Dopo aver trascorso la notte a 60 metri di altezza, i quattro lavoratori dell’Eurallumina sono scesi questa sera dal forno di calcinazione dello stabilimento di Portovesme, sul quale erano saliti ieri per chiedere risposte sul futuro della fabbrica, sempre più esposta al rischio di insolvenza. La decisione è arrivata dopo l’impegno del governo a mettere a disposizione le risorse necessarie per la messa in sicurezza dello stabilimento e del territorio, sebbene gli importi siano ancora da definire. Questa mattina al Mimit si è svolto un nuovo incontro tecnico sulla vertenza, senza la partecipazione delle organizzazioni sindacali. Il Diario del Lavoro ha intervistato Daniela Piras, segretaria generale della Uiltec Uil, per fare il punto sulla crisi e sulle prospettive industriali dello stabilimento, fermo dal 2009.
Piras, come si è arrivati a una forma di protesta così estrema e quanto è grave oggi la situazione dell’Eurallumina?
La situazione è gravissima. Non siamo più di fronte a un rischio da scongiurare o a un allarme: siamo arrivati al conto alla rovescia. Le risorse sono finite e, se non si individua un percorso preciso, con tempi e responsabilità definiti, si creano i presupposti previsti dal Codice della crisi d’impresa, fino allo stato di insolvenza dell’Eurallumina. Questo significherebbe rischiare di perdere Rusal, dopo aver mantenuto in piedi lo stabilimento per tutti questi anni, in attesa dell’arrivo del gas e delle condizioni necessarie al progetto di rilancio. Perderemmo la possibilità di concretizzare un investimento industriale sul quale si è lavorato tanto.
Questa mattina si è tenuto un incontro al Mimit, senza le organizzazioni sindacali. Perché non erano presenti le parti sociali?
Perché si trattava di un incontro tecnico, con i soggetti che hanno una responsabilità diretta nella gestione della vertenza: le amministrazioni competenti per il congelamento degli asset, l’Agenzia del Demanio per la gestione della società, la Regione per le questioni del territorio, il Mimit per la crisi industriale, il ministero del Lavoro per gli ammortizzatori sociali e i soggetti coinvolti negli aspetti economici e finanziari. Erano presenti coloro che hanno titolo per individuare delle soluzioni.
E che cosa è emerso dal vertice?
È arrivata la disponibilità del ministero dell’Economia a erogare nuove risorse, ma senza indicarne ancora gli importi. Prima di quantificarle, i soggetti coinvolti attendono la definizione di un cronoprogramma delle attività e indicazioni dall’Agenzia del Demanio sulle somme necessarie a mettere in sicurezza lo stabilimento e il territorio. C’è dunque una disponibilità, ma non ancora una soluzione definita.
A che punto è l’erogazione dei 9,6 milioni annunciati a dicembre dal governo?
Quelle risorse avrebbero dovuto garantire la copertura economica per sei mesi. In realtà, a settembre, quindi dopo nove mesi, ne erano stati erogati soltanto sette milioni. Oggi nelle casse dell’Eurallumina restano circa 200mila euro, a fronte di due milioni di euro di debiti e di tutte le altre spese che l’azienda deve sostenere.
Quanto può andare avanti lo stabilimento con queste risorse?
È proprio questo il punto: non ci sono più risorse per andare avanti. Duecentomila euro non bastano a garantire la continuità delle attività. In queste condizioni l’insolvenza non è più soltanto un rischio teorico. L’eventuale apertura di una procedura di insolvenza potrebbe compromettere la permanenza di Rusal. E qui, oltre al danno, rischiamo anche la beffa: perderemmo il soggetto industriale e non avremmo neppure più un interlocutore con cui discutere della cassa integrazione. Credo che a qualcuno stia sfuggendo la gravità di questo passaggio. Non stiamo parlando semplicemente di trovare qualche risorsa in più, ma della possibilità stessa di mantenere in vita lo stabilimento.
La continuità occupazionale è legata anche alla sicurezza ambientale, compresa la gestione del bacino dei fanghi rossi. Quali conseguenze avrebbe l’esaurimento delle risorse?
Questo è un punto fondamentale. L’Eurallumina non è semplicemente uno stabilimento fermo, che possiamo pensare di chiudere e lasciare lì. È anche un presidio ambientale e, se viene meno, il territorio è esposto al rischio concreto di un disastro. Gli impianti devono essere gestiti, controllati e mantenuti in sicurezza. C’è il bacino dei fanghi rossi, ci sono le acque da trattare e sostanze chimiche altamente pericolose, tra cui la soda caustica. Non possiamo considerare tutto questo come se fosse un normale edificio abbandonato.
Qual è il rischio concreto per il territorio?
Se si interrompessero le attività necessarie alla sicurezza e si verificasse una fuoriuscita dal bacino, quelle sostanze potrebbero raggiungere il mare, con conseguenze gravissime. Rinviare ancora non significa risparmiare, perché significa moltiplicare il conto. A pagarlo sarebbero i lavoratori, che perderebbero la loro realtà industriale, ma anche il territorio e l’intera collettività. Non possiamo lasciare quegli impianti senza le risorse necessarie alla loro gestione.
