Nel 2023 gli addetti delle imprese attive in Italia erano circa 18,6 milioni, di questi 3 milioni operano nella manifattura, 783 mila nel comparto metalmeccanico, 3,4 milioni nel commercio e 9,3 milioni nei servizi, ossia il 50%. L’economia de servizi è ormai “un fenomeno strutturale. Non si tratta di una questione di parte, di mero interesse degli operatori economici. Tutt’altro. Appare necessario governare il fenomeno in un’ottica di interesse generale” ha detto Massimo Stronati, presidente di Confcooperative Lavoro e Servizi nella relazione di apertura dell’assemblea “Il valore del lavoro, l’economia sociale di mercato”. L’assemblea nazionale, che si concluderà con l’elezione dei nuovi organi della federazione, giunge al termine di una stagione assembleare che ha coinvolto 17 assemblea regionali, e in otto di queste è stata rinnovata la presidenza territoriali.
Venendo al quadro generale, da tempo la nostra economia si muove sul terreno della bassa produttività: non è un caso la crescita degli occupati negli ultimi anni si concentra soprattutto in lavori a basso valore aggiunto e bassa produttività. “Incide su questo aspetto – ha spiegato Stronati – anche un approccio culturale per il quale esisterebbero lavori umili da destinare a fasce deboli di cittadini. Si determinano così modelli di inclusione fragile destinati a creare ghettizzazione e conflitto sociale”.
Per il presidente di Confcooperative Lavoro e Servizi “appaiono investite da questo approccio, in particolare, le varie attività afferenti al settore dei servizi, nelle quali si registrano da anni bassa competitività e una costante contrazione dei salari, conseguenze entrambe, specie nei servizi in appalto e ad alta intensità di mano d’opera, di una serie di elementi connessi e correlati ad una congenita e strutturale tendenza al risparmio e quindi al ribasso”. Ma per il numero uno della federazione le transizioni, ambientale e digitali, non possono essere “affrontate al risparmio”.
Nella sua relazione Stronati ha poi riservato un passaggio sulla questione degli appalti e del salario. Per quanto riguarda il primo punto, centrale per un settore che vive principalmente di gare, il Codice dei contratti pubblici nel 2023 ha affermato il rapporto diretto tra affidamento pubblico e contratto collettivo nazionale, puntando a limitare il fenomeno dei contratti pirati che agiscono in dumping su retribuzione e diritti.
Inoltre nella relazione si specifica come l’importo complessivo degli appalti pubblici di servizi sia cresciuto nel tempo, passando da poco più di 70 miliardi di euro nel 2021 a 110 miliardi nel 2025, con i servizi che rappresentano, con il 42,8% del totale delle procedure di affidamento pubblico, la categoria più rilevante. “Appare quindi necessaria e non più procrastinabile – ha precisato Stronati – la qualificazione della domanda, della capacità di acquisto del committente pubblico, come strumento per qualificare l’offerta, le prestazioni degli operatori economici, garantendo così opere e servizi più adeguati alle esigenze attuali, oltre che migliori retribuzioni”.
Sulla questione del salario e, nello specifico, salario giusto Stronati ha ricordato come il decreto del Primo di Maggio abbia introdotto questo concetto “ancorato alla contrattazione collettiva comparativamente più rappresentativa. Ma perché il principio del salario giusto sia effettivo anche negli affidamenti pubblici ad alta intensità di mano d’opera, di lunga durata, appaiono determinanti misure che rendano praticabile il mantenimento dell’equilibrio contrattuale, meccanismi di revisione dei prezzi certi ed esigibili, riferiti anche agli incrementi del costo della manodopera”.
Affinché tutto questo possa concretizzarsi “servono strumenti ed interventi a garanzia dell’equilibrio economico dell’appalto che rendano, anche in caso di affidamento pubblico, certa l’effettività del salario giusto”. È inoltre necessario “una più attenta e strategica considerazione del costo del lavoro in fase di definizione del quadro economico degli affidamenti pubblici, che definiscano cioè il costo del lavoro come parte strutturale dell’appalto”.
“Serve riconoscere gli affidamenti pubblici non come una questione tra le parti ma una leva fondamentale per lo sviluppo economico e sociale del Paese. Serve acquisire la consapevolezza della loro importanza strategica in termini di creazione di lavoro buono e servizi adeguati alle esigenze delle collettività” ha concluso Stronati.
Tommaso Nutarelli



























