Entro il 2030 il 60% della popolazione del pianeta vivrà nelle città. La crescita dei centri urbani sta procedendo a un ritmo mai visto, spinto, almeno in certe aree del pianeta, dall’andamento della demografia. Città in crescente competizione tra loro come luoghi attrattivi per gli investimenti. È questo lo scenario globale nel quale si inserisce il convegno dell’Ance, l’Associazione nazionale dei costruttori edili, Citta da vivere. Come rilanciare il modello della città italiana.
Guardando all’Italia i dati elaborati dall’Ance, e illustrati da Flavio Monosilio, direttore del Centro studi dell’associazione, ci restituiscono una mappa delle città con luci e ombre. I centri urbani, anche se non tutti e non allo stesso modo, hanno saputo riprendersi dalla crisi del 2008. Il Pil di Milano è aumentato del 16,2%, quello di Roma dello 0,5% e Torino segna, invece, una leggera flessione dello 0,6%. Chi invece registra una crescita inferiore a 16 anni fa sono Palermo e Napoli, con un -2,8% e un -3,9%. Se guardiamo a quei settori che hanno trainato la ricchezza delle città ovunque il contributo dell’industria si è sensibilmente ridotto, le costruzioni, prima vittima della crisi del 2008, hanno avuto un ruolo di traino, soprattutto nel post pandemia, con Napoli che mette a segno le performance migliori ma con l’edilizia di Milano che ha visto un andamento anticipatore rispetto alla dinamica generale. C’è, inoltre, l’ apporto sempre maggiore dei servizi. Fatto 100 il valore nel 2000, nel capoluogo lombardo hanno registrato un picco del 56%, nella capitale del 29% e Palermo del 12%. Meno dinamici Torino e Napoli con un +12% e un + 5,6%.
Trend che si riflettono anche sui bacini occupazionali. In calo quello dell’industria, in espansione quello dell’edilizia e in forte allargamento nel terziario. In quest’ultimo l’occupazione, dal 2000, è cresciuta del 52 per cento a Milano, del 33 e del 32% a Torino e Roma, del 29,5% a Palermo. L’attrattività delle città si attesta anche per la loro capacità di generare lavoro per i giovani. Una capacità però a macchia di leopardo. La media nazionale della disoccupazione giovanile è al 21%. Milano e Torino sono sotto, rispettivamente con il 16,7% e il 18,6%. Roma poco sopra, 23,3%, Napoli e Palermo schizzano al 40 e al 45%.
Se questi sono i punti di dinamismo delle città, gli elementi di crisi si manifestano sotto più voci, prima tra tutte l’accesso alla casa. In media il mutuo si mangia il 30% di quanto una famiglia guadagna annualmente. A Milano per i nuclei che arrivano a 41mila euro il mutuo si porta via la metà, percentuale che si ferma al 35% per chi ha un reddito di circa 59mila euro. A Roma i redditi che si aggirano sui 33mila euro devono lasciare nel mutuo il 36% del proprio guadagno, a Torino al mutuo è destinato il 30% delle retribuzione per chi arriva 32mila euro e a Napoli la percentuale tocca i 34 punti per redditi pari a 26.700 euro. Nella Città Metropolitana di Milano gli alloggi nell’area centrale sono inaccessibili anche per quelle famiglie che hanno un reddito che le posiziona nel quarto quintile della popolazione, ossia la seconda fascia più ricca. A Roma la situazione migliora ma di poco.
Forti diseguaglianze si manifestano anche sul reddito. A Milano la classe di popolazione più ricca guadagna 27 volte di più di quella più povera, a Roma 18 volte, a Torino 15 e a Napoli 13. Rapporti superiori alla media nazionale che si attesta a 12 volte. E la povertà nei grandi centri è maggiore che altrove. La media italiana di famiglie con un basso Isee, inferiore ai 7mila euro, è al 25,4%. Tra le città la più virtuosa è, in questo senso, Torino con una percentuale che tocca i 26 punti. Milano e Roma sono al 30%, mentre a Napoli quasi una famiglia su due ha un Isee basso.
A incidere sullo sviluppo delle nostre città anche l’andamento demografico. L’Italia e l’Europa stanno vivendo una fase di declino. Questo sta sì implicando un ampliamento dei centri urbani, dovuto principalmente allo svuotamento dei centri rurali, ma non la nascita di megalopoli sopra i dieci milioni di abitanti nel Vecchio Continente. Nei prossimi anni solo Londra sarà sopra questa soglia, mentre le megalopoli prolifereranno in Africa e soprattutto in Asia. Guardando alla struttura demografica delle città italiane, dal 2002 al 2050, il Centro Studi dell’Ance segnala un progressivo e diffuso ribaltamento della piramide. Se però a Roma e soprattutto Milano questo ribaltamento è più contenuto, complice la loro forza attrattiva, nei centri del meridione è più marcato.
