Elettricità Futura ha deciso di non rinnovare la propria adesione a Confindustria Energia, annunciando anche le dimissioni dei suoi rappresentanti dagli organi della federazione. La decisione, comunicata ieri dall’associazione, è stata commentata da Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A e vicepresidente di Elettricità Futura, a margine di un convegno sulla mobilità. Alla base della scelta, secondo il manager, la mancata rappresentanza delle istanze delle imprese del settore elettrico.
“Elettricità Futura ha deciso di non rinnovare l’iscrizione a Confindustria Energia. Pertanto tutti gli organi di rappresentanza di Elettricità Futura in Confindustria Energia rassegneranno le proprie dimissioni”, aveva reso noto ieri l’associazione in un comunicato.
Per Mazzoncini, le Confindustrie “sono le sedi in cui si discute di politica industriale. Si fa la sana attività di lobby che è giusto che venga fatta dai comparti intermedi. Confindustria è un sindacato che rappresenta le aziende: quindi, se abbiamo deciso di uscire da Confindustria Energia è perché evidentemente non ci sentiamo rappresentati sulle nostre istanze”, ha spiegato.
Il manager ha quindi precisato che la decisione non comporta un abbandono del sistema confindustriale. “Rimaniamo in Confindustria, usciamo da Confindustria Energia, dove ci sentivamo veramente meno rappresentati. Quindi, è un segnale”, ha precisato.
Inoltre, Mazzoncini ha spiegato come il contributo richiesto alle imprese energetiche dalla manovra rischia di pesare sulla capacità di investimento delle utility, proprio mentre il settore potrebbe svolgere un ruolo decisivo nel sostenere l’economia italiana. “La preoccupazione maggiore che abbiamo è che su alcuni investimenti, per esempio sulle reti elettriche, il tasso di remunerazione non tiene conto di queste addizionali. Quindi ci troviamo in una situazione in cui abbiamo una remunerazione delle reti elettriche del 5,3%, sono i nuovi tassi definiti da Arera, che non stanno tenendo conto proprio di questa addizionale che è arrivata al 5%, quindi è molto pesante”.
“Sull’Irap a questo punto giustamente è il governo che decide. Però la cosa importante è avere in mente che le nostre aziende oggi sono decisive negli investimenti del Paese – ha aggiunto -. Con il Pnrr che si ferma, il comparto delle utility può tenere in moto gli investimenti del Paese”.
“Abbiamo fino a 33 miliardi l’anno di investimenti da fare nei vari comparti, dalla generazione, rinnovabili alle reti, l’acqua, il teleriscaldamento e quant’altro… ma questo richiede che le aziende dal punto di vista patrimoniale e finanziario rimangano robuste. E basta guardare le trimestrali che stanno uscendo: sono tutte in calo – conclude -. Quindi sarà sufficiente fare il consolidato del settore elettrico”, con “l’incremento del costo del gas che noi non produciamo, lo subiamo, e le tassazioni, stanno portando ad a un calo degli utili tutti gli anni molto pesante, in double digit, e che ovviamente rischia di avere impatti sugli investimenti”.























