Ogni economista sa che un mercato fallisce quando chi produce un danno non ne paga il costo. Lo chiamiamo esternalità negativa, e l’ex-Ilva di Taranto ne è uno degli esempi più drammatici d’Europa. Per decenni l’acciaieria ha prodotto acciaio per il Paese e malattie per la città, mentre lo Stato, invece di correggere quel fallimento del mercato, lo ha assecondato: norme deboli, aggirate, sospese da una lunga serie di decreti d’urgenza.
È in contesti come questo che la direttiva europea sulla Sustainability Due Diligence (Direttiva 2024/1760, CSDDD) avrebbe fatto la differenza. Non perché aggiunge un adempimento in più, ma perché cambia ciò che la società si aspetta da un’impresa. Non basta più che rispetti la legge del luogo in cui opera, magari approfittando della sua debolezza. Le si chiede di rispondere, come attore sociale, degli effetti che produce su persone e ambiente.
In concreto, la direttiva prevede che le grandi imprese identifichino gli impatti negativi, effettivi o potenziali, delle proprie attività, delle controllate e dei partner commerciali sui diritti umani, incluso il diritto alla salute, e sull’ambiente, a partire da quelli più gravi e probabili. Devono prevenirli; se si sono già verificati, farli cessare e porvi rimedio, risarcendo chi li ha subiti, anche in via extragiudiziale. Devono inoltre coinvolgere lavoratori e comunità, offrire canali di reclamo e monitorare i risultati, sotto il controllo di autorità pubbliche con poteri sanzionatori.
A Taranto avrebbe significato obbligare chi ha gestito gli impianti di documentare gli effetti delle emissioni sulla salute di lavoratori e residenti, a investire per prevenirli prima dell’intervento di un giudice, a rispondere alle segnalazioni degli operai o della comunità locale, a risarcire o compensare le comunità colpite, anche laddove non fosse un giudice ad obbligarli. In altre parole: a internalizzare i costi che fino ad allora aveva scaricato sulla collettività.
Sembra un mondo parallelo, ma la direttiva prevede proprio quello e non è un’invenzione dell’ultima ora. È l’approdo di mezzo secolo di tentativi di chiamare le imprese a rispondere degli effetti delle proprie attività sui diritti umani. Già negli anni ‘70 le Nazioni Unite, con il Centro sulle imprese transnazionali poi confluito nell’UNCTAD, provarono a dotarsi di un codice di condotta avviando un percorso che nel 2011 condusse ai Principi guida ONU su imprese e diritti umani, non vincolanti ma che hanno rappresentato la base essenziale per lo sviluppo di normative vincolanti successive, dalla Loi de Vigilance francese del 2017, alla legge tedesca sulle catene di fornitura e, nel 2022, la proposta di direttiva europea.
Eppure, proprio quando il traguardo sembrava a portata di mano, nel febbraio 2024, l’Italia, il Paese in cui la CSDDD sarebbe forse più necessaria, ha contribuito con la Germania a far mancare la maggioranza in Consiglio d’Europa. Il risultato è stato un testo ridimensionato, approvato nel maggio 2024 e poi ulteriormente indebolito dal pacchetto Omnibus. Tutto questo nel nome della cosiddetta competitività.
Ma quella è idea di competitività è sbagliata, perché al ribasso. Un’impresa che guadagna scaricando i propri costi sulla salute altrui non è competitiva: è sussidiata da lavoratori e cittadini, che prima o poi pagano il conto. Se un settore è davvero strategico, la politica deve pretendere che i costi di una gestione responsabile entrino nei bilanci, non che restino fuori.
Se chi ha guidato l’Ilva avesse fatto proprio lo spirito della due diligence, cioè conoscere i danni, prevenirli, ripararli, oggi avremmo forse un’impresa che crea valore invece di distruggerlo, e ancora una siderurgia italiana. Si è scelta un’altra strada: una cultura manageriale miope, che ha trattato salute e ambiente come costi da evitare, e uno Stato che, potendo imporre regole, ha protetto la produzione di oggi a scapito di quella di domani.
L’Italia ha inserito la direttiva nella legge di delegazione europea 2025, ma il decreto di recepimento non risulta ancora e il termine è il luglio 2028. Il governo farebbe bene a non aspettare, e a farla applicare davvero nell’interesse del capitalismo italiano. E se la competitività è davvero la priorità del momento, allora occorre che i manager inizino a competere in maniera responsabile, non scaricando i costi su ambiente e salute. Se non ne sono capaci, il problema non è la direttiva e non sono i giudici: sono loro. E il mercato, che tanto si invoca, dovrebbe saperne offrire di migliori.
Elisa Giuliani
Professoressa Ordinaria di Economia e Gestione delle Imprese, Università di Pisa



























