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Home - Primo Piano - Per internazionalizzare le PMI servono competenze manageriali e professionali

Per internazionalizzare le PMI servono competenze manageriali e professionali

di Maurizio Quarta
6 Novembre 2023
in Analisi
Lombardia, firmato accordo regionale per studenti apprendisti

Nell’ultimo periodo si è discusso di come ottimizzare l’approccio delle PMI ai processi di internazionalizzazione sull’asse Milano – Bari. A Milano si è tenuto l’evento di presentazione dell’indagine 2023 sull’internazionalizzazione delle aziende manifatturiere lombarde, mentre a Bari si è tenuto il secondo congresso nazionale di WILL Italia (Worldwide Indipendent Lawyers League), focalizzato sugli aspetti operativi dei processi di attività all’estero.

Il tema dell’internazionalizzazione delle imprese italiane, specie delle PMI, è sempre caldissimo, anche alla luce di numeri in continua crescita: può essere allora interessante mettere a confronto domanda e offerta, sia pure in maniera indiretta, così come sono emerse dai due convegni citati: uno focalizzato sulle reali esperienze delle imprese del territorio da cui emergono i bisogni di chi all’estero si muove, l’altro con una maggiore accentuazione sul lato dei servizi professionali alle imprese, specie PMI, che vogliano muoversi su quei mercati.

L’analisi di Confindustria Lombardia

Partiamo da Milano, con la presentazione del “Rapporto indagine internazionalizzazione 2023 – Riposizionamento e nuove geografie per le imprese lombarde” di Confindustria Lombardia e Assolombarda in collaborazione con Regione Lombardia, ISPI e SACE.

Lo studio sull’internazionalizzazione delle imprese lombarde offre un eccellente visione, quasi al microscopio, sui loro orientamenti in tema di mercati esteri e sulle relative modalità operative con cui questi si traducono in azione: la sua significatività è in certo qual modo garantita sia dall’ampiezza del campione, che ha interessato una realtà di 1.002 aziende manifatturiere attive sui mercati esteri, sia dalla rilevanza che il contesto lombardo ha nell’export italiano. La regione Lombardia rappresenta infatti, in media negli ultimi anni, circa un quarto dell’export totale nazionale (oltretutto con una crescita di oltre il 27% rispetto ai valori pre-COVID del 2019), seguita a buona distanza da Emilia Romagna e Veneto (con un 13% circa ciascuna). Livelli decisamente superiori anche a quelli dei benchmark europei, quali il tedesco Bayern e il francese Auvergne-Rhône-Alpes, entrambi a circa il 14%.

Ad oggi, si tratta ancora di un business prevalentemente concentrato sulle attività di esportazione (96% delle imprese), con una presenza diretta ancora abbastanza limitata, tra filiali (9%), uffici di rappresentanza e insediamenti produttivi (entrambe al 7%), così come è molto basso il ricorso a joint venture locali sia per la produzione che per la vendita.

Logica conseguenza di questo tipo di approccio è l’ampiezza dei paesi in cui ciascuna azienda esporta: 23 in media, anche se circa un 25% del business viene realizzato con il principale paese di destinazione, valore in ascesa ad indicare una maggiore propensione alla concentrazione delle esportazioni.

Quali sono oggi questi paesi? Francia, Germania, Spagna e USA (in termini di vendite), mentre per sul podio per gli  insediamenti commerciali ci sono USA, Germania e Francia e, per gli insediamenti produttivi, Cina, USA e Germania.

Gli ultimi avvenimenti geopolitici hanno originato un sensibile mutamento nelle gerarchie dei paesi di destinazione dei prodotti italiani rispetto al 2021, specie se consideriamo la lista dei paesi “obiettivo” nel periodo 2023-25: crolla la Russia, sensibilmente ridimensionata la Cina, in aumento i flussi verso USA (primo paese al 24% del totale), Germania, Francia, UAE e Brasile. Si assiste anche all’ingresso di due rilevanti nuove presenze, Australia e Canada che rappresentano oggi il 5° e il 7° paese per importanza, che conferma una certa tendenza delle imprese lombarde a muoversi verso paesi sempre più lontani.

Come molto efficacemente sintetizzato da Francesco Buzzella, Presidente di Confindustria Lombardia, “bisogna portare sempre più geopolitica nella fabbrica”, ovvero osservare con estrema attenzione i cambiamenti in atto e sapere reagire con prontezza ed efficacia, come nei fatti hanno dimostrato le aziende lombarde.

Oltre alla capacità di spostare il baricentro delle attività in funzione del quadro geopolitico globale, le imprese lombarde hanno registrato un significativo aumento della loro competitività, non solo mantenendo le quote di mercato acquisite, ma acquisendone di nuove nel 38,5% dei casi. Qualità, innovazione e flessibilità i fattori principali alla base dei risultati raggiunti.

Una leva importante riguarda i cambiamenti nella supply chain, già evidenziati in una recente edizione del World Manufacturing Forum: quasi un terzo delle imprese ha già cambiato o sta per cambiare nel breve periodo uno o più fornitori con una forte tendenza all’accorciamento delle catene di fornitura. Non a caso, in oltre il 44% dei casi, i nuovi fornitori selezionati sono localizzati in Europa, Italia o Lombardia (anche in virtuosa combinazione tra le tre aree), per una logica prevalente di minor costo, ma anche di minor rischio globale (prodotto, logistica, geopolitica).

