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Home - Approfondimenti - Analisi - La working class, il ‘’grande mistero’’ americano

La working class, il ‘’grande mistero’’ americano

2 Marzo 2017
in Analisi
La working class, il ‘’grande mistero’’ americano


(articolo di Barbara Ehrenreich per il New York Times)

La classe lavoratrice, o almeno la sua parte bianca, è emersa come il grande mistero della nazione. Tradizionalmente democratica, ha aiutato ad eleggere un  miliardario visibilmente esibizionista alla presidenza. “Cosa hanno di sbagliato?” si chiedono i sapientoni liberal. Perchè credono alle promesse di Trump? Sono stupidi o solo deplorevolmente razzisti? Perchè la classe lavoratrice si schiera contro i suoi stessi interessi?

Sono nata in questa classe, e resto fermamente collegata ad essa attraverso le amicizie e la famiglia. Negli anni ’80, per esempio, personalmente, ospitavo un hub culturale della working class a casa mia a Long Island. L’attrazione non ero io ma il mio marito (di allora) e vecchio amico di Gary Stevenson, un ex magazziniere che era diventato un organizzatore del sindacato dei camionisti. Si può pensare ai sobborghi di Long Island come a una bed-room community per i pendolari di Manhattan o come a un portale per gli Hamptons, ma allora erano un centro industriale con più di 20.000 lavoratori occupati  solo a Grumman.

Quando mia sorella si trasferì dal Colorado nel nostro basement, trovò immediatamente un posto di lavoro in una fabbrica a circa un miglio da casa,  come migliaia di altre persone, alcune delle quali  arrivavano in bus dal Bronx.  Ospitavamo soprattutto residenti locali che passavano da casa nostra per incontri serali e riunioni nel week-end: camionisti, lavoratori delle fabbriche, bidelli  , infermiere. Il mio compito era di preparare il chili e lasciare spazio in frigo per gli ziti al forno che altri, invariabilmente, portavano.

Uno volta cercai di spiegare  il concetto di “socialismo democratico”a qualche lavoratore di officina aggiungendo una breve perorazione contro l’Unione Sovietica. Mi guardarono accigliati attraverso il bancone della cucina  fino a quando uno ringhiò: “Almeno da quelle parti hanno l’assistenza sanitaria”. Quando il mio piccolo equipaggio si riuniva a casa mia, le aspirazioni della classe lavoratrice erano calpestate dappertutto. Nel 1981, il presidente Reagan scassò il sindacato dei controllori di volo licenziando più di 11.000 lavoratori in sciopero: un segnale chiaro di quello che stava per arrivare. Qualche anno dopo, ospitammo un picnic per Jim Guyette, leader di un locale stabilimento di lavorazione della carne del Minnesota che aveva fatto uno sciopero selvaggio contro Hormel (e di certo, nessun prodotto di Hormel fu servito al picnic). Ma il lavoro era entrato in un tempo di concessioni e arretramenti. Il messaggio era umiliarsi o restare senza lavoro. Anche i possenti sindacati dell’antico canto del lavoro, quelli che il nostro piccolo gruppo aveva faticato a costruire e democratizzare, erano minacciati di estinzione. Tempo un anno, il locale gatto selvaggio fu schiacciato dalla sua stessa organizzazione madre, l’United Food and Commercial Workers.

Le acciaierie diventarono silenziose, le miniere dove avevano lavorato mio nonno e mio padre furono chiuse, le fabbriche si spostarono a sud, oltre frontiera. Nel processo si perse molto di più del solo lavoro; stava andando a morire un intero modo di vivere, centrale per il mito americano. I lavori disponibili, in campi come il commercio al dettaglio e la sanità, erano mal pagati, rendendo più difficile per un uomo senza una istruzione universitaria sostenere, da solo, la famiglia. Ho potuto vedere tutto ciò nella mia stessa famiglia allargata, dove i nipoti di minatori e di  ferrovieri accettavano lavoravi di autisti di camion per le consegne o di gestori di fast food, o entravano addirittura in competizione con le mogli  per diventare venditori al dettaglio o infermieri generici. Come ha osservato Susan Faludi nel suo libro del 1999 “Stiffed”, la deindustrializzazione dell’America ha portato a una crisi profonda della mascolinità: cosa valeva essere un uomo quando non potevi più mantenere la famiglia?

