Tutto lascia prevedere che il 2026 finirà con un’inflazione robusta, anche se nel frattempo si arrivasse ad accordi di pace capaci di riportare la tranquillità sui rifornimenti e, nel tempo, sui prezzi del petrolio, del gas, dei carburanti raffinati, dei fertilizzanti.
Basti pensare al trascinamento inevitabile provocato dagli aumenti già registrati sui prodotti all’ingrosso.
Sul mercato interno, per esempio, i prezzi alla produzione dell’industria sono cresciuti a luglio e del 9,3 per cento su base annua (da +6,8 per cento del mese precedente).
Lo stesso discorso vale per i prezzi all’ingrosso dei servizi sul mercato business, cresciuti nel secondo trimestre del 2026 del 4,3 per cento rispetto ad un anno fa, con una forte accelerazione rispetto al +2,7 fatto registrare nel primo trimestre.
A luglio 2026, i prezzi alla produzione delle costruzioni per edifici residenziali e non residenziali sono invece diminuiti dello 0,1 per cento su base mensile e cresciuti del 3,1 per cento su base annua (da +3,3% di giugno); quelli relativi a strade e ferrovie sono cresciuti del 4,3 per cento rispetto all’anno prima.
In sostanza, anche se si arrivasse ad accordi di pace particolarmente positivi, fatto auspicabile ma tutt’altro che certo in tempi brevi, è prevedibile che i rincari già accumulati a monte provochino nei prossimi mesi un ulteriore aumento dei prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale, che già ad agosto hanno toccato il 3,3 per cento rispetto allo stesso mese di un anno fa.
La conseguenza è chiara: anche se in futuro, superate le crisi (e qui dobbiamo incrociare le dita), è probabile un progressivo rallentamento della corsa dei prezzi, come segnala un andamento più moderato della cosiddetta inflazione di fondo, ciò che accade oggi avrà comunque già prodotto una sensibile perdita di potere di acquisto dei redditi fissi, segnatamente le retribuzioni dei lavoratori dipendenti e gli assegni dei pensionati. L’eventuale e auspicabile successivo rallentamento nella corsa dei prezzi riguarderà infatti i prezzi futuri, non il recupero del potere di acquisto ormai perso.
Non solo. Se nel frattempo non saranno stati indicizzati gli scaglioni e le detrazioni Irpef, si rischia che un eventuale e positivo recupero per via contrattuale di questa inflazione, cioè un aumento nominale dei denari in busta paga volto a recuperare almeno una parte del potere di acquisto perso dagli euro svalutati, provochi il passaggio ad aliquote fiscali più robuste e dunque un aumento del prelievo fiscale, aggiungendo così danno al danno.
Il fenomeno è noto: si chiama fiscal drag e riguarda solo coloro che sono ancora sottoposti ad una forma di prelievo fiscale progressivo, che l’articolo 53 della Costituzione aveva previsto per tutti, ma che oggi riguarda per larga parte solo dipendenti, pensionati e partite Iva con oltre 85 mila euro di fatturato l’anno. Tra il 2019 e il 2023 ha già provocato una perdita secca (gli esperti litigano sul calcolo delle quantità di miliardi di euro coinvolti, non sul fatto che il danno ci sia stato).
In conclusione, non sarebbe male se i sindacati confederali, oltre ad affrontare con le proprie controparti datoriali il tema dei tempi e dei modi per adeguare le retribuzioni dei dipendenti, in vista della predisposizione della legge di bilancio per il 2027 ponessero al governo anche il tema dell’indicizzazione degli scaglioni, delle detrazioni e delle deduzioni dell’Irpef.

























