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Home - Approfondimenti - Interviste - Caporalato, Barbalaco (Uila Calabria): un bracciante irregolare è terreno fertile per la criminalità

Caporalato, Barbalaco (Uila Calabria): un bracciante irregolare è terreno fertile per la criminalità

di Emanuele Ghiani
5 Giugno 2026
in Interviste
Caporalato, Barbalaco (Uila Calabria): un bracciante irregolare è terreno fertile per la criminalità

Dopo l’omicidio dei quattro braccianti, uccisi il primo giugno nell’incendio di un minivan ad Amendolara, in Calabria, si sono riaccesi con forza i riflettori sul fenomeno del caporalato. Un problema che ha le sue cause, ha spiegato il segretario generale della Uila Calabria Pasquale Barbalaco a Il Diario del Lavoro, nell’assenza dello Stato, dove le istituzioni che avrebbero dovuto vigilare sono state nel tempo depotenziate con meno risorse e tagli al personale. È possibile cambiare rotta, ha sottolineato Barbalaco, se si riesce a garantire un sistema di trasporti sicuro, unità abitative adeguate e l’eliminazione della scadenza dei permessi di soggiorno in coincidenza con la scadenza del contratto. Perché un bracciante irregolare diventa terreno fertile, spiega il sindacalista, per la criminalità e il caporalato.

 

Barbalaco, la vicenda di Amendolara ha riaperto il dibattito sul caporalato: quali sono gli elementi che stanno emergendo nell’audizione al Consiglio regionale?

Intanto è stato aperto un tavolo di condivisione permanente in VI commissione agricoltura del Consiglio regionale proprio sul fenomeno del caporalato, che nella nostra regione purtroppo esiste ma, per fortuna, non in modo incisivo. Stiamo consegnando le nostre proposte, insieme alle altre organizzazioni sindacali, al presidente della Commissione che poi riferirà al presidente della Giunta regionale. Chiediamo interventi regionali e l’immissione di risorse importanti da mettere in campo per avviare un percorso di unità abitative. Le parti datoriali si sono offerte di creare queste unità all’interno delle proprie aziende: una proposta che consideriamo di per sé positiva per la volontà di aiutare i lavoratori, ma che comunque non ci soddisfa in pieno.

Come mai?

Perché se vogliamo parlare di inclusione vero, il lavoratore, finito di lavorare, deve avere la possibilità di riposare in un ambiente diverso dall’azienda e soprattutto di costruirsi una propria vita, una propria dimensione. Giustamente ognuno di noi, dopo una giornata di lavoro, vuole crearsi uno spazio proprio e godersi anche un po’ di vita quotidiana normale. Invece, in questo modo, oltre a rimanere nello stesso ambiente di lavoro, conclusi i tempi della lavorazione — che solitamente è stagionale — si perderebbe subito la disponibilità dell’unità abitativa: diventerebbe solo un ambiente per riprendersi dalla fatica fisica. Non lo riteniamo compatibile con la dimensione umana e con un percorso di inclusione. Non possiamo pensare che un bracciante lavori 30–40 giorni e poi, finito il lavoro, ritorni nel proprio Paese di origine. Oltre che assurdo, è anti-economico per il lavoratore stesso.

Quindi cosa proponete?

Dobbiamo creare un percorso che sia attrattivo e rispettoso del bracciante nella sua dimensione sia lavorativa sia umana. In Calabria la manodopera è sempre richiesta nel settore agricolo, quindi dobbiamo strutturare un sistema in cui anche i lavoratori stagionali possano restare più a lungo sul territorio, garantendo maggiore sicurezza abitativa e quindi più serenità. Sul piano organizzativo si creerebbe inoltre la possibilità per questi lavoratori di spostarsi tra diverse aziende, soddisfacendo così lavoratori, imprese e territorio. L’assessore ci ha detto che la Regione ha dato disponibilità a venire incontro su questo tema. Lunedì ci sarà il Consiglio regionale sul tema del caporalato e si vedrà come reperire le risorse necessarie per adottare le proposte che abbiamo portato al tavolo.

Oltre alle abitazioni, servirebbe anche gestire il trasporto dei lavoratori…

Sì, il problema del trasporto è uno dei problemi fondamentali da risolvere, evidenziato da tutte le parti sociali: non da parte sindacale ma anche dalle associazioni datoriali. Per raggiungere il posto di lavoro, il bracciante è spesso costretto a rivolgersi al caporale di turno. Il sistema dei trasporti va quindi organizzato con precisione: bisogna capire dove serve il servizio, quali Comuni possono partecipare, prevedere scontistiche o, meglio ancora, la gratuità per i braccianti agricoli, e finanziare il sistema con risorse adeguate. Esiste però un problema a monte, risolvibile solo a livello nazionale: i permessi di soggiorno che scadono nel momento in cui scade il contratto.

Quindi un bracciante stagionale che termina la raccolta delle fragole dovrebbe prendere il giorno dopo un aereo diretto per Pakistan o India? O, se resta, diventerebbe un “irregolare”?

Sì, esatto. Il buon senso — e anche noi come sindacato — suggeriamo che sarebbe doveroso prevedere un permesso di soggiorno in attesa di rioccupazione. Una volta scaduto il contratto, il permesso dovrebbe durare il tempo necessario per consentire la ricerca di un nuovo impiego. Altrimenti, come accade oggi, si intrappola il migrante bracciante diventa vulnerabile con il rischio di cadere in una rete di illegalità. È evidente che chi è venuto da lontano per lavorare non ha i mezzi economici per sostenere viaggi aerei. E anche se li avesse, sarebbe economicamente insensato. Per questo diciamo che oggi li si condanna all’irregolarità.

Avete denunciato il depotenziamento delle istituzioni di controllo. Si può invertire la rotta?

Certamente. La soluzione è semplice quanto difficile: servono risorse. Chiediamo da tempo il potenziamento degli ispettori e degli organi di controllo. Più che potenziamento, forse è più corretto dire un ritorno alla normalità, perché oggi c’è una forte carenza di personale ispettivo. È impensabile fare controlli a tappeto nelle campagne con così poche risorse.

Quanto è diffuso il lavoro irregolare in Calabria?

Purtroppo riguarda circa il 20% dei lavoratori nella nostra regione. Sono lavoratori invisibili e quindi quai sempre esposti al caporalato. È impossibile che possano essere assunti regolarmente dalle aziende sane, quindi finiscono inevitabilmente sotto il giogo dei caporali.

Il sindacato riesce a intercettare queste situazioni?

La paura di ritorsioni violente o di perdere il lavoro limita molto le denunce. Quando arrivano, cerchiamo di intervenire con cautela per capire la situazione. Spesso non sono denunce dirette. Alcuni lavoratori coraggiosi, dopo la denuncia, hanno dovuto cambiare azienda o addirittura Paese. Noi li indirizziamo verso realtà aziendali sane, cercando di ricostruire un percorso diverso.

È più difficile oggi per il sindacato intercettare questi lavoratori?

Sì, molto più difficile, anche per motivi linguistici: molti braccianti non parlano italiano. Dopo la pandemia, le principali comunità presenti sono pachistane, indiane, afghane e marocchine, mentre prima erano soprattutto rumene e bulgare, più vicine linguisticamente. Per ridurre queste barriere abbiamo tradotto e stampato i contratti in più lingue. Leggere il contratto nella propria lingua è decisamente più incisivo e conoscere bene i propri diritti è uno strumento fondamentale per contrastare le zone grigie del lavoro agricolo.

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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