Tra i trend che maggiormente influenzeranno le strategie di internazionalizzazione, a parte l’incertezza sugli scenari geopolitici che la fa da padrone, un elemento rilevante (24% circa) riguarda la disponibilità di capitale umano, risorse e competenze per pianificare e gestire al meglio i processi di internazionalizzazione.

Veronica Squinzi, Vice Presidente di Assolombarda, ha evidenziato la necessità di una “presenza più strutturata”, così come una delle aziende presenti al tavolo ha parlato di una strategia mirata ad “essere più locali”, ciò che significa passare progressivamente dalla logica della tipica azienda esportatrice che vede i mercati esteri come sbocco addizionale e nulla più a quella di un’azienda innovatrice che percepisce i mercati esteri come fonte di fattori produttivi e quindi come destinatari di investimenti diretti.

Servono quindi competenze di tipo strategico per definire un piano di internazionalizzazione dell’impresa, ma anche di tipo operativo, possibilmente locale, per implementarlo; fanno riflettere testimonianze di imprenditori che dicono “l’export è il 55% del nostro business, ma, a parte due paesi, non so veramente perché siamo presenti negli altri … ci chiamano e noi rispondiamo” oppure “in un paesi per noi chiave abbiamo trovato il manager locale adatto solo al quarto tentativo, dopo tre fallimenti … tempo, soldi ed energie spese per nulla”.

Specialmente nel secondo caso, la possibilità di operare con temporary manager locali potrebbe soddisfare le esigenze più sopra richiamate (presenza strutturata e maggiormente locale) e garantire risultati positivi nei tempi tipicamente veloci dello strumento.

Il congresso di WILL Italia (Worldwide Indipendent Lawyers League) a Bari

Oltre alle competenze manageriali e operative, sia in Italia che nei paesi di destinazione, le imprese chiedono anche supporto professionale specialistico (oltre il 27% nell’analisi lombarda).

Il secondo congresso nazionale di WILL su “Processi e strategie di internazionalizzazione delle imprese” ha approfondito i contributi che dal mondo professionale possono arrivare per superare gli ostacoli legati alle peculiarità fiscali e giuridiche oltre i confini nazionali, in primis dal mondo dei legali e dei commercialisti, i cui ordini hanno non a caso patrocinato l’incontro, insieme, tra gli altri, a Confindustria e Camera di Commercio.

L’interazione virtuosa tra professionisti, sia in ottica interdisciplinare che in ottica internazionale, è stato uno dei temi conduttori del congresso, con particolare riguardo alle attività internazionali delle imprese più piccole. Il punto è stato ben chiarito da Marco Buscema, fondatore di WILL, quando ha sottolineato che la mission di una lega di avvocati presente oggi in 72 paesi è quella di “rendere accessibile l’assistenza legale di alto livello in diverse nazioni del mondo”. L’evento di Bari “si inserisce in questo solco, tracciato da professionisti che sono autonomi e indipendenti nella loro attività e che quindi hanno scelto volontariamente di mettersi insieme, al servizio degli altri”.

Il tema dell’interazione tra professionisti è stato ribadito con forza da  Giovanni Parente e da Michele Locuratolo, rispettivamente Presidente e Vice Presidente di A.I.C.E.C. – Associazione Internazionalizzazione Commercialisti Esperti Contabili, nata con l’obiettivo esplicito di supportare i commercialisti arricchendone e integrandone il  bagaglio professionale con le competenze necessarie a supportare le PMI nei processi di internazionalizzazione.

Molto interessante il principio di promuovere anche la figura del “commercialista made in Italy”, portatore di un insieme di competenza riscontrabili all’estero solo in più figure professionali.

Nell’ottica dell’interazione virtuosa è stato annunciato un accordo di partnership tra WILL e A.I.C.E.C.

Il tema del fare squadra tra professionisti è emerso anche in altri interventi della giornata in cui la capacità di fare sinergia vera tra portatori di competenze diverse e complementari è stata più volte richiamata, non solo tra commercialisti e avvocati, ma anche includendo esperti di compliance, temporary manager italiani o locali, esperti di finanziamenti alle imprese, come ormai in moltissimi casi già avviene.

In tema di finanziamenti e supporti all’internazionalizzazione, uno spunto molto particolare e meritevole di assoluto interesse, ma ancora poco conosciuto e utilizzato, è emerso nelle discussioni a latere del convegno: parliamo dello strumento dei bandi e dei tender internazionali, con particolare riferimento ad alcune aree geografiche. Peraltro, nell’indagine lombarda, oltre l’8% delle imprese considera importante il supporto per gare d’appalto all’estero.

Un’area ritenuta di elezione per l’affiancamento di questi strumenti a quelli dell’export tradizionale è l’Africa, un continente che sarà il mercato forse non di domani, ma di dopodomani certamente sì: sono tante le PMI italiane che guardano con interesse a molti paesi africani, ma hanno tuttora molte difficoltà a capire come muoversi in contesti nazionali dove il comparto privato ha una presenza ancora limitata.

Senza entrare in questa sede in un eccessivo dettaglio tecnico, si fa riferimento ai tender utilizzati dalle cosiddette banche multilaterali (es. World Bank) per realizzare i progetti dalle stesse finanziati. Possono partecipare aziende singole o raggruppate in ATI, con il beneficio di minimizzare il rischio paese complessivo (affidabilità dei pagamenti, trasparenza dei processi operativi, …), in molti casi rilevante e che spesso rappresenta purtroppo un deterrente significativo allo sviluppo delle attività.

Maurizio Quarta – Managing partner di Temporary Management & Capital Advisors

Maurizio Quarta

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