Negli ultimi giorni il trasporto pubblico milanese è finito al centro delle cronache dopo una serie di episodi che hanno coinvolto la rete tranviaria della città. Ad accendere l’attenzione è stato il grave incidente avvenuto a fine febbraio, quando un tram della linea 9 è deragliato in pieno centro causando due morti e decine di feriti. Le autorità stanno ancora indagando per accertare le responsabilità, attribuite in prima battuta a un malore del conducente, ma l’evento è stato definito da più parti come senza precedenti per il sistema di trasporto urbano di Milano.
Secondo i sindacati, tuttavia, è stata proprio la gravità di quell’episodio ad amplificare l’attenzione mediatica su altri tre casi di malfunzionamento della rete gestita da ATM. «Quello che è successo con il Tramlink 9 è stata una tragedia terribile, ma anche inedita nelle modalità per il trasporto pubblico milanese», spiega a Il Diario del Lavoro Angelo Piccirillo, segretario generale della Filt Cgil Lombardia. «Abbiamo però l’impressione che quell’episodio abbia acceso i riflettori su situazioni che purtroppo occasionalmente capitano per il tipo di mobilità del tram». Il riferimento è ad alcuni deragliamenti segnalati nei giorni successivi. «In certe condizioni, se sui binari c’è un ostacolo, il tram può uscire dalle rotaie. È già successo in passato: si tratta di episodi che possono provocare sì spavento, ma senza conseguenze per passeggeri e lavoratori».
Diverso, invece, il caso del principio di incendio su un convoglio in servizio che si è verificato mercoledì 11 marzo. Secondo le prime ricostruzioni, il problema sarebbe stato causato dal distacco di un cavo della linea aerea, che entrando in contatto con il pantografo del mezzo ha provocato un corto circuito. Anche in questo caso non ci sono stati feriti, grazie alla prontezza del conducente e all’intervento dei vigili del fuoco, ma solo spavento. «Non è un episodio periodico, ma andrà comunque capito insieme all’azienda quale sia stata la causa», spiega Piccirillo. «Potrebbe dipendere da un’erosione dei cavi oppure da un problema legato alle bacchette del tram che alimentano il mezzo attraverso il contatto con la linea elettrica».
Secondo il sindacato, perciò, è importante evitare letture semplificate. «Non bisogna mettere tutti i casi insieme», sottolinea il segretario della Filt Cgil Lombardia. «Alcuni episodi sono legati alle caratteristiche stesse del mezzo e della rete, mentre l’incidente del Tramlink 9 è evidentemente fuori scala. Non c’è una “pandemia della salute dei tram” a Milano».
Questo non significa, però, sottovalutare i problemi. «Ogni disservizio viene monitorato sia dall’azienda sia dal sindacato», aggiunge Piccirillo. «Sui mezzi pubblici, insieme ai passeggeri, ci sono anche i lavoratori. Per questo non bisogna né banalizzare né minimizzare».
Il caso della linea 9 resta al centro delle verifiche anche dal punto di vista delle responsabilità. Secondo le prime informazioni, il conducente avrebbe avuto un malore alla guida. «Sarà compito dell’autorità stabilire con precisione cosa sia accaduto», spiega il sindacalista. «Parliamo di un lavoratore con una lunga e ineccepibile carriera, che ha sempre superato i controlli previsti dall’azienda». In generale, quando si verificano incidenti o problemi durante il servizio, i lavoratori del trasporto pubblico possono contare su diversi strumenti di tutela. Per le cause di lavoro il sindacato garantisce il patrocinio legale, mentre per i procedimenti penali legati all’attività di servizio è l’azienda stessa a farsi carico delle spese.
Sul fronte della sicurezza, però, le criticità più segnalate dal personale non riguardano tanto gli incidenti tecnici, quanto un fenomeno ormai diffuso in tutto il Paese: le aggressioni agli operatori del trasporto pubblico. «È il problema più grande», afferma Piccirillo. «Soprattutto su alcune linee e in alcune fasce orarie». A questo si aggiungono le condizioni di lavoro tipiche del settore. Il trasporto pubblico locale è infatti organizzato su turni continui — spesso con il cosiddetto sistema “sei per sei”, sei giorni di lavoro a settimana con sei ore di servizio giornaliero — che comporta meno riposi e un recupero psicofisico più difficile per i lavoratori.
