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Home - Approfondimenti - Analisi - La grande occasione? indicare la via d’uscita dalla crisi

La grande occasione? indicare la via d’uscita dalla crisi

di Gianni Manghetti
28 Aprile 2015
in Analisi

di Gianni Manghetti

E’ nei momenti di crisi che la classe dirigente di un Paese deve mostrare di avere la capacità e la forza per proporre e portare a compimento soluzioni in grado di indicare a tutto il Paese un percorso di risanamento. Ciò comporta gestire e saper affrontare tutti i prevedibili malumori e tutte le proteste che i sacrifici impongono, nonché saper convincere che le medicine, seppur amare, possono curare la malattia. E ciò è tanto più vero quanto più la crisi è il risultato, com’è oggi,  di un intreccio tra una perdurante caduta collettiva di valori etico – morali e una stagnazione ultradecennale degli investimenti.

Torna a merito della classe dirigente comunista e di quella sindacale degli anni settanta essere riuscite a convincere la classe operaia dell’epoca ad accettare, a proprie spese, una politica di austerità che avesse permesso, e che in realtà permise, al Paese di non rimanere schiacciato sotto il peso di ben due shock petroliferi. Fu uno sforzo enorme che coinvolse centinaia di militanti e decine di migliaia di iscritti e di lavoratori . Oggi il quadro è totalmente mutato. La classe operaia è divenuta decisamente minoritaria (nella produzione ma anche culturalmente); i partiti, dal canto loro, per usare un eufemismo, non godono di buona reputazione nell’intero Paese; il sindacato, infine,  attraversa una grave e cronica crisi di identità. Sembrerebbe, quell’esperienza degli anni settanta, del tutto impercorribile. Eppure essa potrebbe rappresentare una lezione storica, a condizione di riproporla tenendo conto delle attuali condizioni oggettive.

Non vi è dubbio che il pesante impoverimento del ceto medio potrebbe, a prima vista, far ipotizzare di fargli esercitare il ruolo che fu della classe operaia; purtroppo la sua frantumazione sociale e l’assenza di qualsivoglia visione nazionale lo espone a ogni sorta di populismo, precludendogli ogni prospettiva di esercitare una funzione dirigente e quindi di sopportare dei sacrifici per il bene degli altri. Del resto, quei partiti – a cominciare dal PD- che cercano di farsi portatori anche degli interessi del ceto medio si caratterizzano o per la messa a punto di policy compromissorie o di policy troppo populiste. Anzi, le derive populiste paiono- soprattutto nelle ali estreme del sistema politico- quelle cui si fa continuo ricorso ai fini della ricerca del consenso del ceto medio. Non sembrano, pertanto, i partiti gli strumenti sui quali in questa fase storica si possa contare per riproporre il rinnovamento del Paese.

E il sindacato? Anche il sindacato sembra aver perso la sua funzione dirigente nazionale, affogato tra le difese corporative di mille interessi settoriali, la perdita di iscritti e il mantenimento di una trincea di mera resistenza come interlocutore  storico del governo.

Eppure, pare all’autore di queste note che proprio il sindacato abbia oggi l’opportunità di indicare al Paese una via d’uscita. Certo, a condizione di una profonda autocritica sui propri errori, sui propri ritardi, sui propri silenzi, sui propri “niet”. Una autocritica che lo spinga ad indicare la via del bene comune e quindi del risanamento nazionale a mezzo dell’impegno e del sacrificio in prima linea dei lavoratori. Chiamati, dunque, non già a chiedere bensì a dare. A proporsi, dunque, in una vera funzione dirigente nazionale. Quali lavoratori?

Dove è stato e dove si tocca con mano il maggior fallimento della politica sindacale? La risposta mi è chiara: nel settore pubblico e parapubblico. Nello Stato, dunque. Là ove si annida quel virus corruttivo che ha infettato il Paese e nei confronti del quale, al contrario, le aspettative del popolo per ottenere servizi pubblici a tutela dei propri bisogni vanno troppo spesso deluse. Là ove le politiche sindacali si sono limitate a una azione contrattuale meramente rivendicativa, esercitata per di più  con ritardi che non potevano non innescare una diffusa disaffezione per il lavoro accanto a malumori senza fine, per non parlare delle auto giustificazioni dei singoli per integrarsi in modo illecito lo stipendio.

Il settore pubblico può divenire il centro propulsivo del risanamento morale ed economico del Paese, anziché luogo di sinecure, sprechi, ruberie, menefreghismi?

Utopia, si dirà. Mancano le risorse e in tutti questi anni i tagli del governo centrale hanno colpito ovunque e a pioggia proprio i servizi pubblici. Si risponde: è vero, le risorse sono importanti e sarebbe sciocco negarlo, ma – questo è il punto- lo sono ancor più gli uomini che lavorano nel pubblico impiego.

E’ difficile trovare, al centro e in periferia, civil servant, la cui passione e competenza suppliscono alla carenza di risorse. Ma là ove si trovano – penso al lavoro di frontiera di certi magistrati che rischiano la vita, di certi medici e chirurghi ospedalieri, di certi insegnanti – si ringrazia il cielo di averli trovati: lavorano ed ottengono risultati  nonostante che gli strumenti a loro disposizione siano precari  e carenti. E li ottengono supplendo con la loro passione. E’ il Paese che deve ringraziarli per la loro dedizione allo Stato, cioè a noi tutti.

Ma è altrettanto vero che lo Stato sia stracolmo, al centro e in periferia, di burocrati chiamati a timbrare il loro cartellino (quando lo timbrano), a rallentare i timbri sulle pratiche, a piegare l’interpretazione delle norme a proprio uso e costume. E’ questa macchina dal motore troppo vecchio che facilita la corruzione e le ruberie e che va rivitalizzata con iniezioni di senso civico e di impegno morale. We care, viene da chiedere a tutti i lavoratori pubblici.

Non sarà facile.

Serve, anzitutto, che il sindacato faccia chiarezza al proprio interno. Ridefinendo regole superate; ristabilendo limiti temporali agli impegni sindacali e conseguenti rientri in servizio; chiedendo che l’impegno sindacale di ciascuno non possa né debba essere finanziato dal proprio datore di lavoro; ripulendo il terreno da coloro che vi hanno scavato la propria tana per coprire le proprie miserie umane e morali.

Ed è sul fondamento del proprio rinnovamento morale che il sindacato potrebbe rifondare il suo rapporto dentro lo Stato al servizio dei cittadini. Fatti i conti con se stesso, il sindacato avrebbe forza e titolo, proprio là ove esso è anche più robusto, di chiamare i lavoratori del pubblico impiego, al centro e in periferia a sentirsi partecipi di un grande rinnovamento nazionale, riqualificando il servizio pubblico, nonché isolando le aree e gli interessi infetti che vi si annidano.

Infine, e soprattutto, esso diverrebbe naturale e reale interlocutore politico dei governi, in quanto portatore di quegli interessi generali che i lavoratori, a partire da quelli del pubblico impiego, stanno incarnando nell’esercizio concreto della loro attività quotidiana.

 

Gianni  Manghetti

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