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Home - Approfondimenti - Analisi - Ammortizzatori sociali, una manna pericolosa ma necessaria

Ammortizzatori sociali, una manna pericolosa ma necessaria

di Ciro Cafiero
1 Luglio 2014
in Analisi

E’ sempre difficile parlare di ammortizzatori sociali. Ma, in questi giorni, lo è meno del solito. Perché la storia del Cristianesimo ci ha ricordato che la “manna”  non è cibo di vita eterna. Di manna si tratta, infatti, quando si parla di ammortizzatori sociali. Una manna che sazia i lavoratori  per farli  ricadere,  una volta finita,  in una fame di lavoro più forte di prima.

Sazia i lavoratori durante l’agonia del loro rapporto di lavoro, sotto forma di cassa integrazione straordinaria a ridosso del licenziamento collettivo o nell’ambito di procedure concorsuali dell’impresa, dal fallimento  alla  liquidazione coatta amministrativa. Sazia i lavoratori che hanno già perso il loro lavoro, ma solo per qualche anno sotto forma di  indennità di mobilità o, per un massimo di 16 mesi dal 2015, sotto forma di indennità di disoccupazione, già detta “aspi”. La differenza è che questa manna ha un costo. Ed anche alto per il nostro Stato, che ha speso  in politiche passive  più di  30 miliardi di euro dal 2008 ad oggi.

Ed allora, il ministro Poletti ha ragione a denunciare la necessità di politiche attive per il lavoro. La domanda difficile è però: quali? Perché come insegna l’OCSE una politica attiva, e quindi di promozione dell’occupazione, ha un senso a due condizioni alternative tra loro. Una che ci siano posti di lavoro per renderli più facilmente occupabili, l’altra che, in assenza, sia possibile crearli. Condizioni, che però al momento non ci sono. Anzi, i posti di lavoro continuano a diminuire,  al ritmo di 143.700 unità nel 2014 come stima il recente rapporto Unioncamere. Perché ha fallito buona parte delle politiche attive sino ad oggi poste in essere. Facciamo tre esempi.

In Italia, ci sono posti di lavoro che i giovani non vogliono fare perché manuali, tra cui il sarto, il panettiere, il falegname, l’installatore di infissi o l’operaio specializzato. La Fondazione Consulenti del Lavoro ne ha contati l’anno scorso 150 mila. Una buona politica attiva avrebbe imposto di creare canali per l’accesso a queste professioni. Ed invece, è solo degli inizi di giugno il decreto interministeriale che, in via sperimentale, ha  introdotto l’apprendistato scuola-lavoro per gli studenti degli ultimi due anni dell’istruzione tecnico –professionale.  Ma soprattutto, le Regioni dagli inizi di maggio  dissipano il tesoretto della Youth Guarantee, pari a circa 1,5 miliardi di euro, con all’attivo 74.000 iscrizioni di giovani compresi tra i 15 e i 29 anni.

E così, quelle meno virtuose lo investono  in corsi di formazione poco efficaci; quelle più virtuose in bonus occupazionali  che hanno il  sapore stantio degli incentivi  già previsti dal decreto Giovannini. In questi anni, la Francia e la Germania hanno utilizzato i fondi europei per riorganizzare i servizi per l’impiego, con investimenti dell’ordine di 5,9 miliardi euro per il primo paese e di 9 miliardi per il secondo. Una buona politica attiva avrebbe imposto di fare lo stesso.

Ed invece, l’Italia ha investito in questi servizi poco più di 500 milioni di euro, in assenza di  un coordinamento a livello  nazionale e  di un raccordo tra quelli pubblici e privati. In Germania, il lavoratore perde l’indennità di disoccupazione se non accetta di svolgere un lavoro “ragionevolmente accettabile” su proposta del centro per l’impiego. Una buona politica attiva avrebbe imposto di seguire quest’esempio.

Ma, date le premesse, i nostri centri per l’impiego non sono in grado di fare queste proposte e i giovani di accettarle perché privi della  formazione necessaria per i lavori richiesti dal mercato. Un’altra domanda difficile allora è: come muoversi? Con molta cautela, è la risposta.

E quindi, con il mantenimento in vita dell’attuale sistema di politiche passive per il lavoro sino a quando non saranno rimossi gli ostacoli per buone politiche attive, a partire dai tre appena ricordati.  Perché il rischio è che, per fare in fretta, anziché fare un passo avanti, se ne facciano ancora una volta  due indietro.


Ciro Cafiero

Ciro Cafiero

Ciro Cafiero

Giuslavorista

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