Non sarà l’“annus horribilis” della regina Elisabetta, ma questo 2026, neanche bisestile, continua a portare sfiga alla presidente Giorgia. La scottatura del referendum, l’ascesa irresistibile del generale Vannacci sul fianco che credeva blindato (quello destro), i sarcasmi di Trump a svuotarne il ruolo di ponte sull’Atlantico, lo schiaffo, quasi in tempo reale, di Mattarella sui migranti a scuola e adesso il sinistro clic delle manette europee che chiudono in ceppi il finanziamento della prossima Finanziaria e, dunque, di una campagna elettorale che già si prospetta durissima. Anzi, peggio, pure questo ultimo scorcio di 2026 è in emergenza, pena ulteriori inchiavardamenti delle pastoie europee. E tutto per un filo, poi, per un pelo, una minuscola sfumatura.
A metà di una mattinata romana piena di sole, infatti, l’Istat ha comunicato che l’obiettivo centrale di finanza pubblica è stato mancato. Il deficit pubblico su cui il governo Meloni ha presieduto nel 2025 è stato pari effettivamente al 3,1 per cento del Pil, come già anticipato provvisoriamente ad aprile e, dunque, l’Italia non può uscire dalla procedura di infrazione delle regole di bilancio europee, inflessibili sul tetto al 3 per cento. Insomma, una differenza appena dello 0,1 per cento. Anche meno: il deficit è arrivato esattamente al 3,079 per cento del Pil, mentre avrebbe dovuto fermarsi al 2,94 per cento, per restare in pista e mettersi al riparo dagli arrotondamenti: 0,83 per cento dall’obiettivo, un fiato.
A botta calda, è difficile non provare un moto istintivo di simpatia per i guai in cui si è infilata Giorgia Meloni, solo per qualche centesimo di punto. Colpa di una normativa rigida e ottusa, arroccata sulle frazioni di percentuale, piuttosto che un esame obiettivo delle traiettorie delle politiche economiche dei singoli paesi. Tuttavia, è una simpatia mal spesa. La normativa è rigida e ottusa, perché nessuno si fida delle manovre e delle trattative che un governo potrebbe intavolare con Bruxelles (vadi alla voce Pnrr e sospensione del bollo auto) e i paletti fissi servono ad evitare scantonamenti dei paesi sotto esame.
Ma, soprattutto, nella finanza pubblica, ogni governo paga esattamente il conto che si è meritato. La differenza fra il 3,079 per cento realizzato e il 2,94 per cento sperato sul Pil dello scorso anno è di 3,145 miliardi di euro. La flat tax regalata agli autonomi e alle partite Iva nello stesso anno è costata all’erario, secondo la Corte dei conti, 3,4 miliardi di euro di mancato gettito. Difficile chiedere simpatia a tutti quelli che della flat tax hanno sentito solo parlare. Per questo fatale 0,83 per cento e la strada in salita verso le prossime elezioni, Giorgia Meloni ringrazi anzitutto Salvini e le sue campagne di regali fiscali.
E adesso? Le conseguenze di questo flop sono a cascata. La procedura d’infrazione delle regole di bilancio a cui è sottoposta l’Italia significa, che, di fronte a tetti come quelli del deficit al 3 per cento del Pil, Roma non può disporre dei margini di manovra, intorno ai paletti di bilancio, che spettano a governi più virtuosi. Ma, se avesse centrato il 3 per cento nel 2025, l’Italia sarebbe stata promossa, in un solo salto,. fra questi paesi top. Bucando l’obiettivo, non solo l’Italia, invece, non acquisisce flessibilità, ma resta in manette fino al 2028. Quindi, anche il 2026 deve restare nel 3 per cento e così i due anni successivi e addio alle finanziarie elettorali.
Questo prolungamento del vincolo anche nei prossimi anni toglie, in larga misura, al governo anche l’ultima carta che poteva giocarsi. In nome delle nuove esigenze della politica europea, infatti, Meloni e Giorgetti avevano ottenuto il via libera a spendere – fuori quota – 36 miliardi di euro per la difesa e l’energia. Soldi da destinare specificamente a investimenti a lungo termine su armi, pannelli solari ecc..Ma coprendo queste esigenze, liberavano risorse già stanziate per questi investimenti da utilizzare altrimenti per la finanziaria.
Non più. Questa finestra si è sostanzialmente chiusa. La flessibilità garantita da Bruxelles per l’energia e la difesa si riferisce ai vincoli contrattati con Roma su un altro parametro: la spesa netta dello Stato, che deve anch’essa rispettare una traiettoria. Ma non è una flessibilità sul deficit, su cui quei 36 miliardi di euro inciderebbero comunque. Il risultato finale deve essere in ogni caso un disavanzo al di sotto del 3 per cento del Pil, tutto compreso. E i 36 miliardi potrebbero squagliarsi.
Maurizio Ricci




