Ma quando si parla di emergenza abitativa e di accesso alla casa si tocca un tema non solo italiano ma anche europeo. A gennaio il governo Meloni ha annunciato un Piano casa che dovrebbe portare, nei prossimi 10 anni, alla creazione di 100mila alloggia a prezzi calmierati. Un Piano casa che a breve potrebbe avere una prima gamba su cui muoversi come ha spiegato il viceministro alla Infrastrutture, Edoardo Rixi. “Venerdì, quindi dopodomani, andrà in consiglio dei Ministri – tutto lo lascia presupporre – un decreto legge sul Piano casa che metterà a disposizione 950 milioni sulla ristrutturazione di due pilastri che sono sostanzialmente legati all’edilizia residenziale pubblica e di un terzo pilastro che sta elaborando Palazzo Chigi sul tema sull’integrazione di fondi privati”.
Un’ulteriore gamba “alla quale il ministro Salvini sta lavorando molto – ha proseguito Rixi – è ottenere 1 miliardo e 200 milioni di euro dalla rimodulazione del Pnrr. In prospettiva si devono creare delle condizioni stabili, che non dipendano dalla disponibilità economica della finanziaria di turno, per evitare bolle speculative e costringere le imprese a muoversi a fisarmonica, con tutte le difficoltà nel reperire manodopera e materiali che conosciamo”.
“Non possiamo pensare che edifici degli anni 50-60 possano ancora vivere 30-40 anni. Il cittadino deve vivere in case accoglienti, sostenibili dal punto di vista del consumo energetico e in contesti sicuri. Quindi non basta solo ristrutturare ma dovremmo pensare anche di ricostruire interi quartieri delle città. Serve una visione comune sinergica. Non è una battaglia contro l’ambiente o contro i beni culturali, ma abbiamo bisogno di una rigenerazione complessiva”.
Sul versante europeo, il Piano Casa, presentato lo scorso dicembre dal commissario per l’Energia e la Casa, Dan Jorgensen, prevede 43 miliardi di investimenti già mobilitati nel budget europeo, altri 10 in arrivo da InvestEu, ai quali si aggiungeranno le risorse della riprogrammazione dei Fondi di coesione e quelle del prossimo bilancio di lungo termine dell’Ue e del Fondo sociale per il clima. Ancora, entro il 2029, sono previsti investimenti per 375 miliardi da parte di banche e istituzioni di promozione. Un piano dunque ambizioso: per essere attuato e realizzare 650mila nuove case ogni dodici mesi serviranno 150 miliardi di euro all’anno.
“La difficoltà dell’accessibilità alla casa non è più derubricabile a un tema di carattere nazionale. Negli anni passati pensavamo che la mancanza di un alloggio fosse un problema delle fasce più deboli, oggi invece non è più così” ha detto Irene Tinagli, Presidente Commissione speciale sulla crisi degli alloggi nell’Unione europea.
“Al livello europeo abbiamo iniziato a raccogliere i dati per individuare le diverse cause del problema. Dentro il Parlamento si sono confrontate a lungo due visioni: chi dice di aumentare l’offerta di abitazioni e chi, invece, di sostenere la domanda. Sono soluzioni valide ma che non vanno prese da sole: con la prima si rischia di non cogliere i bisogni, con la seconda di innescare una fiammata inflattiva. Dobbiamo capire – ha continuato Tinagli – che la composizione della società è molto cambiata. Oggi offriamo lo stesso stock di case a famiglie, studenti e turisti”.
Un piano casa che “non si può immaginare a risorse invariate. Negli anni c’è stata una riduzione dei fondi pubblici, ma non si può pensare di scaricare tematiche che hanno un impatto sociale solo sul privato. Anche il pubblico deve fare la sua parte. Per questo serve un maggior coordinamento tra politiche europee e nazionali” ha concluso Tinagli.
“Il tema della città è un tema che Ance tratta da molto molto tempo” ha detto la presidente Federica Brancaccio. “Ci sono tensioni. Ci sono città che non riescono a dare risposta all’emergenza abitativa. Ci sono città che non sono riuscite a lavorare sull’adattamento climatico. Vediamo tematiche legate al caldo, alla pioggia, gli eventi alluvionali degli ultimi periodi che si stanno purtroppo intensificando. Ci rappresentano un quadro di staticità eccessiva. Poi abbiamo, invece, delle città che sono andate avanti, che sono state per anni prese a modello.
“Le città – ha avvertito la presidente dell’Ance – non devono diventare non luoghi, è su questo che dobbiamo lavorare, le città devono essere un mix di inclusione, di ricchezza, perché va bene che le nostre città possano attrarre anche i miliardari del mondo, perché portano denaro, portano immagine, portano visibilità, ma insieme a tutto questo ci vuole il bilanciamento. E senza di questo non c’è futuro, non è che non c’è futuro per il nostro paese, non c’è futuro per l’Europa, non c’è futuro per il mondo, perché quando le disuguaglianze superano una certa asticella poi non sta bene più nessuno”.
Tommaso Nutarelli


























