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Home - In evidenza - Inapp, 7 nuovi contratti su 10 a tempo determinato

Inapp, 7 nuovi contratti su 10 a tempo determinato

8 Novembre 2022
in In evidenza, Notizie del giorno
Cgil, in dieci anni raddoppiato il numero dei contratti ma i salari restano al palo

Dei nuovi contratti attivati nel 2021, sette su dieci sono a tempo determinato, il part time involontario coinvolge l`11,3% dei lavoratori contro una media Ocse del 3,2%. Solo il 35-40% dei lavoratori atipici passa nell`arco di tre anni ad impieghi stabili, i lavoratori poveri rappresentano ormai il 10,8% del totale. L’Italia, poi, è l`unico Paese dell`area Ocse nel quale, dal 1990 al 2020, il salario medio annuale è diminuito (-2,9%), mentre in Germania è cresciuto del 33,7% e in Francia del 31,1% e dove le politiche in tema di sostenibilità sono state adottate appena dall`8,6% delle imprese, di queste la gran parte solo per il miglioramento nella gestione dei rifiuti, dove invece resta una chimera la creazione di filiere ecosostenibili (appena 1,2%) e per la produzione/consumo di energie da fonti rinnovabili (3,1%).

È quanto emerge dal “Rapporto Inapp 2022 – Lavoro e formazione, l`Italia di fronte alle sfide del futuro” presentato alla Camera dei Deputati dal Sebastiano Fadda, presidente dell`Inapp, l’Istituto nazionale per l`analisi delle politiche pubbliche.

“Malgrado alcuni segnali confortanti – ha affermato Fadda – alcune debolezze del nostro sistema produttivo sembrano essersi cronicizzate, con il lavoro che appare intrappolato tra bassi salari e scarsa produttività. Per questo occorre pensare ad una `nuova stagione` delle politiche del lavoro, che punti a migliorare la qualità dei posti di lavoro, soprattutto per i neoassunti e per i lavoratori a basso reddito, per le posizioni lavorative precarie e con poche possibilità di carriera, dove le donne e i giovani sono ancora maggiormente penalizzati. Le politiche del lavoro devono integrarsi con le politiche industriali e con le politiche di sviluppo, in una strategia unitaria orientata al rafforzamento della struttura produttiva, alla crescita del capitale umano e dell`innovazione tecnologica, al rafforzamento della coesione e della sicurezza sociale. Una strategia che deve essere disegnata ed attuata a tutti i livelli territoriali con un coordinamento capace di rispondere alle sfide del profondo cambiamento strutturale in atto”.

In Italia il tasso di occupazione, sceso dal 58,8 al 56,8% all`inizio della pandemia, ha ripreso a crescere solo nel 2021 e ha impiegato 18 mesi per tornare ai livelli pre-crisi. Nei Paesi Ocse la risalita era già consistente nel secondo trimestre 2020 e si è completata in 15 mesi. Nel 2021 sono stati 11.284.591 le nuove assunzioni, con prevalenza della componente maschile: 54% contro il 46% per le donne.

Nel 2021 il 68,9% dei nuovi contratti sono a tempo determinato (il 14,8% a tempo indeterminato). Nell`insieme il lavoro atipico (ovvero tutte quelle forme di contratto diverse dal contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato full time) rappresenta l`83% delle nuove assunzioni con un aumento del 34% negli ultimi 12 anni.

“Il tema del crescente aumento dei contratti non standard – ha precisato Fadda – rappresenta una costante del modello di sviluppo occupazionale italiano, che ha attraversato la prima crisi 2007-2008, sino a diventare requisito `strutturale` della ripresa post Covid”. A dimostrazione di ciò l`analisi comparata longitudinale per i periodi 2008-2010, 2016-2018 e 2018-2021 di chi svolgeva un impiego precario. In tutti questi periodi la `flessibilità buona` ha portato a un`occupazione stabile tra il 35 e il 40%. Dei rimanenti, sempre a distanza di tre anni, una quota ha continuato a svolgere un lavoro precario (tra il 30 e il 43% a seconda del triennio), un`altra ha perso l`impiego ed è in cerca di lavoro (16-18%), un`altra ancora è uscita dalla forza lavoro dichiarandosi inattiva (17% nel 2021, nel 2010 era il 3%).

