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Home - Approfondimenti - La nota - Fernanda Wittgens, pioniera dell’arte e della libertà. Il docufilm “Anatomia di un ritratto” porta al cinema la sua storia

Fernanda Wittgens, pioniera dell’arte e della libertà. Il docufilm “Anatomia di un ritratto” porta al cinema la sua storia

di Elettra Raffaela Melucci
9 Settembre 2026
in La nota
“Anatomia di un ritratto”, il documentario su Fernanda Wittgens debutta alla Mostra del cinema di Venezia

«Cancellazione» è forse tra i termini che meglio descrive il nostro contemporaneo: dei corpi, delle identità, della memoria. Ci siamo illusi fosse solo un brutto ricordo e invece torna come un terribile presentimento di cui pure non cogliamo contorni e portata. Questa riflessione sembrerebbe avere poco o nulla a che fare con Fernanda Wittgens, prima donna in Italia a dirigere un museo, la Pinacoteca di Brera, raccontata nel docufilm Anatomia di un ritratto di Francesco Clerici e Mattia Colombo, che ha avuto la sua prima alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia. In realtà, la sua è la storia simbolo del rovesciamento di un sistema di oppressione in un’epoca che presumeva la relegazione dei corpi e delle identità femminili a poco più che mammiferi da compagnia.

Intellettuale, storica e partigiana dell’arte, Wittgens è una figura pionieristica, capace di conquistare un ruolo fino ad allora riservato agli uomini e di trasformarlo in uno spazio di impegno civile. Fin dall’inizio, infatti, Fernanda si oppone al dominio maschile: una donna «a cui il destino ha dato sempre compiti da uomini, ma che li ha sempre assolti senza tradire l’affettività femminile», che si è sempre imposta «limiti di eccezionale sopportazione» al sopruso e, avendo in orrore la polemica, veniva definita «donna terribile» per la sua franchezza, «valchiria» perché nulla e nessuno, nemmeno il fascismo, è stato in grado di fermare la sua cavalcata all’emancipazione. Di questo, lei che al prestigio ha «dedicato tutto», ne fa una missione lunga una vita. E potendone intravedere i risultati, in una lettera alla sua amica Paola Della Pergola, a sua volta direttrice della Galleria Borghese, parlava di una «generazione di donne uscite dalle alcove per essere donne e non femmine, compagni agli uomini», che «come tutti i pionieri pagano il futuro. La donna di domani sarà sicura di sé, perché istinto e intelligenza saranno pari. Noi soffochiamo ancora l’istinto con l’intelligenza e disorientiamo gli uomini».

Fernanda entra a Brera a 25 anni, nel 1928, quando il suo amico e mentore Ettore Modigliani le scrive per chiederle disponibilità. Il sogno è raggiunto tramite il suo talento, ma prevale anche l’eccitazione di avere un lavoro vero. Emozione, ansia: una miscela potente. Viene assunta con un contratto da «operaia avventizia», salariata a 27 lire al giorno più indennità caro viveri. Orari infiniti, certo, obbligo di lavoro sette giorni su sette e spostamenti continui, ma non vede l’ora di dimostrare quello che sa fare.

Il turning point arriva nel 1935, quando Modigliani viene allontanato da Brera con l’accusa di antifascismo e in seguito perseguitato in quanto ebreo. Il rispetto per gli altri, il senso della giustizia e la coerenza imparati in famiglia – nella quale il pluralismo, la diversità, erano valori e non una colpa – spingono Fernanda a opporsi alla barbarie. Così entra a far parte di una rete per lo più femminile che aiutava ebrei e perseguitati politici a fuggire in Svizzera. «Sarebbe bello essere intellettuali in tempi pacifici e diventare codardi o anche semplicemente neutri quando c’è un pericolo». Il suo è un proposito fermo «che risponde a tutto il mio modo di vivere: non posso fare diversamente perché ho un cuore che risponde così, un cervello che reagisce così».

