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Home - Approfondimenti - Interviste - Cuzzilla, siamo la spina dorsale delle imprese, non una casta protetta

Cuzzilla, siamo la spina dorsale delle imprese, non una casta protetta

di Massimo Mascini
11 Giugno 2015
in Interviste
Cuzzilla, siamo la spina dorsale delle imprese, non una casta protetta

Stefano Cuzzilla, manager di Techno Sky (gruppo Enav)  è il nuovo Presidente Nazionale di Federmanager, designato dal Congresso Nazionale per il triennio 2015-2018. Gli abbiamo chiesto di illustrarci le linee guida della sua leadership.

Cuzzilla, il suo programma si chiama “Un patto per Federmanager”. Qual è il patto che propone ai manager di tutta Italia?

Abbiamo due priorità. La prima  è proseguire sulla via del  rinnovamento. Tutto sta cambiando, la società , il sistema delle relazioni, dobbiamo adeguarci a questa società che  cambia, non possiamo rimanere indietro. Federmanager compie 70 anni, dobbiamo far tesoro della nostra storia e attrezzarci per cogliere  le opportunità.

E l’altra?

Dobbiamo far comprendere l’importanza del manager, la sua rilevanza economica e sociale. L’opinione pubblica, ma anche la politica, deve avere presente  che  i manager sono la spina dorsale delle imprese che tengono in vita il Paese. E’ anche grazie alle loro capacità e al loro senso di responsabilità se in questi anni così difficili il Paese non è arrivato al tracollo.

Una maggiore diffusione di managerialità soprattutto nelle piccole e medie imprese è la strada più virtuosa per il rilancio e la crescita del sistema imprese. Una recente indagine condotta da Prometeia  per Federmanager mette in evidenza che le aziende con  una maggiore presenza di manager esterni alla proprietà hanno delle performance migliori  rispetto alle altre in termini  di marginalità, redditività, capacità finanziaria e soprattutto occupazione, in un Paese in cui la maggiore criticità sta proprio nel lavoro.

Non c’è coscienza del vostro ruolo?

Diciamo che c’è una scarsa consapevolezza del ruolo manageriale. Spesso si fa confusione tra i top manager, o addirittura gli imprenditori, e i circa 70.000 manager che quotidianamente portano avanti le imprese con retribuzioni medie assolutamente coerenti  con la funzione svolta e l’impegno profuso.

Vogliamo essere percepiti dalla società per il valore che ogni giorno portiamo nelle aziende, e per i valori che in generale  esprimiamo. Non siamo una casta protetta e privilegiata anzi siamo una componente essenziale per il  Paese.

E volete che si cambi registro?

E’ il nostro impegno, non vogliamo più accettare politiche che creano delle barriere tra noi e gli altri. Prendiamo ad esempio il tema della previdenza:  le nostre pensioni sono state penalizzate più di altre. Siamo al sesto blocco della perequazione automatica e abbiamo subito due contributi di solidarietà.

Pensate a qualcosa di strutturale?

Finora i manager sono rimasti in disparte, adesso vogliamo renderli protagonisti. Cercheremo alleanze, faremo azioni di lobby ma soprattutto vogliamo ampliare la fase di ascolto della categoria per avere la forza necessaria per portare avanti le nostre posizioni sulla vicenda previdenza e sul welfare in generale.

Quali strumenti pensate di usare?

Per la previdenza è necessaria una  “operazione verità” a cominciare dai numeri del sistema previdenziale. Non è vero che in Italia si spende troppo per la previdenza. Depurando la spesa pensionistica sia degli oneri non pensionistici quali: assegni familiari,  maggiorazioni sulle pensioni, integrazioni al minimo, sia degli effetti degli oltre 450 mila prepensionamenti, imputati nel conto pensioni che, giustamente, negli altri Paesi sono contabilizzati sotto altra voce, sia delle imposte cui vengono assoggettate le pensioni che per lo Stato sono una partita di giro, saremmo in linea con quanto avviene in Europa.

Quali altri operazioni verità avete in mente?

E’ bene che tutti sappiano che il 52% dei pensionati, otto milioni e mezzo su sedici milioni, percepiscono prestazioni totalmente o parzialmente a carico della fiscalità generale.  E

che circa 51,8 milioni di italiani pagano un Irpef media di 923 euro a testa e   solo il servizio sanitario nazionale costa 1.800  euro a testa! Il 52,81% dell’ Irpef è a carico del 13,62% dei contribuenti e addirittura il 27,3% dell’Irpef la paga solo il 3,18% dei contribuenti.

Di solidarietà redistributiva  in un Paese che ha il record dell’evasione fiscale e contributiva, i manager in servizio e in pensione ne fanno quindi già molta.

Avete le forze per fare queste azioni?

Federmanager porta avanti con successo gli organismi bilaterali e già questo ci abilita a un’azione più ampia, ha inoltre una  struttura tecnica molto qualificata. Finora l’abbiamo utilizzata per difenderci, adesso vogliamo essere proattivi con questo, come con i governi che seguiranno, formulando delle proposte per risolvere alcuni nodi della nostra economia e della nostra società:  previdenza, fisco, sanità. Deve esserci riconosciuto  il ruolo che come manager abbiamo svolto e svolgiamo.

Una profonda riflessione sul nostro welfare sarebbe necessaria per tanti motivi.

Per questo vogliamo andare avanti spediti su questa linea, perché sappiamo qual è la realtà. Vogliamo coerenza dai governi. Per esempio, se è vero che la previdenza complementare sarà indispensabile per le future generazioni, non è corretto che questa stessa previdenza complementare venga indebolita mettendo il Tfr nelle buste paga e aumentando la tassazione sui rendimenti. Quello che serve ai giovani è offrire loro una possibilità di lavoro, un lavoro che eviti discontinuità, ed eccessiva flessibilità. Per questo lavoreremo.

Lei ha parlato di alleanze. Con chi pensa di allearsi in queste battaglie?

La prima cosa da fare è unire tutti i manager, dell’industria, del commercio, delle banche, i dirigenti pubblici, delle assicurazioni,  nella Cida, la nostra Confederazione. Ma soprattutto contiamo sugli imprenditori che devono tenere conto della nostra centralità. Devono valorizzare il nostro ruolo e difenderlo. Parlo degli imprenditori, non solo delle organizzazioni che le rappresentano. E dobbiamo avere un rapporto stretto anche con i professionisti. Tutti coloro che si riconoscono nella valorizzazione del merito. Sapendo che difendere il merito non significa dimenticare la società e i suoi bisogni, perché merito e sociale devono andare avanti assieme. Dobbiamo dare a tutti delle opportunità e premiare chi è più bravo, non fosse che per evitare che i migliori se ne vadano dal nostro paese, impoverendolo.

Massimo Mascini

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