il valore economico ridotto del contratto, che rappresenta il 44,2% delle deroghe registrate. In un ulteriore 39% dei casi la motivazione indicata nei dati è genericamente “altro”, senza ulteriori dettagli. Seguono poi le deroghe legate alla necessità di personale con particolari esperienze professionali o specifiche certificazioni. In alcuni casi Anac parla esplicitamente di violazioni degli obblighi previsti dai contratti e ha indicato sanzioni e blocco del contratto.
Sul sistema di certificazione della parità di genere, intervento più limitato finanziato con 10 milioni di euro, sappiamo che l’obiettivo della misura è incentivare le imprese a ridurre i divari di genere in ambiti come opportunità di carriera, differenze salariali, tutela della maternità e conciliazione tra vita privata e lavoro. La certificazione, introdotta con la legge161/2021, consente alle imprese di accedere a sgravi contributivi e premialità nei bandi pubblici. Il sistema è diventato operativo alla fine del 2022 e negli anni successivi il numero di certificazioni è cresciuto rapidamente. Dopo una revisione del target concordata con la Commissione europea, si prevede che almeno 3mila imprese ottengano la certificazione entro giugno 2026, di cui almeno 1.800 Pmi. Secondo la settima relazione, da giugno 2022 sono state rilasciate 8.798 certificazioni da parte dei 61 organismi accreditati.
Ma la domanda che viene spontanea è: chi ha beneficiato degli sgravi sono state le imprese e i 61 organismi accreditati, ma che impatto hanno avuto sul reale aumento dell’occupazione femminile? Certo che del mercato delle certificazioni hanno beneficiato gli enti di formazione e le aziende che comunque nel tempo possono vantare punteggio nell’assegnazione degli appalti, ma quante piccole e medie imprese ne hanno veramente potuto usufruire? Non è dato saperlo.
Alessandra Servidori

























