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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Disastro referendum più economia in crisi: è allarme rosso per il governo

Disastro referendum più economia in crisi: è allarme rosso per il governo

di Maurizio Ricci
24 Marzo 2026
in Poveri e ricchi
AUDIZIONE SU LEGGE DI BILANCIO 2025

Un disastro. Come forare una gomma al momento di entrare in un tunnel buio, che non si sa quando e come finisce. Dove la ruota forata è la sconfitta nel referendum, il tunnel è l’allarme per l’economia e lo sbocco è la scadenza delle elezioni, rivelatasi, di colpo, tutta in salita. Il referendum, insomma, da trampolino di lancio si è trasformato in una trappola insidiosa. Per Giorgia Meloni, il suo governo, la sua maggioranza – è il giudizio che nessuno contesta – è il momento più difficile.

Politica ed economia si intrecciano sempre, ma, questa volta, più del solito. Il no alla riforma Nordio, infatti, va visto nel contesto della situazione economica del paese e di come la Meloni intendeva gestirla, per arrivare nelle condizioni politicamente migliori alle elezioni del prossimo anno. Il punto è semplice: l’economia va male ed è assai probabile che, nei prossimi mesi, vada molto peggio, mentre il governo non ha più l’abbrivio politico per strizzarne quel minimo di grasso, che pensava di aver messo da parte per lubrificare la prossima campagna elettorale.

Per colmo di ironia, l’unica buona notizia che viene dall’economia non è quella che avrebbe voluto la Meloni. Grazie ai suoi buoni uffici e al rapporto speciale instaurato con Trump, siamo più al riparo di altri dagli strali e dall’ira funesta dell’Uomo dei Dazi? Ma chi se ne frega. I dazi ci fanno un baffo. L’anno scorso l’export italiano è cresciuto complessivamente del 3,3 per cento, quello verso gli Usa, nonostante le dogane, di un cospicuo 7,2 per cento. Merito – non imprevedibile – della qualità delle esportazioni italiane e della difficoltà a sostituirle. E, dunque, il futuro in America preoccupa poco. Il 60 per cento delle imprese italiane che esportano in Usa non ha avvertito un calo delle vendite, il 76 per cento non ha cambiato i prezzi, il 60 per cento conta di non modificare assolutamente nulla il prossimo anno. I dazi li pagano i consumatori americani e via così.

Tutto il resto, però, è da allarme rosso. La guerra nel Golfo Persico è una mazzata su una economia che già zoppicava vistosamente. Nel quarto trimestre il Pil è cresciuto solo dello 0,2 per cento sul trimestre precedente. La produzione industriale a gennaio è scesa dello 0,5 per cento su dicembre, che già era sceso dello 0,6 per cento su novembre. Il miracolo dell’occupazione si riduce ad un aumento di 70 mila posti su un anno fa, mentre esplode il numero di chi non studia e non lavora (un italiano fra i 15 e i 64 anni su tre). Il governo, per l’anno prossimo, contava poco sulle esportazioni e molto sulla domanda interna. Ma i consumi sono già in rallentamento (più 0,1 per cento nel quarto trimestre, nonostante il Natale, sotto zero le spese serie, cioè i beni durevoli). E adesso arriva l’effetto Hormuz. Anche se la guerra finisse domani, ci vorrebbero molti mesi per tornare alla normalità e ai prezzi di ieri del petrolio. Bollette e pieni di serbatoio più cari, costi più alti per le industrie. L’inflazione, già in rialzo all’1,6 per cento sull’ultimo anno non è alta, ma l’accelerazione dei prezzi taglierà comuque i consumi e le speranze sul Pil. Lo sviluppo zero è ad un passo, anzi, di fatto, puntavamo allo zero già prima del blocco di Hormuz. L’ultima delle sfortune della Meloni è, infatti, che i soldi europei del Pnrr finiscono quest’anno e, negli ultimi due anni il Pil è cresciuto solo grazie ai soldi del Pnrr. Dal prossimo anno si vola da soli.

Come si traduce tutto questo in politica? E’ convinzione diffusa che la cautela e la moderazione mostrate da Meloni e Giorgetti nell’ultima Finanziaria mirassero a mettere fieno in cascina per una Finanziaria assai più pirotecnica e generosa per il 2027, quello delle elezioni. Il fieno sta finendo rapidamente, la prossima Finanziaria rischia di essere lacrime e sangue, forse è meglio non andare a votare con il paese parcheggiato in panne e un governo senza fiato, sia per fare le riforme che per irrobustire i redditi.

Nascono da qui le voci insistenti su un anticipo della scadenza elettorale di primavera all’autunno o anche all’estate, prima di una Finanziaria troppo avara, di scollamenti della maggioranza che impantanino qualsiasi velleità di riforme, del ricompattarsi dell’opposizione. Sarà il tormentone delle prossime settimane. La maledizione dei referendum, che già azzopparono Berlusconi e Renzi, è ormai diventata materia di studio per politologi.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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