Nel 2021 il part time involontario (la quota di lavoratori che svolgono un lavoro a tempo parziale non per scelta) rappresenta l`11,3% del totale dei lavoratori contro il solo 3,2% nell`area Ocse. Allo stesso tempo la tendenza alla riduzione dell`orario di lavoro sembra non arrestarsi e il prodotto per singola ora è bloccato dal 2000 rispetto a tutti i Paesi, non solo membri dell`Ue.

Ci sono poi quanti, pur lavorando (dipendente o autonomo) sono in una famiglia a rischio povertà, cioè con un reddito disponibile equivalente al di sotto della soglia di rischio povertà.

Nell`ultimo decennio (2010-2020) il tasso di “lavoro povero” è stato pressoché costante con un valore medio pari a 11,3% e una distanza rispetto all`Unione europea superiore mediamente del 2,1%.

L`8,7% dei lavoratori, subordinati e autonomi, percepisce una retribuzione annua lorda di meno di 10mila euro mentre solo il 26% dichiara redditi annui superiori a 30mila euro, valori molto bassi se comparati con quelli degli altri lavoratori europei. Se consideriamo il 40% dei lavoratori con reddito più basso, il 12% non è in grado di provvedere autonomamente ad una spesa improvvisa, (quindi non ha risparmi o capacità di ottenere credito), il 20% riesce a fronteggiare spese fino a 300 euro e il 28% spese fino a 800 euro. Quasi uno su tre ha dovuto posticipare cure mediche.

Tutto questo in un contesto generale in cui il nostro Paese nel corso degli ultimi 30 anni (1990 -2020) è l`unico ad aver registrato un calo dei salari (- 2,9%) a fronte di una crescita media dei Paesi Ocse del 38,5%. Nello stesso periodo la produttività è cresciuta del 21,9%, non sembrano dunque aver funzionato i meccanismi di aggancio dei livelli salariali alla performance del lavoro. Nell`ultimo decennio (2010-2020), in particolare, i salari sono diminuiti dell`8,3%.

“Questa condizione di stagnazione dei salari è resa più preoccupante dalla ripresa dell`inflazione – ha concluso il presidente dell`Inapp – per cui si torna a porre il problema dei meccanismi idonei a contrastare la riduzione del potere d`acquisto di tutti i redditi fissi. Le cause di una dinamica salariale così contenuta sono diverse, una di queste è il meccanismo di negoziazione dei salari. Resta bassa la quota di imprese che dichiarano di applicare entrambi i livelli di contrattazione (4%); Inoltre, in sette anni si è ridotto il numero di aziende che dichiarano di applicare un ccnl (-10%), mentre si è più che duplicata la quota di imprese che dichiarano di non applicare alcun contratto (dal 9% nel 2011 al 20% nel 2018)”.

Nel rapporto anche un focus sui fabbisogni di professioni e competenze. Nel 2021 solo 22,8% delle imprese italiane segnala la necessita di adeguare le conoscenze e le competenze di specifiche figure professionali, nel 2017 erano un terzo. Sono le realtà produttive medio-grandi a registrare con maggiore frequenza la necessità di aggiornare le conoscenze e le competenze del personale (37,1% per le imprese con 50-249 addetti e 40,2% per quelle con 250 addetti e oltre). Tra le professioni ad alta qualificazione quelle tecniche sono il segmento per il quale emerge una maggior esigenza di aggiornamento in presenza di processi di innovazione di impresa. In particolare, per il 16,7% delle professioni tecniche viene indicato un fabbisogno professionale laddove sono stati avviati interventi volti a potenziare la competitività di impresa.

Rispetto agli interventi attuati, si segnala come nel sistema produttivo italiano sussistano ancora significative difficoltà e ritardi nello sviluppo di politiche in tema di sostenibilità, adottate tra il 2018 e il 2020 solo dall`8,6% delle imprese (in misura maggiore da quelle medio-grandi). I principali interventi in media hanno infatti riguardato il miglioramento della gestione dei rifiuti (25%), l`efficienza e il risparmio energetico (14,2%) e la prevenzione/riduzione dell`inquinamento ambientale (12,4%).

Il 10,2% delle imprese italiane ha, invece, introdotto innovazioni in tema di competitività (in particolare le imprese medio-grandi, 20% circa). Oltre un quarto (35%) ha introdotto modifiche nell`organizzazione del lavoro, anche in risposta alla pandemia.

tn

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