Segretario Faraoni l’ “Avviso Comune”, che i sindacati firmato assieme ad Asstel e Federmanager, ha molto il sapore di un manifesto di politica industriale e di visione per le Tlc. È così?
È esattamente un manifesto di politica industriale e di prospettiva, che sancisce anche una definitiva alleanza tra le parti sociali per chiedere a tutte le istituzioni maggiore attenzione alla filiera delle Tlc.
In che modo?
Non si può pensare che aziende e sindacati trovino, da soli, sempre le soluzioni per tutte le sfide che la filiera sta affrontando ed è chiamata a governare. È impensabile che per affrontare i grandi cambiamenti del settore si mettano in campo solo interventi e misure estemporanei e non organici.
Qual è la maggiore priorità?
Come prima cosa servono risorse. Deve finire l’idea di drenare fondi dalle aziende che poi possono portare anche a delle ripercussioni sull’organizzazione del lavoro e la tenuta occupazionale.
Dunque il Pnrr non è bastato e non è stato usato a dovere?
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che tra poco finirà, ha risolto solo in parte i ritardi del paese. Siamo indietro sulla copertura del 5g quando si dovrebbe investire già sul 6g.
Che cosa chiedete dunque?
Sono le aziende che fino a questo momento si sono fatte carico degli investimenti per ammodernare le infrastrutture. Ma questo non è più sostenibile, anche perché le grandi piattaforme di streaming e di e commerce, che sfruttano queste infrastrutture, non se ne sono mai fatte carico. Per questo rivendichiamo un quadro regolatorio stabile, che metta a terra investimenti strutturali data la natura altamente strategica della filiera. Anche la politica sulle frequenze deve essere rivista e i costi non possono più gravare sulle spalle delle imprese.
Altri temi?
C’è tutta la questione della formazione che è di vitale importanza. Noi, ancor più che di altre filiere, viviamo in prima persona gli effetti dei cambiamenti tecnologici. Per questo è importante attrarre giovani formati, ma anche riqualificare la forza lavoro presente, pur consapevoli delle difficoltà che ci sono nel farlo con un lavoratore cinquantenne. Le aziende devono essere chiare nel manifestare i propri piani organizzativi e le istituzioni devono comprendere che gli ammortizzatori sociali che abbiamo non solo assolutamente allineati con i bisogni del settore. Siamo convinti che la transizione occupazionale e quindi demografica possa essere gestita in modo vincente tramite la partecipazione. Rendere partecipi i lavoratori dei processi organizzativi significa anche aumentare la produttività e far sì che la presenza dell’intelligenza artificiale non sottragga lavoro ma lo supporti.
Nel documento fate riferimento anche ai call center.
Nei Crm Bpo, appunto il mondo dei call center, bisogna passare da un lavoro basato sulla quantità e l’incertezza legata alla committenza di turno a un lavoro che punti sulla qualità e che veda anche processi di aggregazione. Quindi non solo la semplice assistenza al cliente, che è un po’ l’immagine classica dei call center, ma anche la gestione di altri servizi digitali, come la digitalizzazione del fascicolo sanitario elettronico come abbiamo fatto con la ex Abramo in Calabria, devono diventare il core business dei call center. Una loro maggiore strutturazione permettere anche agli operatori del settore di non tenere più in pancia la fornitura di determinati servizi.
Rimanendo sempre nel mondo dei call center il Tribunale di Trani ha stabilito che il contratto Cisal, applicato in modo unilaterale da Network Contacts, opera in dumping.
Quello dei contratti pirata è un’altra questione che abbiamo posto nel documento. Ovviamente quello della Network Contacts è il classico esempio di un contratto che esula da quelli che sono gli standard contenuti del contratto delle Tlc. Ma c’è anche un tema di ridefinizione dei perimetri contrattuali. Soprattutto nei call center troviamo l’applicazione di contratti firmati da sindacati confederali ma che sono del terziario. È nelle crepe di questi confini, non sempre chiari, che si inseriscono i sindacati gialli.
Cambiando totalmente argomento, le tensioni geopolitiche ci mettono davanti alla necessità non solo di arrivare a un’indipendenza nella difesa e nell’energia, ma anche nel digitale. In principio fu Starlink, progetto poi abbandonato. L’Italia e l’Europa sono sulla buona strada?
Starlink è stato giustamente abbandonato perché era un servizio che poi non sarebbe stato efficace nella copertura. Riguardo al fatto che l’Italia e l’Europa siano pronte o meno il mio auspicio è che si arrivi agli Stati Uniti d’Europa, capaci di garantire anche una sovranità digitale. Come Europa abbiamo diverse eccellenze e alcuni cloud sovrani, ma per la maggior parte del traffico dei dati ci appoggiamo a cloud americani, che rispondono a logiche più di mercato che di tutela dei diritti e del bene pubblico. E visti i tempi incerti dare i far uscire i nostri dati, che sono il nuovo petrolio, di certo non rafforza la nostra sovranità.
Tommaso Nutarelli


