A morire non era solo un modo di vivere, ma anche coloro che avevano vissuto in esso. Una ricerca del 2015 del premio Nobel Angus Deaton, fatta con sua moglie Anne Case, ha mostrato che il gap di mortalità tra i bianchi con titolo di studio  universitario e quelli che ne sono privi si è rapidamente allargato a partire dal 1999. Un paio di mesi dopo, economisti del Bruìooking Institution hanno trovato che per gli uomini nati nel 1920 c’era una differenza di sei anni nell’aspettativa di vita tra quelli con redditi nel top 10% e quelli al bottom 10%. Per gli uomini nati nel 1950, questa differenza è più che raddoppiata, arrivando a 14 anni. Fumare, che è ora una abitudine soprattutto della classe lavoratrice, potrebbe valere  solo per un terzo di questo eccesso di morti. Il resto era apparentemente attribuibile all’alcolismo, all’overdose di droghe e al suicidio, normalmente con un colpo di fucile: quelle che vengono spesso definite “malattie della disperazione”.

Opinioni che non funzionano più

Nel nuovo panorama economico dei posti di lavoro low paid nei servizi, alcune delle vecchie panacee della sinistra non hanno più senso. Per esempio la “piena occupazione” è stato il mantra del sindacato per decenni, ma cosa significava più quando così tanti lavori non erano più pagati a sufficienza per viverci? L’idea era stata che se tutti quelli che cercavano un lavoro potevano averlo, gli imprenditori avrebbero dovuto aumentare le retribuzioni per attrarre nuovi lavoratori. Ma quando, alla fine degli anni ’90, come giornalista sotto copertura, cercai di testare la fattibilità  di lavori di ingresso, ho scoperto che i miei colleghi – camerieri, assistenti domiciliari, donne delle pulizie, “associati” Wallmart – vivevano nella maggior parte in povertà. Come ha riportato nel libro che ne è derivato “Nickel and Dimed” (danneggiati e indeboliti), alcuni erano senza casa e dormivano in macchina, mentre altri saltavano il pasto perché non potevano permettersi nulla di più di una snack-size bag di Doritos. Erano lavoratori a tempo pieno ed era un periodo, allora come ora, di piena occupazione.

L’altra soluzione popolare alla crisi della working class  è stata la riqualificazione professionale. Se la nostra è una “economia della conoscenza” – cosa che suona molto meglio di “low-wage economy” – i lavoratori disoccupati dovrebbero solo fare il loro gioco e aggiornarsi con skills più utili. Il presidente Obama ha promosso la riqualificazione professionale, come la candidata alla presidenza Hillary Clinton, insieme a molti repubblicani. Il problema era che nessuno era sicuro su cosa qualificare le persone; i computer skills erano in voga negli anni ’90, fare le saldature è andato dentro e fuori moda e oggi si pensa che la scommessa migliore siano le carriere nel settore sanitario ancora in crescita. E non c’è neppure alcuna misura chiara della  efficacia degli esistenti programmi di riqualificazione. Nel 2001, il Government Accountability Office ha scoperto che  il governo federale  sosteneva  27 progetti di riqualificazione professionale come nel 2009, solo cinque dei quali erano stati valutati nei precedenti 5 anni. Paul Ryan ha ripetutamente vantato un programma della sua città natale, Janesville, nel Wisconsin, ma uno studio del 2012 di Pro Publica  ha trovato che le persone licenziate  che vi avevano partecipato  avevano avuto meno probabilità di trovare lavoro di quelle che non vi avevano partecipato.

A prescindere da quanto buono sia il programma di riqualificazione, l’idea che le persone debbano  essere infinitamente malleabili e pronte a ricrearsi per adattarsi a ogni cambiamento nel mercato del lavoro non è probabilmente realistica e certamente non rispettosa degli skills esistenti. All’inizio degli anni ’90, ho cenato a Pizza Hut con un minatore licenziato a Butte, nel Montana. Era sulla cinquantina e sogghignò dicendomi che gli era stato consigliato di prendersi un diploma in assistenza infermieristica. Neppure io riuscii a trattenermi dal ridere: non sulla incongruità di genere ma all’idea che un uomo i cui attrezzi erano stati il piccone e la dinamite avrebbe ora dovuto cambiare radicalmente la sua relazione con il mondo. Non c’è da stupirsi che quando ai lavoratori blue collar viene data la possibilità di scegliere tra la riqualificazione, come proposto da Clinton e il ritorno, in qualche modo miracoloso, del loro lavoro, come proposto dal nuovo presidente Trump, loro preferiscano quest’ultimo.

Ora, quando i politici invocano la “working class”, è probabile che indichino, anacronisticamente, una fabbrica abbandonata. Potrebbero usare più appropriatamente un ospedale o un ristorante fast food come scenografia. La nuova working class comprende molte delle tradizionali occupazioni blue-collar – camionisti, elettricisti, idraulici – ma nell’insieme  è più probabile che i suoi componenti brandiscano scope e padelle piuttosto che cazzuole. Anche demograficamente, la working class è cambiata dal raggruppamento di maschi bianchi che si riuniva a casa mia negli anni ’80: ispanici e neri  sono da molto tempo, parte, anche se non riconosciuta, della working class, ed ora è più femminile e contiene inoltre più immigrati. Se lo stereotipo della vecchia classe lavoratrice era un uomo con il casco, quella nuova è meglio rappresentata come una donna che canta “El pueblo unido jamas serà vencido”.

