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Home - Notizie del giorno - Industria metalmeccanica, autopsia di una crisi. I dati del report Fiom

Industria metalmeccanica, autopsia di una crisi. I dati del report Fiom

4 Marzo 2026
in Notizie del giorno
Istat, nel III trim tasso disoccupazione stabile all’11,2%, aumentano precari

Scarsi investimenti, ridotte dimensioni di impresa, inadeguatezza alle transizioni, crisi dei principali settori, con tutto quel che ne consegue in termini di occupazione. L’indagine presentata oggi a Roma dal centro studi della Fiom-Cgil nazionale su stato e tendenze dell’industria metalmeccanica nazionale fotografa una situazione pesantissima. Per quanto riguarda l’andamento dell’occupazione, le tute blu, tra il 2008 e il 2024, sono scese 2.088.424 a 1.984.649. Solo grazie agli ammortizzatori sociali è stata in parte tamponata l’emorragia di posti di lavoro: in dodici mesi, tra il 2024 e il 2025, le ore di cassa integrazione autorizzate passano da 260.382.235 a 308.858.366, con una crescita di quasi 50 milioni di ore in più di cassa. Le sole ore autorizzate nel 2025 corrispondono a oltre 148mila posti di lavoro.

Le debolezze dell’industria metalmeccanica hanno varie ragioni, una delle quali è da individuare nelle dimensioni di impresa: in media, con meno di 30 addetti, contro una media Ue di 44. Il divario si allarga mettendo a confronto Germania e Italia. In Germania, nel settore metallurgico, il 50,8% di imprese è costituito da micro-imprese (0-9 addetti), mentre in Italia il dato sale al 63,8%. Nel medesimo settore in Germania quasi il 9% è costituito da grandi imprese (oltre 250 addetti), mentre in Italia questa taglia dimensionale è di poco superiore al 2%. Piccole, ma profittevoli: nel decennio 2014 – 2023 il profitto delle imprese per ora lavorata è aumentato da 13,59 euro a 23,73 euro (con una crescita di oltre 10 euro, pari al 74,6%), mentre al contrario il costo del lavoro per ora lavorata è aumentato solo di 3,34 euro (+ 12%).

Altro fattore di debolezza sono gli scarsi investimenti: quelli delle imprese manifatturiere in rapporto al PIL sono scesi, e nonostante una leggera ripresa negli ultimi anni trainata da PNRR e incentivi pubblici, siamo ancora oltre 6,1 punti al di sotto del livello del 2000. Se si fa un confronto a livello internazionale nel periodo 2006-2023, emerge come l’Italia sia ultima con un rapporto tra investimenti e valore della produzione pari al 2,65%, dopo Germania (2,91%), Giappone (2,79%), ma soprattutto ampiamente staccata da Ungheria (4,69%), Corea del Sud (4,31%), Turchia (4,16%), Polonia e Repubblica Ceca (entrambe attorno a 3,75%).

Terzo fattore, la perdita di sovranità industriale: le acquisizioni di imprese italiane metalmeccaniche dall’estero durante il Governo Meloni, nel periodo tra novembre 2022 e gennaio 2026, sono state 255 di maggioranza e 60 di minoranza, oltre a 16 incrementi di capitale e 3 joint venture. Tra le imprese acquisite dall’estero è in via di completamento l’operazione relativa a Iveco in favore di Tata Motors, mentre è stata completata l’acquisizione di Piaggio Aero da parte dell’azienda turca Baykar Makina.

La conseguenza più visibile di questa inadeguatezza dell’industria metalmeccanica nazionale sono i tavoli di crisi al Mimit: sono 43.117 le lavoratrici e i lavoratori coinvolti in 42 tavoli attualmente presenti, attivi e di monitoraggio, i settori più colpiti sono evidentemente la siderurgia con 16.307 lavoratori a rischio, nell’automotive sono 12.650, nell’elettrodomestico 7.740, nelle telecomunicazioni-informatica 3446, nell’energia 1330, nell’aerospazio 1102.

Venendo ai singoli settori, i principali pilastri dell’industria meccanica, e cioè elettrodomestici e automotive, sono messi come segue.

Per quanto riguarda gli elettrodomestici, nel decennio 2014 – 2024 la produzione è crollata: i frigoriferi hanno registrato -662.330 pezzi (-34,41%), le lavastoviglie -186.244 (-21,62%), le lavatrici -2.325.549 (-60,23%), le cappe -3.909.511 (-70,24%), le aspirapolveri -1.092.464 (-64,02%).

