“La disdetta contrattuale era annunciata. Altrimenti, l’annuncio di un mese fa di Fiat dell’uscita da Confindustria non avrebbe avuto alcun senso”. Lo afferma, in un’intervista al Mattino, Pietro Ichino, giuslavorista e senatore Pd che non vede come una “catastrofe” la mossa del Lingotto.
“Il fatto che un grande gruppo imprenditoriale intenda sperimentare un proprio sistema di relazioni industriali – aggiunge – diverso da quello di Confindustria dovrebbe essere considerato fisiologico, non patologico, senza contare che il piano industriale di cui stiamo parlando porterà retribuzioni nettamente al di sopra dello standard fissato dal vecchio contratto collettivo nazionale. Porterà tecnologia avanzatissima e lavoro per migliaia di persone, in un Paese in cui ormai da vent’anni nessuna grande multinazionale del settore industriale ha più fatto investimenti di qualche rilievo”.
Rispetto alla contrarietà della Fiom alla decisione di Marchionne, Ichino chiede che il sindacato spieghi “ai lavoratori italiani perché debbano restare esclusi da un modello di organizzazione del lavoro che il Gruppo Fiat applica da anni in tutto il mondo, compresi i Paesi più civili e avanzati. Poi la Fiom dovrebbe spiegarci perché i produttori italiani di spazzole e pennelli, che danno lavoro a qualche centinaio di persone, possono avere un loro contratto collettivo nazionale, mentre alla Fiat, che in Italia dà lavoro a 70 mila persone, dovrebbe essere proibito”. (LF)
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