La difficoltà di conciliare turni, responsabilità e retribuzioni relativamente basse, poi, sta producendo un altro effetto: sempre meno persone sono disposte a fare questo mestiere. «Oggi molte aziende fanno fatica a trovare personale», osserva il segretario della Filt Cgil Lombardia. «Non solo ATM, ma anche le autolinee private».
Il tema salariale resta quindi centrale nelle relazioni con l’azienda. A Milano esistono accordi integrativi che migliorano le condizioni economiche previste dal contratto nazionale, ma secondo il sindacato il problema ha radici più profonde e riguarda il finanziamento complessivo del trasporto pubblico locale in Italia. «Il fondo statale che finanzia il TPL dovrebbe essere aumentato di circa cinque miliardi per portare l’Italia al livello degli altri grandi Paesi europei», sostiene Piccirillo. «Oggi invece ci troviamo con risorse incerte di anno in anno».
Un’incertezza che non riguarda solo gli investimenti, ma anche gli stipendi dei lavoratori. «Il contratto nazionale è stato firmato e prevedeva diverse tranche di aumenti», ricorda il sindacalista. «Ma il ministero ci ha convocati per dirci che non è sicuro di poter garantire le risorse necessarie per la seconda tranche. È un fatto molto grave». Un nodo riguarda anche l’origine delle risorse che avrebbero dovuto finanziare parte di quegli aumenti. «Una quota dei fondi doveva arrivare dalle accise sui carburanti», ricorda Piccirillo. «L’idea aveva anche una logica ambientale: far pagare di più chi inquina di più e usare quelle risorse per sostenere la mobilità collettiva». Secondo il sindacalista però, questo meccanismo oggi rischia di saltare. «Adesso si parla di abbassare le accise per contenere il prezzo dei carburanti dovuto al conflitto in Iran. Bisognerà capire se questo comporterà ulteriori tagli alle risorse destinate al trasporto pubblico locale».
Per il sindacato si tratta di una situazione senza precedenti nel settore. Tradizionalmente, spiegano dalla Filt Cgil, le difficoltà nel reperire le risorse si concentravano nella fase delle trattative per il rinnovo dei contratti; una volta firmato l’accordo, però, i finanziamenti venivano garantiti per tutta la durata contrattuale. Oggi invece il rischio è che manchino le coperture anche per impegni già presi. «È un segnale molto preoccupante», osserva il segretario della Filt Cgil Lombardia. «Se lo Stato non garantisce nemmeno le risorse necessarie per rispettare gli accordi che ha già sottoscritto, diventa difficile dare stabilità a tutto il sistema del trasporto pubblico locale».
Secondo la Filt Cgil, la questione rientra in un quadro più ampio di progressivo disinvestimento nei servizi pubblici che, in questo caso, tocca direttamente il diritto costituzionale alla mobilità dei cittadini. «Spesso si ricorda che la mobilità è un diritto quando si parla degli scioperi nel trasporto pubblico», osserva Piccirillo. «Ma se mancano gli investimenti strutturali nel sistema, è proprio quel diritto che rischia di essere compromesso». Per il sindacato si tratta di un vero e proprio cortocircuito nel dibattito pubblico. «Gli scioperi vengono sempre organizzati nel rispetto della legge. Ma il diritto alla mobilità non può essere evocato solo quando i lavoratori protestano: va garantito ogni giorno attraverso finanziamenti adeguati e un servizio pubblico che funzioni».
«Il trasporto pubblico è una delle infrastrutture fondamentali per il funzionamento delle città», conclude Piccirillo. «Se non si investe in modo stabile, diventa difficile migliorare il servizio, garantire condizioni di lavoro adeguate e convincere sempre più persone a lasciare l’auto privata».
Elettra Raffaela Melucci



























