La torta è ancora in forno e tutto fa credere che ci resterà ancora un po’. La torta è l’accordo per le nuove regole sulla contrattazione e la rappresentanza. Il vicepresidente di Confindustria Maurizio Marchesini parlando la settimana scorsa al Tempio di Adriano aveva detto che gli sarebbe piaciuto portarla lì per festeggiare i 25 anni de Il diario del lavoro, ma, aveva aggiunto, purtroppo la torta è ancora in forno. Gli incontri si susseguono, ma senza grandi risultati. Quando qualcosa sembra deciso e tutti sono d’accordo, improvvisamente le cose si complicano e tutto torna forse non in alto mare, ma lontano dal momento conclusivo della trattativa.
Sul tema della rappresentanza non sembrano esserci grandi problemi. La posizione assunta dal sindacato e quella delle 14 associazioni datoriali, che intanto sono diventate 13 perché Ania, la confederazione delle imprese assicuratrici si è sfilata, le due posizioni reggono. L’obiettivo comune di tutti è quello di dare stabilità alle parti sociali maggiormente rappresentative e combattere così la piaga dei contratti pirata. Anche i criteri per stabilire quali parti sociali siano effettivamente rappresentative sembrano assodati. Forse non c’è una perfetta coincidenza tra i criteri indicati dalle parti datoriali e le richieste del sindacato, ma sono problemi di secondo piano che non darebbero pensiero più di tanto.
I problemi semmai si presentano quando si parla di salario e di come questo possa mantenere la sua consistenza, di quali possano essere i sistemi per evitare depauperamenti. Tutta questa partita è iniziata proprio dal fatto che i salari italiani perdono sostanza negli anni, l’inflazione è tornata a farsi sentire, il fiscal drag è in piena efficienza e qualcosa rimedio occorre trovare per evitare un peggioramento. Anche perché un regime di bassi salari non sembra l’ideale per chi ha il problema della retention, il mantenimento in organico dei dipendenti. La richiesta dei sindacati è stata precisa: applicare i minimi salariali previsti dai contratti firmati dalle parti sociali maggiormente rappresentative e aggiungere un meccanismo che assicuri di mantenere integro il potere di acquisto. Non certo la scala mobile, ma qualcosa che dia garanzie.
La scelta è caduta sull’opzione prevista dai contratti dei metalmeccanici e del legno arredo: un controllo automatico ogni anno nel mese di giugno per accertarsi che non ci sia stato depauperamento e, in caso positivo, un intervento che reintegri quanto perso. Questo criterio ha mostrato di funzionare, negli anni passati ha consentito alle due categorie che lo applicano di superare le difficoltà indotte dalla crescita dell’inflazione. Si tratta comunque di un intervento oneroso per le aziende, tanto che anche quelle due categorie hanno fatto registrare mugugni e lamentele. Non è difficile pensare che la delegazione datoriale che sta trattando con i sindacati abbia posto il problema. E poi, più in generale, si sta ragionando anche sulla base salariale su cui calcolare gli eventuali aumenti. E’ evidente che il totale può essere molto diverso a seconda degli istituti che si tengono nel conto, e quindi gli animi fibrillano.
Problemi reali, sui quali occorre fare chiarezza per poter giungere a un accordo finale. Comunque, c’è da tener presente che tutte le parti impegnate, i rappresentanti dei lavoratori e quelli delle aziende, sono perfettamente consce che un eventuale fallimento della trattativa avrebbe risultati disastrosi per tutti i protagonisti. Sarebbe l’accettazione di una condizione di minorità rispetto alla politica che verrebbe pagata carissima. Sarebbe difficile, se non impossibile, continuare, come hanno fatto finora, a intimare al governo di non legiferare e decretare su queste materie, di stretta competenza delle parti sociali.
E svanirebbe anche il successo che hanno ottenuto le tre confederazioni sindacali quando si sono trovate a vivere un revival dell’unità sindacale. Non è un mistero che Cgil, Cisl e Uil negli ultimi anni, sia pure in condizioni diverse, fossero molto lontane strategicamente tra di loro, con politiche che non solo non coincidevano, ma portavano le rispettive organizzazioni verso lidi lontani tra loro, causando un indebolimento generale che rendeva più difficile la difesa degli interessi dei lavoratori. Con un grande sforzo i vertici delle tre confederazioni hanno ribaltato questa situazione, senza abiure o abbandoni, ma cercando l’unità invece di respingerla. Nel mese di giugno è stato trovato un accordo tra le tre organizzazioni su tutti gli elementi legati alla contrattazione e alla rappresentanza, che hanno poi offerto al confronto con le controparti datoriali in vista di un accordo generale. Un risultato eccezionale, che il fallimento della trattativa metterebbe naturalmente di nuovo in discussione. Un motivo in più per cercare l’intesa, che resta saldamente nelle potenzialità delle parti sociali.
Massimo Mascini

























