Il disegno di legge di bilancio 2027 prevede nuovi tagli al personale scolastico che, sommati a quelli già disposti nel 2025, porterebbero a una riduzione complessiva di quasi 15mila posti tra docenti e personale ATA nell’arco di tre anni. Una scelta contestata dall’Associazione nazionale presidi (Anp), secondo cui il calo demografico dovrebbe essere un’occasione per migliorare la qualità dell’istruzione, non soltanto per ridurre i costi. Il Diario del Lavoro ne ha parlato con il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli, per approfondire le conseguenze dei tagli e le risorse necessarie alle scuole.
Giannelli, quali saranno le conseguenze concrete di questi tagli sulla vita quotidiana delle scuole?
Con la manovra 2027 parliamo di circa 5mila docenti e 2mila unità di personale ATA in meno, quasi 7mila posti complessivi. Se a questi aggiungiamo i 7.834 posti già tagliati dalla legge di bilancio 2025, arriviamo a una riduzione complessiva di circa 15mila posti nell’arco di tre anni. Va precisato, però, che i tagli previsti per il 2027 non sono ancora definitivi: la manovra è in discussione in Parlamento e può essere modificata. Per quanto riguarda i docenti, bisogna chiarire che quelli interessati non sono gli insegnanti impegnati nelle normali lezioni in classe, ma quelli del cosiddetto organico di potenziamento, introdotto dalla legge 107 del 2015. Servono ad arricchire l’offerta formativa, a realizzare progetti didattici e a contribuire all’organizzazione della scuola. Oggi la funzione docente non si esaurisce nell’insegnamento in classe. Pensiamo all’educazione affettiva o alle attività che dovrebbero svolgere a scuola gli studenti sospesi, anziché essere semplicemente allontanati: occorrono insegnanti disponibili anche fuori dalle lezioni. Tagliare questi posti significa ridurre le possibilità di svolgere tutte queste attività.
Avete sostenuto che il calo degli studenti dovrebbe essere un’opportunità per migliorare la scuola anziché una ragione per ridurre il personale. In che modo?
Il calo demografico esiste, nessuno lo nega. Negli ultimi dieci anni abbiamo perso mediamente circa 100mila studenti all’anno: un milione di alunni in meno. Ma questo non significa che il personale debba diminuire in proporzione. Le esigenze educative, amministrative e organizzative non dipendono soltanto da quanti studenti frequentano una scuola. Mantenere queste risorse professionali permetterebbe invece di dedicare maggiore attenzione alle esigenze dei singoli alunni, soprattutto di quelli che incontrano difficoltà. Pensiamo agli studenti non italofoni, che hanno bisogno di lezioni di italiano, oppure alla possibilità di organizzare piccoli gruppi di recupero per chi ha problemi in alcune materie. Il calo degli iscritti potrebbe quindi consentire di personalizzare maggiormente l’insegnamento, anziché tradursi semplicemente in una riduzione della spesa.
Quali conseguenze avrà la riduzione degli organici sull’autonomia scolastica?
Vorrei premettere che l’autonomia non significa che ogni scuola faccia quello che vuole. La maggior parte delle attività è stabilita a livello nazionale, ma ogni istituto ha uno spazio per arricchire e differenziare la propria offerta. Questo spazio dipende dagli insegnanti disponibili oltre le lezioni ordinarie. Se tutti i docenti sono impegnati a coprire le ore previste dai programmi, non rimane nessuno per organizzare altre attività. Una scuola potrebbe voler proporre scacchi nel pomeriggio, un’altra un laboratorio teatrale. Senza personale, però, queste possibilità vengono meno. E l’autonomia si riduce alla sola applicazione di ciò che è obbligatorio.
Potrebbero esserci ripercussioni anche sulla vigilanza e sulla sicurezza degli studenti?
Il problema riguarda soprattutto i collaboratori scolastici, quelli che un tempo chiamavamo bidelli. Il loro numero non può dipendere soltanto dagli alunni: conta anche la struttura degli edifici. Se gli studenti diminuiscono ma i corridoi da sorvegliare rimangono gli stessi, il bisogno di vigilanza non cambia. Se ci sono dieci corridoi e otto collaboratori, due restano senza una presenza fissa. Si possono organizzare dei giri di controllo, ma molto dipende da come sono disposti gli spazi. La sorveglianza richiede personale anche quando diminuiscono gli iscritti.
Quali altre difficoltà comporterà la riduzione del personale ATA?
