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Home - Approfondimenti - La nota - Precarietà al femminile: le donne nella trappola del part time e nella scelta tra essere lavoratrici e madri. I dati dello studio dell’Anmil

Precarietà al femminile: le donne nella trappola del part time e nella scelta tra essere lavoratrici e madri. I dati dello studio dell’Anmil

di Tommaso Nutarelli
9 Marzo 2026
in La nota
Donne, Cgil: superare il patriarcato nel mercato del lavoro

Fra i tanti elementi che bisogna tenere in considerazione quando si vuole analizzare il lavoro delle donne è la sua qualità. Perché oltre all’aspetto quantitativo, che negli anni ha visto un progressivo miglioramento – anche se ancora molto al di sotto degli standard dei paesi economicamente più avanzati. Il Global Gender Report 2024  del World Economic Forum posiziona l’Italia all’87esimo posto, con una perdita di 24 posizioni, con il tasso di occupazione femminile al 54%, rispetto al 71% dei colleghi uomini e al 67,7% della media europea – quello che incide sulla carriera e la pensione di una lavoratrice è il valore dell’occupazione che ricopre. È questo il centro dello studio dell’Anmil, l’Associazione nazionale dei mutilati e invalidi del lavoro, Donne e precariato: una scelta imposta, presentato alla Sala della Lupa della Camera dei deputati e dedicato a Luana D’Orazio, uccisa a 22 anni da un orditoio in un’azienda tessile di Montemurlo in provincia di Prato, e alle gemelle Sara e Aurora Esposito, morte a 26 anni a seguito dell’esplosione di una fabbrica abusiva di fuochi d’artificio a Ercolano.

Come detto dal lato della quantità il nostro paese ha compiuto anni da gigante negli ultimi 60 anni. Dal 1965, anno che segna la fine del miracolo economico, al 2025 siamo passati da 5,5 milioni di donne occupate a 10 milioni e 300 mila. La costante che è rimasta è che il lavoro per le donne continua a essere prevalentemente fragile e discontinuo. Se guardiamo alle assunzioni del 2024 la percentuale dei contratti a tempo determinato che ha riguardato le donne è del 15,7% contro il 12,6% degli uomini, ma il dato che più di altri colpisce è la durata del tempo di lavoro: il part time ha interessato il 31,5% delle donne contro l’8,1% per gli uomini. Una scelta, come spiega l’Anmil, in molte occasioni non libera mai imposta. I compiti di cura, ancora considerati un’esclusiva della donna, l’assenza di welfare e servizi capillari obbliga le lavoratrici a carriere frammentate e discontinue.

Ma anche quando il lavoro di donne e uomini si equivalgono per tipologia contrattuale e numero di ore permane il divario retributivo. Secondo l’Istat la retribuzione lorda annua media per un dipendente a tempo indeterminato e full time è di 37.302 euro. Ma i lavoratori dipendenti guadagnano oltre 6.000 euro in più rispetto alle lavoratrici, 39.982 euro contro 33.807, con un vantaggio per gli uomini pari al 18,3%. Va sottolineato che gli importi delle retribuzioni indicati si riferiscono alla media nazionale, ma i valori che si registrano nelle varie aree territoriali del paese sono molto differenziati tra loro. Il divario è minore nel nord Italia, in media sotto il 10% e più che doppio nel Sud, oltre il 20%.

Nel mercato del lavoro ci sono poi settori spiccatamente femminili. Pubblica amministrazione, commercio, sanità e assistenza registrano i numeri più alti in termini assoluti: quasi due milioni nella prima, poco meno di un milione e quattrocento mila nel terziario e leggermente al di sopra del milione e 300mila nella terza. Se guardiamo invece la percentuale, la presenza di donne è maggiore nel lavoro domestico, 87,5%, di cui il 70% è di origine straniera, istruzione con il 77,4% e sanità con il 70%. Comparti relativamente più sicuri per quanto riguarda la salute e la sicurezza, anche se non manco dei rischi per le lavoratrici.

