Alla previsione del governo che l’economia, nel 2026, sarebbe cresciuta dell0 0,8 per cento e non grazie all’eterno bonus delle esportazioni (che anzi sarebbero andate così così), ma in virtù della spinta dei consumi e di redditi in crescita, francamente avevano creduto in pochi. E, infatti, i modelli econometrici di Bruxelles hanno ridimensionato quello 0,8 allo 0,5 per cento, quanto basta per assegnare all’Italia la maglia nera fra le economie europee. Purtroppo, non è (solo) un concorso di bellezza: alla misura della crescita del Pil sono agganciati gli equilibri della finanza pubblica e gli spazi di intervento a sostegno dell’economia, in un momento difficile per tutti. Basta? No, le cattive notizie non finiscono qui. E’ dubbio che tre decimali in meno siano sufficienti a scontare in pieno l’effetto Hormuz, ovvero l’impatto del blocco dello stretto e dei flussi di petrolio, metano, fertilizzanti che vi transitavano. Anche se la guerra si fermasse, davvero, nei prossimi giorni, infatti, ci vorranno mesi perché le forniture si normalizzino. Produzione, inflazione, tassi di interesse, potere d’acquisto ne risentiranno ben dentro il 2027.
E poi? Non sono quei tre o quattro decimali in più o in meno del Pil quest’anno o il prossimo il metro su cui giudicare l’economia italiana, un quarto di secolo dopo l’introduzione dell’euro o la rivoluzione di Internet, tanto per indicare due grandi sommovimenti della storia. Conta, piuttosto, a cavallo di questo 2026, la sensazione di aver mancato, forse, meglio, tradito una grande promessa, di quelle che, poi, non tornano. Il dopo Covid ci aveva messo nelle mani la cifra, mai vista, di 200 miliardi di euro, con cui ripensare da zero una economia che è ferma da inizio secolo: in vent’anni siamo cresciuti meno – complessivamente – del 2 per cento, la Francia, la Germania, la Spagna del 20. Era la grande occasione per ridare al paese le ali per volare: non solo – e non tanto – rimediare a radicate storture sociali, quanto, piuttosto, rimettere strutture e processi – tecnologici, giuridici, finanziari – dell’economia nazionale alla pari degli altri paesi.
Il Pnrr, il piano che doveva dare corpo a queste speranze, si esaurisce fra pochi mesi, a dicembre. E lo sconsolato ritratto che l’Istat ci dà, intanto, del paese allinea, osserva un accorato commento, “bassa crescita, elevata esclusione sociale, scarsa parità di genere, mancata valorizzazione dei giovani”. Questo non vuol dire affatto che il Pnrr non sia servito a nulla. Al contrario, ha tenuto in piedi il paese. In questi anni – 2026 compreso – i magri decimali di crescita sono quasi interamente frutto della spinta degli investimenti del Pnrr. Senza – ed è una condanna durissima – saremmo andati in recessione. Tutto qui, però? Le ambizioni erano ben altre: non il Pil del 2026, ma quello dal 2030 in avanti.
Guardando indietro, è forse il più grande fallimento del governo Meloni. Non è tutta colpa sua. In questi casi, l’impostazione iniziale (governo Conte) e le direttrici fissate (governo Draghi) finiscono per pesare su tutto lo svolgimento del piano. Ma per quattro anni su cinque, è stata Giorgia Meloni ad avere in mano i soldi e le leve del Pnrr e lo zelo riformista del governo, anziché su economia, industria, tecnologia, ricerca, competitività, si è esaurito su diritti, immigrazione, giustizia e sicurezza, in una resa di conti con le egemonie (vere o supposte) del passato, anziché sulle premesse del futuro.
Lo specchio più nitido di questo tradimento delle speranze del paese lo fornisce proprio quello che, nelle parole del governo, è il suo risultato più ricco e importante: il miracolo dell’aumento dell’occupazione. Le dimensioni effettive di questo miracolo sono discutibili, ma un aumento c’è stato. Il punto è che si è trattato dell’aumento sbagliato. Ancora una volta si è lasciato che le imprese agissero sulla quantità, anziché sulla qualità della forza lavoro. Il mondo cambia in fretta, ma, come negli anni ’80, la bussola resta puntata sul costo del lavoro e la caccia ai bassi salari. Una recente ricerca dell’Oxford bulletin of economics and statistics testimonia come, in questi anni, le imprese abbiano sfruttato la deregolamentazione del mercato del lavoro per rastrellare soprattutto lavoratori a bassa qualifica (e basso salario), anche dove le sfide della concorrenza avrebbero spinto a cercare competenze e professionalità. La controprova è nei dati – che nessuno contesta – dell’aumento di occupazione. E’ un miracolo per vecchi, l’unica fascia di lavoratori in aumento nell’occupazione. E la spiegazione è nelle qualifiche, se non obsolete, certo datate, della loro professionalità. I giovani, i nativi digitali, quelli con in tasca diploma o laurea, sono rimasti fuori.
Maurizio Ricci
