Le segreterie hanno già un carico di lavoro molto elevato. Restano da completare le rendicontazioni del PNRR e gli adempimenti richiesti alle scuole continuano ad aumentare. Ridurre gli amministrativi complica ulteriormente la gestione. C’è poi il problema degli assistenti tecnici: le scuole del primo ciclo, elementari e medie, non hanno mai avuto stabilmente queste figure, pur avendo ricevuto molte attrezzature informatiche anche grazie al PNRR. Senza chi se ne occupi, il materiale rischia di deteriorarsi e di essere utilizzato sempre meno. Inoltre gli uffici scolastici, a loro volta carenti di personale, impiegano assistenti amministrativi provenienti dalle scuole, aggravando le difficoltà delle segreterie.
I tagli rischiano di accentuare le differenze tra le scuole dei territori più ricchi e quelle delle aree più svantaggiate?
Non credo sia questo il problema principale. Una scuola che si trova in un territorio più ricco non può necessariamente permettersi insegnanti aggiuntivi: non è che le famiglie paghino un docente per organizzare altre attività. Il problema è la progettualità. La scuola dell’autonomia ha bisogno di risorse professionali per offrire qualcosa oltre le lezioni ordinarie. Se queste vengono meno, si riduce ovunque la possibilità di costruire un’offerta formativa più articolata.
E sugli studenti con maggiori difficoltà di apprendimento, potrebbero esserci ripercussioni?
Certo. Pensiamo agli alunni stranieri non italofoni: servono insegnanti che possano dedicarsi all’italiano. Oppure a uno studente in difficoltà in matematica, che potrebbe essere seguito in un piccolo gruppo, magari in un’aula separata. Per farlo occorrono spazi e docenti disponibili. Le lezioni ordinarie continuano a essere garantite, ma si rischia di perdere tutto ciò che permette di personalizzare l’insegnamento e rispondere alle esigenze dei ragazzi più vulnerabili. Sono attività che richiedono risorse e quindi una spesa maggiore.
Quanto personale servirebbe realmente alla scuola italiana per garantire un servizio adeguato e quale sarebbe il costo?
Non si può dare una risposta univoca. Bisogna prima stabilire quante risorse investire e quale scuola si vuole. La legge del 2015 aveva previsto un organico di potenziamento di diverse migliaia di docenti, progressivamente ridotto. Il Ministero dell’Economia tende a considerare gli insegnanti come personale destinato soltanto a fare lezione e tutto il resto come uno spreco. Così, però, si finisce per considerare uno spreco anche l’autonomia scolastica. Noi contestiamo che le scelte di politica scolastica vengano prese in via XX Settembre anziché in viale Trastevere, cioè dal Ministero dell’Economia anziché da quello dell’Istruzione. Serve un ragionamento sulle esigenze della scuola, non una semplice ragioneria del risparmio, o meglio del taglio.
E se volessimo garantire la migliore istruzione possibile, quanti studenti dovrebbero esserci per classe?
Il numero degli studenti per classe è, per molti aspetti, un falso problema. In Italia la media è intorno a 19 alunni. Le classi particolarmente affollate esistono, soprattutto nei centri delle grandi città, ma non rappresentano la situazione prevalente. Nelle aree rurali e in molti centri di provincia ci sono invece classi con cinque o dieci studenti. Per contenere i costi possono essere accorpate, ma obbligando alcuni alunni a spostarsi anche di diversi chilometri. Il punto non è fissare un numero ideale uguale per tutti, ma capire quali attività aggiuntive vogliamo garantire. Ogni insegnante in più costa, naturalmente, e non possiamo immaginare risorse illimitate. Ma è sulla disponibilità di alcune migliaia di docenti che si gioca la flessibilità dell’offerta formativa.
Dunque, che modifiche alla legge di bilancio chiedete concretamente al Governo e al Parlamento?
Chiediamo di riconsiderare ed eliminare questi tagli. La legge di bilancio non è ancora approvata e il Parlamento può modificarla: noi siamo per tagliare i tagli, perdoni il gioco di parole. Va anche detto che la manovra non prevede soltanto riduzioni: ci sono, per esempio, 650 milioni di euro per la riqualificazione energetica degli edifici scolastici, una cifra importante. Ma sono risorse destinate ad altro e non risolvono il problema del personale necessario alle scuole.
Emanuele Ghiani


























