“Rinnovare i contratti, rilanciare la contrattazione”. La scritta campeggia sullo schermo, dietro al palco degli oratori. Siamo a Roma, all’Auditorium del Massimo, dove è in corso l’Attivo nazionale dei delegati Cgil, Cisl, Uil. Forse un migliaio fra lavoratori e dirigenti sindacali, appartenenti a tutte le categorie organizzate dalle tre maggiori confederazioni sindacali del nostro paese. Riuniti nella Capitale, in una calda giornata di luglio, per dire una cosa: il sindacato c’è e vuole contare. Anzi, il mondo del lavoro c’è e vuole tornare a contare di più.
Se l’iniziativa odierna invece che una riunione sindacale fosse un articolo, in gergo giornalistico si direbbe che è un articolo di mantenimento. Cioè un testo volto non tanto a comunicare al pubblico delle novità rilevanti, ma, appunto, a mantenere viva l’attenzione attorno a un tema che ci si propone di riprendere in seguito, quando sarà venuto (perché verrà) il momento opportuno.
Diciamo subito, quindi, che dagli interventi dei leader delle tre Confederazioni – in ordine di apparizione Annamaria Furlan, Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo – non sono venute, oggi, novità di rilievo. E’ venuto, invece, un unico messaggio, anche se rivolto a interlocutori diversi. Messaggio che può essere riassunto con le parole usate, nell’intervento conclusivo, da Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil: “Se vuole continuare a esistere, il sindacato deve reagire”. E, evidentemente, sta reagendo rispetto a una situazione in cui, per molteplici cause, ha visto indebolirsi il suo potere.
Al mondo del lavoro, e in particolare ai 12 milioni di lavoratori che attendono il rinnovo dei propri contratti nazionali di categoria, l’attivo di oggi ha voluto dire che le confederazioni sindacali sono unite, almeno per ciò che riguarda la materia contrattuale, e sono quindi intenzionate a perseguire con determinazione il rinnovo di questi contratti. Con trattative serrate e, se sarà necessario, anche con il ricorso alla lotta.
Al mondo delle imprese, tutti gli oratori oggi intervenuti, ma fra essi con particolare chiarezza Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, hanno spiegato che i sindacati non accettano che le associazioni imprenditoriali continuino a contrapporre al primo il secondo livello contrattuale. In altre parole, non accettano che le imprese tessano le lodi della contrattazione aziendale intesa come un qualcosa di contrapposta ai contratti nazionali. Perché, come ha ricordato anche Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, il primo contratto nazionale di categoria che apriva alla contrattazione aziendale risale al 1959. I sindacati, insomma, non accettano che qualcuno gli vada a spiegare quanto è bella la contrattazione aziendale perché pensano di saperlo già. Solo che, nella visione sindacale, la contrattazione di secondo livello è cosa buona e giusta quando viene attivata con una funzione integrativa, e non sostitutiva, della contrattazione nazionale.
Infine, al Governo i sindacati dicono che la cosa migliore che può fare per dare una mano a sbloccare le vertenze contrattuali è dare il buon esempio. Ovvero, in quanto datore di lavoro, fare la sua parte per ciò che riguarda l’attesa apertura del negoziato per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, bloccati ormai da sette anni. Infatti, ha ricordato ancora Barbagallo, autodefinitosi come un “vecchio metalmeccanico” (ha lavorato come operaio allo stabilimento Fiat di Termini Imerese), un tempo, di fronte a vicende complesse come quelle dei rinnovi contrattuali della maggiore categoria dell’industria, a un certo punto i governi (sia della Prima che della Seconda Repubblica) intervenivano per esercitare una mediazione fra le parti sociali. Ma oggi una simile iniziativa avrebbe meno peso, visto che il governo è il primo a poter essere accusato di essere inadempiente rispetto ai propri doveri sindacali.
L’agenda sindacale dell’immediato futuro si annuncia quindi fitta di impegni. Venerdi 15 c’è già un nuovo appuntamento col governo, relativo alle diverse questioni connesse alle pensioni. A fine luglio, c’è un altro appuntamento con la Confindustria, in cui si dovrà avviare la discussione su un nuovo sistema di relazioni industriali. Ma il vero appuntamento è a settembre, quando le tre confederazioni torneranno a riunirsi per fare il punto della situazione e decidere eventuali iniziative di lotta. Per l’insieme delle vertenze aperte, ha affermato Susanna Camusso in chiusura del suo intervento, serve ormai “una risposta confederale” che unifichi tutte le categorie, ovvero quelle del lavoro privato con quelle del pubblico impiego. Non è impossibile, insomma, che a settembre le tre confederazioni prendano in considerazione l’ipotesi di uno sciopero generale.
Ma, a parte gli interventi dei massimi dirigenti sindacali, ciò che è sempre interessante in un’assemblea di delegati sono gli interventi fatti da quei militanti che provengono direttamente dai luoghi di lavoro. Tra tutti citeremo l’ultimo intervento, quello di una lavoratrice dei ristoranti McDonald’s. “Noi crediamo nel nostro lavoro”, ha detto. Ragionando sul fatto che l’Italia è un paese pieno di risorse eccezionali, da un punto di vista turistico, e che tuttavia appare ancora incapace di valorizzarle. E in cui, quindi, il settore della ristorazione e dell’accoglienza – dai bar, ai ristoranti, agli alberghi – non riesce a valorizzare le risorse professionali delle centinaia di migliaia di lavoratori che impiega e finisce per pagare bassi salari, quando va bene, o per ricorrere ai voucher, quando va male.
Peccato che Matteo Renzi, stamattina, fosse lontano da Roma. Se avesse preso posto, magari in incognito, sulle gradinate dell’Auditorium del Massimo, si sarebbe trovato probabilmente in sintonia, almeno, con una parte delle cose dette dalla delegata di McDonald’s. E cioè con l’orgoglio produttivista di chi “crede” nel suo lavoro, nonché nella “bellezza” del nostro Paese; un concetto, questo, molto caro al Presidente del Consiglio.
Il fatto, però, è che, discorsi a parte, con la sua azione di governo Renzi è riuscito fin qui a intercettare il produttivismo espresso già più volte – a Brescia come a Serravalle Pistoiese – dal nuovo presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ma non il produttivismo diffuso tra i lavoratori. Eppure, il sottotitolo – se così possiamo chiamarlo – dell’attivo sindacale di oggi era: “Per una crescita fondata sulla valorizzazione del lavoro”.
Ecco, forse il vero messaggio uscito dall’appuntamento unitario di oggi è questo: il mondo del lavoro vuole contare di più perché sa che il suo contributo alla vita economica del Paese, da un lato, è decisivo, dall’altro, è sottovalutato. Se Renzi riuscisse a mettersi su questa lunghezza d’onda, potrebbe trovare un nuovo scopo per il suo governo: diventare l’agente di una possibile rivalorizzazione del lavoro.
@Fernando_Liuzzi






