I numeri, sempre relativi al 2024, ci dicono che nel complesso sia gli infortuni sia gli eventi mortali toccano in misura minore le lavoratrici: i primi per il 36% e i secondi per l’8,3%. Un dato da sottolineare è il fatto che il 40% delle morti femminili avviene in itinere. Secondo le risultanze raccolte dall’Anmil la percentuale è imputabile al fatto che le donne, ancor di più dei loro partner, soffrono maggiormente lo stress del percorso di andata e ritorno dal lavoro per il l loro ruolo di moglie-madre-lavoratrice sulla quale ricadono, ancor quasi esclusivamente, tutta una serie di pesanti incombenze familiari prima di recarsi al lavoro. Stress che viene poi ulteriormente aggravato se in presenza di una condizione di precarietà lavorativa che spesso le costringe al doppio lavoro. Dalle stesse statistiche Inail si rileva, peraltro, che la maggior parte degli infortuni in itinere che coinvolgono le donne avviene tra le 7 e le 9 del mattino: ulteriore conseguenza, per la donna che lavora, del problema di conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di cura della famiglia.

Per quanto riguarda gli infortuni suddivisi per settore, nel lavoro domestico il 90 per cento degli incidenti colpisce le donne, nella sanità il 70% mente nella pubblica amministrazione e nel commercio le percentuali si attestano al 50%. Gli infortuni sono imputabili allo sforzo fisico, a cadute e scivolamenti, ma sono sempre più diffuse le aggressioni, soprattutto nella sanità, dove nel 73% dei casi a farne le spese sono le infermiere. Se poi guardiamo all’indice di incidenza, ossia al rapporto tra gli infortuni denunciati e il rapporto tra numero di addetti o ore lavorate, troviamo sanità e agricoltura sostanzialmente appaiate al 26%, sei punti sopra la media nazionale.

“La precarietà delle donne –  ha detto Chiara Gribaudo, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia – non può essere derubricata a una mera questione al femminile o come una condizione personale della singola lavoratrice, ma come un problema che impatta sulle collettività e sul sistema economico. Infatti la bassa partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne ruba al paese quasi nove punti di Pil. Quello occorre che è anche un cambio culturale. Bisogna passare da una conciliazione tutta a carico delle donne a un’idea di genitorialità diffusa. La bocciatura per arrivare a un congedo paritario obbligatorio è l’ennesima occasione persa. Ma anche il decreto legislativo del governo sulla trasparenza salariale – ha spiegato Gribaudo – rischia di avere il sapore di un’opportunità mancata perché non si deve guardare solo al lavoro subordinato femminile ma anche a quello autonomo”.

Per Silvia Ciucciovino, professoressa di diritto del lavoro all’Università Roma Tre, “gli interventi fatti in questi anni per rimuovere la disparità non sono mai stati strutturali perché sempre legati alla disponibilità economica della finanziaria di turno. Il contratto di lavoro non può da solo fornire tutti gli strumenti per la conciliazione, ma in questo senso deve muoversi anche la società. Le leggi – ha proseguito – posso creare e diffondere quella cultura della parità. Penso che la certificazione di parità non sia un semplice adempimento cultura per le aziende ma un passo in avanti per una maggiore consapevolezza”.

Per quanto riguarda gli strumenti che l’Ispettorato nazionale del lavoro può mettere in campo per proteggere il lavoro delle donne, la sua azione di tutela “è sia ispettiva che amministrativa – ha precisato Micaela Cappellini, ispettrice del lavoro e coordinatrice della Fp-Cgil Toscana all’interno dell’Inl -. La prima è volta sia a prevenire che a contrastare le possibili ipotesi di discriminazione lavorativa, intendendo per discriminazione sia quella diretta che quella indiretta”. Una delle maggiori violazioni riscontrate dall’Inl riguarda proprio il libero esercizio della genitorialità da parte delle lavoratrici. Per quanto riguarda la seconda “vengono in rilievo anzitutto i provvedimenti di interdizione dalla maternità nella forma dell’anticipazione e della estensione in presenza di lavori faticosi, pericolosi e insalubri. Un’altra forma di tutela amministrativa è la convalida nelle dimissioni nel cosiddetto periodo protetto, ossia lavoratrici in gravidanza e genitori con figli fino a 3 anni”.

L’analisi presente nell’ultima “Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri” evidenza come circa l’80 per cento dei destinatari di convalida si colloca tra i 29 e i 44 anni, che per le donne indica l’arco di tempo nel quale decidono di diventare madri. “Ma soprattutto – afferma l’ispettrice – ciò che emerge è che per le convalide femminili la motivazione prevalente è la difficoltà di conciliazione tra lavoro e cura, 74,7% nel 2023 e 77,5 % nel 2024, seguita dall’assenza e di servizi, per il 45,2% nel 2023 e il 47,5% nel 2024. Tra gli uomini, invece, la motivazione principale di recesso è di carattere professionale, mentre la cura dei figli è indicata solo nel 16,7% dei casi nel 2023 e del 21,1% nel 2024”.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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