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Home - Approfondimenti - Interviste - Caporalato, Borselli (Flai-Cgil Toscana): una proposta di legge regionale e il protocollo di Siena e Grosseto per dare piena attuazione alla legge 199

Caporalato, Borselli (Flai-Cgil Toscana): una proposta di legge regionale e il protocollo di Siena e Grosseto per dare piena attuazione alla legge 199

di Tommaso Nutarelli
7 Agosto 2026
in Interviste
Caporalato, Borselli (Flai-Cgil Toscana): una proposta di legge regionale e il protocollo di Siena e Grosseto per dare piena attuazione alla legge 199

Una proposta di legge regionale e un protocollo specifico per le province di Siena e Grosseto. Sono questi gli strumenti che l Regione Toscana e il sindacato mettono in campo per sconfiggere il caporalato, fenomeno assai presente nella Regione. Ne abbiamo parlato con Mirko Borselli, segretario della Flai Cgil Toscana.

Segretario come si configura oggi il caporalato in Toscana?

Oggi il caporalato è una qualcosa di molto diverso, se non di nuovo, rispetto a quello che poteva essere qualche decennio fa, e trova terreno fertile in un modello economico che punta al massimo ribasso e a una catena di appalti nella quale non sempre sono chiare le responsabilità e si rispetta la dignità del lavoratore. Purtroppo, molto spesso, riusciamo ad accendere una luce solo sull’ultimo anello del fenomeno, senza risalire ai colletti bianchi e alle organizzazioni criminali che gestiscono il caporalato.

Nella regione ci sono alcune filiere dell’agroalimentare, penso alla viticoltura ma anche agli agriturismi, che più di altre hanno sputo costruirsi un’immagine basata anche sulla comunicazione, e sono capaci di attrarre un turismo anche alto spendente. Il caporalato è presente anche qui?

Purtroppo lo sfruttamento è presente in tutte le filiere agricole, anche quelle più rinomate dal punto di vista dell’immagine e della comunicazione. Il caporalato è una distorsione che prima di tutto tocca le condizioni dei lavoratori, poi le filiere d’eccellenza. Sicuramente anche le grandi aziende agricole continueranno a esternalizzare una parte delle proprie lavorazioni. Il problema si pone nel momento in cui dall’altra parte ci saranno realtà sempre più capaci di nascondere dietro una finta facciata di legalità situazioni di abuso.

Da parte della Giunta è arrivata una proposta di legge e nelle Prefetture di Siena e Grosseto è stato firmato un protocollo contro lo sfruttamento del lavoro agricolo. Queste due iniziative come si legano con la legge 199?

La proposta di legge e il protocollo rappresentano una sorta di sviluppo della 199. La legge, infatti, sta dando molti risultati sul piano repressivo e coercitivo, mentre la parte preventiva, che è disciplinata, deve ancora trovare una piena attuazione. Le due iniziative si muovono in questa direzione, anche perché la legge afferma che la prevenzione debba essa realizzata attraverso le Sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità che si dispiegano su base provinciale. Queste perché ogni territorio richiede soluzioni non sempre sono identiche a quelle per un altro territorio.

Dove si concentra maggiormente il caporalato?

In Toscana abbiamo riscontrato un annidamento molto importante del caporalato negli appalti e da qui dobbiamo partire, perché altrimenti si rischia di intervenire contro lo sfruttamento ma solo in modo residuale. Proprio per questo nel protocollo e nella proposta di legge si pone in capo alle imprese committenti la responsabilità di verificare che le realtà alle quali viene appaltata un certo tipo di lavorazione rispondano a determinate requisiti di legalità e rispetto del lavoro. A questo si aggiunge il problema, ormai dilagante, delle aziende senza terra, che offrono manodopera per gli appalti ma molto spesso non hanno nessuna struttura organizzativa alle spalle. Per questo è importante fare luce sui capitolati di appalto che le imprese affidano a queste aziende, così come creare un elenco, come prevede il protocollo, di queste realtà al fine di creare una lista virtuosa. Troppo spesso vediamo aziende che dopo due o tre anni chiudono, senza aver pagato i contributi ai lavoratori.

Nel protocollo e nella proposta di legge date molta attenzione alla questione dell’incontro tra domanda e offerta. Perché?

Perché è una questione molto permeabile all’illegalità se non adeguatamente in mano al controllo pubblico. Molte aziende denunciano la difficoltà nel trovare operai agricoli per esternalizzare alcune attività nelle fasi più impegnative della stagione. Se lo stato si riappropria di determinati spazi e prova a intercettare determinati bisogni, l’incontro tra domanda e offerta ma anche politiche abitative e dei trasporti, sicuramente toglie ossigeno all’azione dei caporali. Per questo, in entrambi i documenti, riteniamo centrale il ruolo che possono avere i centri per l’impiego, presso i quali i lavoratori agricoli potranno iscriversi a liste speciali e dove saranno presenti anche mediatori culturali e linguistici per gli stranieri. In Toscana c’è una crescita significativa dei lavoratori stranieri e la Regione sta avviando forme sperimentali di mediazione culturale e linguistica in quelle zone nelle quali abbiamo portato le brigate del lavoro.

Dal punto di vista numerico quanto è presente il caporalato nella regione?

Questo aspetto è collegato alla capacità del sistema di realizzare la presa in carico dei lavoratori che hanno subito lo sfruttamento e il caporalato. In Toscana, da circa tre anni, è attivo il progetto Soleil che grazie a una rete di associazioni si occupa, ad esempio, di trovare un alloggio e una nuova sistemazione lavorativa a chi denuncia il caporale. Dentro la proposta di legge c’è il rimando a un progetto di legge quadro che sarà presentato in autunno che si occuperà di istituzionalizzare il progetto Soleil. La presa in carico della vittima è la condizione necessaria per far emergere i casi di sfruttamento che sono aumento perché c’è una situazione di difficoltà economica diffusa e poi, nel caso degli stranieri, una legge balorda come la Bossi-Fini non fa che alimentare lo stato di irregolarità e quindi lo straniero in certi casi è quasi costretto a rivolgersi al caporale.

Perché il protocollo parte proprio da Siena e Grosseto?

Perché in base a delle evidenze che abbiamo iniziato a raccogliere una quindicina di anni fa abbiamo visto che in queste zone c’è una forte concentrazione di questo fenomeno. Inoltre la provincia di Grosseto è una zona di dimora per i braccianti, che poi vengono prelevati la mattina dai caporali e smistati nei territori confinanti, prevalentemente il senese ma anche Umbria e Lazio.

Quali saranno i prossimi passi? Dove trovare le coperture economiche per far camminare la proposta di legge e il protocollo?

Il protocollo è sperimentale, perché giusto dover correggere elementi che meritano di essere messi a fuoco, e ovviamente non è vincolante perché l’adesione è libera. Quindi si vedrà chi veramente avrà la volontà di fare squadra e pensare a un modello economico diverso privo di sfruttamento e caporalato. Tutti a parole ci professiamo contro il caporalato ma allora dobbiamo capire perché c’è una bassa adesione e una bassa partecipazione alla Rete del lavoro agricolo di qualità.  Dal punto di vista delle coperture è ancora presto parlarne. Non perché non siano importanti ma perché siamo veramente ancora in fase iniziale.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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