Ma è l’automotive è il settore che sta pagando di più gli effetti della crisi dell’industria. Se nei primi 9 mesi del 2000 la produzione di auto si attestava a 1.077.995, nel 2025 siamo a 179.737, con un crollo del -83,3% nella produzione nazionale. A causa del crollo della produzione di automobili, l’Italia è costretta ad esportare una parte consistente di componentistica: i principali paesi verso i quali esportiamo sono Germania, Francia, Usa, Polonia e Spagna.

In compenso, le auto si importano: “le auto di cilindrata più piccola (inferiore a 1.000 centimetri cubici) le importiamo principalmente da Spagna, Marocco, Romania, Ceca e Turchia; quelle di cilindrata compresa tra 1.000 e 1.500 centimetri cubici principalmente da Spagna, Cina, Germania, Polonia, Marocco. La presenza di Spagna e Marocco tra i principali paesi da cui importiamo queste tipologie di auto (cioè quelle di cilindrata inferiore) consente di affermare due cose: 1) il fatto che ci sia la Spagna indica il fatto che le auto mass-market possono essere prodotte anche in paesi occidentali; 2) la presenza del Marocco è indicativa delle strategie di Stellantis di progressiva delocalizzazione in Nord Africa di queste produzioni”. Con il crescere della cilindrata (compresa tra 1.500 e 3.000 centimetri cubici) e con l’elettrificazione cresce invece il ruolo della Germania.

Crollano, nel settore, anche gli investimenti dall’estero, che nel periodo 2015-2024 hanno registrato un dato negativo pari a -9,153 miliardi di euro: “complessivamente siamo di fronte ad un processo di disinvestimento”, chiosa la Fiom. Al contrario gli investimenti dall’Italia verso l’estero sono stati pari a 8,251 miliardi di euro (e tra questi vi sono gli investimenti in Paesi del Nord Africa).

E la struttura industriale dell’Italia è inadeguata, dal punto di vista della capacità produttiva installata, anche per affrontare la transizione energetica: “se guardiamo alla produzione di trasformatori e di apparati per l’energia elettrica, vediamo che la produzione domestica rispetto al fabbisogno copre soltanto, rispettivamente, il 60% e il 79% del fabbisogno nazionale; per la parte restante (40% e 21%) dipendiamo da importazioni dall’estero. I principali Paesi da cui importiamo apparati per l’energia sono prevalentemente europei (Germania, Francia, Repubblica Ceca, Ungheria) più la Cina.

Stessa musica per quanto riguarda la transizione digitale: l’apparato industriale italiano è inadeguato, la produzione domestica copre soltanto il 21,7% del fabbisogno di apparati per le telecomunicazioni, mentre nel caso di apparati per ICT solo l’11,7%. In questo caso, quindi, la dipendenza dalle importazioni dall’estero è ancora più preoccupante. I Paesi da cui importiamo apparati per le TLC sono prevalentemente asiatici (Cina, Vietnam, India). In questo ambito, vale la pena di ricordare che la produzione di semiconduttori è pari a 3.029.469.000 euro, ma di questi ben 1.845.554.674 euro sono esportati, in quanto in Italia prevalentemente i microchip vengono realizzati soltanto per la fase di front-end, mentre il loro assemblaggio finale (back-end) avviene in altri Paesi verso i quali esportiamo il semiconduttore non ancora completo (Singapore, Malesia, Filippine ecc.).

Importiamo anche acciaio, la meta’ di quanto e’ necessario all’industria. Tra il 2011 e il 2024 la produzione domestica e’ scesa di 9,18 milioni di tonnellate (-33,97%), mentre aumentano le importazioni di 0,238 milioni di tonnellate (+1,44%). Nel 2024 i principali Paesi da cui importiamo sono: Vietnam, India, Germania, Cina e Francia (prodotti piani); Spagna, Germania, Repubblica Ceca, Francia e Cina  (prodotti lunghi). “Il drastico calo della produzione domestica di acciaio  -osserva la Fiom- ha comportato una maggiore dipendenza dall’estero di tutte le filiere produttive italiane: in esse mediamente il peso percentuale dell’acciaio estero diretto e indiretto utilizzato è pari al 49,37%.”

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