E sono proprio i lavoratori a garantire oggi queste attività?
Esattamente. Vorrei ricordare una cosa che forse non tutti hanno presente: la gestione, la manutenzione e la messa in sicurezza degli impianti passano attraverso il lavoro quotidiano delle persone che sono ancora all’Eurallumina. Sono quelle lavoratrici e quei lavoratori a garantire che lo stabilimento continui a essere un presidio ambientale. La tutela dell’occupazione e quella dell’ambiente non possono essere considerate due questioni separate.
Rusal aveva previsto ulteriori 300 milioni di euro per la bonifica, l’ammodernamento e il rilancio dell’Eurallumina, investimenti rimasti bloccati a causa del congelamento degli asset. Sono stati fatti passi avanti su questo?
Il problema del congelamento degli asset resta irrisolto. Dobbiamo però distinguere gli investimenti per la bonifica, l’ammodernamento e la ripartenza dai pochi milioni che servono oggi per garantire la continuità operativa. Sono questioni collegate, ma la seconda è ormai urgentissima. E voglio essere chiara: preservare l’asset non è una gentile concessione che ci fa il governo. È un obbligo di legge che, a nostro giudizio, ricade su chi ha disposto e mantiene il congelamento degli asset. Non è che ci fanno un favore a intervenire, sono obbligati a farlo.
Il governo sostiene che le sanzioni nei confronti della Russia impediscano di intervenire. Quali alternative esistono?
Perché in altri Paesi europei, soggetti alle stesse regole, si trovano soluzioni e in Italia no? In Irlanda, Svezia e Germania ci sono attività industriali riconducibili a Rusal che continuano a produrre e a garantire lavoro a centinaia di persone. Quei governi hanno individuato soluzioni per tutelare gli stabilimenti e l’occupazione. Chiediamo che anche l’Italia utilizzi le autorizzazioni e le deroghe consentite dalla normativa per salvaguardare l’asset strategico di Portovesme, il territorio e i lavoratori.
E se Rusal decidesse di abbandonare lo stabilimento?
Le strade sono due. O si creano le condizioni perché Rusal abbia ancora interesse a rimanere nel nostro territorio, come accade in altri Stati europei, oppure il governo deve chiarire quale futuro immagina per lo stabilimento. Non possiamo continuare a sentir parlare genericamente di manifestazioni di interesse. Servono tempi precisi, programmi definiti e responsabilità chiare. Non è possibile che da un mese all’altro si ripresenti sempre una nuova emergenza senza risolvere il problema di fondo.
Nell’immediato, che cosa chiedete al governo?
Chiediamo le risorse necessarie a garantire la gestione operativa dello stabilimento almeno fino alla fine dell’anno e, comunque, per tutto il tempo necessario a individuare una soluzione strutturale. Occorre anche prorogare gli ammortizzatori sociali e garantire la messa in sicurezza ambientale. Lo stanziamento è il presupposto indispensabile per qualsiasi percorso successivo. Sono state fatte tante promesse senza conseguenze concrete. Se si interrompe l’erogazione di quei fondi, non ci sarà più un futuro industriale da discutere.
Le crisi di Alcoa, Eurallumina e degli altri stabilimenti di Portovesme si trascinano da anni. Perché è così difficile trovare soluzioni durature?
Perché manca un’idea strutturale. I governi, questo come quelli precedenti, sono intervenuti quasi sempre sull’emergenza, affrontando una crisi alla volta senza una prospettiva industriale complessiva. Quando queste realtà sono state privatizzate erano considerate strategiche, eppure non si è costruita una politica capace di garantirne la competitività. Uno dei problemi principali erano i costi energetici.
Eravamo il gioiello della produzione dell’alluminio primario. Poi, pezzo dopo pezzo, hanno lasciato cadere nel nulla quelle realtà industriali, fino a oggi, quando cerchiamo di salvarne una, poi un’altra e poi un’altra ancora.
Quali interventi di politica industriale servirebbero per evitare che queste situazioni si ripetano nel resto del Paese?
Serve un’idea di sistema, un progetto industriale serio per la Sardegna e soprattutto per il Sulcis. Serve una politica energetica chiara, con condizioni e prospettive certe: senza risolvere il problema dell’energia è difficile immaginare una ripresa stabile. Ma riguarda tutto il Paese. Non possiamo intervenire soltanto quando le aziende sono ormai sull’orlo della chiusura. Occorre programmare, decidere quali produzioni mantenere e sviluppare e creare le condizioni perché rimangano competitive. Queste decisioni spettano alla politica, al governo e al Parlamento, alla maggioranza come all’opposizione. Non basta convocare ogni volta un nuovo tavolo. Serve una politica industriale ed energetica concreta.
Emanuele Ghiani



