Il 16 agosto 1940 vince il concorso per la direzione della Pinacoteca di Brera. È la prima donna in Italia a ricoprire quell’incarico. Un primato che però si infrange con la distruzione dell’edificio, prudentemente svuotata delle sue opere su impulso di Wittgens, durante i bombardamenti del 1943 e la sospensione, dal 14 luglio 1944, dal grado di direttore. Viene privata dello stipendio e condannata a venti anni di carcere con l’imputazione di favoreggiamento all’espatrio e all’occultamento «di ebrei ed elementi sbandati». Sarà liberata solo dopo la fine della guerra e sin dalla prima ora si adopererà per la sua ricostruzione. «Il sogno umanistico dell’accordo di arte, lettere e scienze che Maria Teresa e Napoleone realizzarono nella pietra viva di Brera è il nostro sogno». È il sogno di Fernanda, quello di restituire la Pinacoteca a tutti e non solo a un ristretto gruppo di iniziati; il sogno di una vita intera fatta di lotta per l’emancipazione, delle arti, dell’umanità e della condizione femminile. «In Spirito e verità», enuncia alla fine della sua vita, rifuggendo ancora una volta da effimeri tributi e autocompiaciuta vanità. Quel che anela, adesso, è un lusso mai conosciuto: la pace, quasi atarassia, ma senza lasciare andare l’amore per la vita.

Una storia così, però, arriva al presente attraverso ciò che ne resta: tracce scarse che impongono un faticoso confronto con le lacune e le mancanze che il tempo lascia dietro di sé.

Il docufilm di Clerici e Colombo – che nasce sotto la stella del femminile, scritto insieme a Giulia Cosentino, Eleonora Mazzoni e Laura Sudiro, su soggetto di Mazzoni e Sudiro – è infatti un lungo lavoro di ricomposizione degli scarsi frammenti rimasti sulla vita di Wittgens: poche fotografie, un filmato di appena cinque secondi e alcune lettere. Ma è in questa assenza che gli autori rintracciano un’opportunità narrativa. Ciò che emerge è un ritratto profondo e composito. Clerici e Colombo trascendono dal biopic per approdare a un’elegante «soggettiva immaginata» di Fernanda Wittgens, coinvolgendo l’attrice Sara Drago e la storica dell’arte, nonché biografa di Wittgens stessa, Giovanna Ginex. «A un certo punto delle riprese – raccontano i registi – Giovanna ci ha detto una frase che, col tempo, è diventata anche la nostra: “I buchi, le lacune, le mancanze vanno rispettati.” Non sono un limite da colmare. Fanno parte del ritratto». È a quel punto che sorge la consapevolezza dell’impossibilità di raccontare definitivamente Fernanda. «Perché il cinema, forse, non serve a ricostruire completamente una persona (e non lo può fare, anche volendo). Serve a evocarla. A creare le condizioni perché, per un istante, quella presenza torni a manifestarsi attraverso le parole, i corpi, gli sguardi e l’immaginazione di chi continua a cercarla».

Drago e Ginex lavorano sulle lettere di Fernanda per restituirle una voce negata dal tempo – a un passo dalla cancellazione della sua memoria – e il “dietro le quinte” della registrazione diventa la sostanza di un film «sull’impossibilità di raccontare in modo “vero” una vita, ma sul senso che quella vita può rappresentare oggi». Anatomia di un ritratto è quindi un gioco di specchi, in cui la figura di Fernanda si riflette nelle due donne che provano a ricostruirne la storia, ma anche nel loro e nostro confronto con il presente. Il volto austero di Fernanda non smette di interrogare la nostra statura, il nostro posizionamento nel mondo e sul ruolo che vogliamo avere al suo interno. Ma soprattutto impone una continuità con la sua storia di militante in tempi in cui le nubi si addensano all’orizzonte del femminile, cancellando conquiste – diritti – che credevamo inalienabili.

Anatomia di un ritratto è prodotto da Rossofilm con Luce Cinecittà e Lab 80 Film, in coproduzione tra Italia e Svizzera con Rough Cat e RSI – Radiotelevisione svizzera, con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione generale Cinema e audiovisivo. Il film è scritto da Francesco Clerici, Mattia Colombo, Giulia Cosentino, Eleonora Mazzoni e Laura Sudiro, su soggetto di Mazzoni e Sudiro, con la supervisione scientifica di Giovanna Ginex, ed è liberamente ispirato a L’allodola di Giovanna Ginex e Rosangela Percoco, edito da Salani. Nel cast figurano Sara Drago e Giovanna Ginex. Il montaggio è di Serena Pighi con Ilaria Fraioli, la fotografia di Timon De Graaf Boelè, le musiche originali di Alexandre Julien Maurer e Luca Fois.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Giornalista de Il diario del lavoro

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