I vecchi lavori non torneranno indietro, ma c’è un altro modo per affrontare la crisi determinata dalla de-industrializzazione: pagare meglio tutti i lavoratori. La grande innovazione del lavoro del 21esimo secolo è stata fare campagne per cercare di aumentare i minimum wages locali o statali. Gli attivisti hanno avuto successo nel fare approvare, dal 1994, leggi su salari minimi in più di 100 contee e municipalità, facendo appello a un semplice senso di giustizia: perché qualcuno dovrebbe lavorare full time, tutto l’anno, e non avere abbastanza per pagare l’affitto e altre necessità basilari? Le indagini hanno scoperto grandi maggioranze favorevoli all’aumento del minimum wage; studenti universitari, membri della chiesa e sindacalisti si sono impegnati in campagne locali. I sindacati hanno cominciato ad assumere formalmente  sostenitori come custodi, assistenti di aiuto domestico e lavoratori alla giornata. E dove i sindacati hanno esitato, sono sorte organizzazioni completamente nuove: associazioni e talvolta fondazioni filantropiche: il nostro Walmart, la National Domestic Workers and Restaurant Opportunities Centres United .

Creare una cultura di solidarietà

La nostra vecchia scena a Long Island non c’è più: la casa venduta, le vecchie amicizie logorate dall’età e dalla distanza. Mi manca. Come gruppo non avevamo un’ideologia particolare, ma la nostra visione che si articolava attraverso le nostre serate piuttosto che attraverso qualsiasi manifesto, era utopica, specie nel contesto di Long Island, dove se volevi qualsiasi aiuto dalla contea, dovevi registrarti come repubblicano.  Se dovessimo sintetizzare in un solo tema, questo potrebbe essere la sorpassata parola “solidarietà”: se ti unisci al mio picchetto, io mi unirò al tuo e forse potremo protestare tutti insieme, con i nostri figli, all’impianto chimico che sta imbevendo di tossine il nostro suolo;  e dopo faremo un barbecue nel mio giardino. Non eravamo interessati nelle politiche con la p minuscola. Volevamo un mondo in cui il lavoro di ciascuno fosse onorato e ogni voce ascoltata.

Non avevo mai previsto di essere parte di qualcosa di simile fino a quando, nel 2004, ho scoperto un gruppo molto meglio organizzato a Fort Wayne, Indiana. Il Northeast Indiana Central Labor Council, come veniva chiamato, metteva insieme immigranti messicani, lavoratori edili e i nativi, membri del sindacato delle costruzioni che avevano sostituito, i lavoratori licenziati dalla fonderia e gli operai birmani, ricercatori e custodi. Il loro obiettivo, secondo il presidente del tempo, Tom Lewandowski, un ex lavoratore della General Electrics che aveva fatto negli anni ’90 da collegamento tra l’AFL.CIO e l’insorgente movimento polacco Solidarnosc, era “creare solidarietà”. Erano ispirati dall’avere compreso che non basta organizzare  le persone con un lavoro; si dovevano organizzare  i disoccupati  e gli “occupati ansiosi” – potenzialmente tutta la comunità. La loro tattica non così segreta erano feste e picnic, ad alcuni dei quali ho avuto la fortuna di partecipare.

La scena a Fort Wayne dipingeva persone di tutti i colori di tutti i collar colors, lavoratori legali e senza documenti, liberali e conservatori, alcuni dei quali hanno sostenuto Trump nelle ultime elezioni. Mostrava che un nuovo genere di solidarietà era  a portata di mano, anche se i vecchi sindacati potevano non essere pronti. Nel 2016, il malandato AFL-CIO, che da più di 60 anni si batte per tenere insieme il movimento del lavoro, ha improvvisamente  sciolto il Northeast Indiana Central labour Council citando oscuri imperativi burocratici. Ma il labor council è rimasto imperterrito. Ha prontamente reinventato se stesso come Workers’project e ha portato più di 6000 persone al locale picnic per il Labor Day, malgrado avesse perso l’accesso a internet e l’attrezzatura d’ufficio dell’AFL-CIO.

Quando ho parlato l’ultima volta con Lewandowski, all’inizio di febbraio, Workers’ project era riuscito a organizzare 20 lavoratori a contratto Costco in una unità collettiva e stavano pensando di festeggiare, naturalmente con un party. L’urgenza umana di fare causa comune – e di divertirsi, facendolo, – è difficile da sopprimere.

(dal New York Times del 2 marzo 2017)

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