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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - L’accanimento del governo

L’accanimento del governo

28 Ottobre 2011
in L'Editoriale

Il tema dei licenziamenti e in particolare le norme dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sembra essere davvero la bestia nera dei governi Berlusconi. Dico governi al plurale perché quello dei primi anni duemila sferrò l’attacco frontale contro quelle norme nel 2002, e andò a finire come sappiamo, ma anche questo ultimo, quello in carica, non sembra di meno. Nel decreto di metà agosto è stata introdotta la norma che consente ai contratti aziendali di derogare all’articolo 18, adesso nella lettera a Unione europea con gli impegni per superare la stretta finanziaria riappare a sorpresa l’argomento, con l’impegno a modificare a breve le norme sul licenziamento. E’ questo uno dei provvedimenti che l’esecutivo si propone di applicare per migliorare il sistema economico produttivo, recuperare il gap di produttività, quindi di competitività e imboccare decisi la via della crescita.
Affermazioni che lasciano in qualche misura stupefatti. Per prima cosa perché quello dei licenziamenti non sembra proprio il grimaldello per scardinare la concorrenza internazionale. Il problema è la produttività e questa non cresce licenziando qualche fannullone, ammesso che esistano e siano individuati. Servirebbe una pubblica amministrazione che funzioni, infrastrutture che colleghino, una sistema di istruzione e formazione che sia in grado di preparare le persone al lavoro. Insomma, tutto quello che si conosce benissimo e che le grandi organizzazioni datoriali hanno anche recentemente indicato al governo.
Ma questo insiste sull’articolo 18, adducendo, tra l’altro, a sostegno della propria azione il richiamo della Bce nella ormai famosa lettera firmata a quattro mani da Jean Claude Trichet e Mario Draghi. I quali invero non hanno mai chiesto l’abolizione o la riscrittura dell’articolo 18, ma una migliore regolazione del mercato del lavoro, dando la possibilità a chi perde i lavoro di trovarne un altro, non di mettere in strada ancora più persone di quante già non ci stiano. Di licenziamenti in quella lettera non si parla.
Ma soprattutto stupisce l’accanimento del governo considerando che non è assolutamente questa la priorità delle imprese. Il diario del lavoro ha svolto in settembre un seminario proprio sui temi della flessibilità in uscita, il cui resoconto è possibile leggere sulle pagine del giornale. E’ venuto alla luce che non è assolutamente questo il problema delle aziende di una certa dimensione. Alle grandi e alle medie imprese il tema non interessa, alle piccole nemmeno, almeno quelle che non arrivano alla soglia dei 15 dipendenti, perché non applicano lo Statuto. Restano le piccole aziende che sono al di là di quella soglia, ma è davvero poca cosa. Tanto più che il reintegro nel posto di lavoro, che è quello che si vorrebbe abolire, avviene praticamente in pochi casi, perché per lo più dopo una sentenza favorevole al lavoratore nella gran parte dei casi le parti si mettono d’accordo su un indennizzo. Inoltre, non bisogna dimenticare che si sta parlando sempre di licenziamenti individuali, perché quelli collettivi sono da sempre regolati in altra maniera, non hanno mai dato problemi che non fossero quelli di alleviare la situazione materiale di chi ha perso il lavoro.
Insomma, tanto baccano per nulla. Certo, sbaglia il governo a insistere in maniera parossistica in questa direzione, ma hanno sbagliato anche i sindacati a fare dell’articolo 18 un feticcio, come era negli anni 80 la scala mobile. Se avessero diretto le loro energie a difendere altri diritti, quelli attinenti alla condizione di lavoro, forse i risultati sarebbero stati più corposi. Ma è anche vero che la stabilità del posto di lavoro rappresenta sempre una cosa importante. Comunque sia, questa è la realtà e non sembra possibile che le confederazioni tornino adesso indietro. Per cui il governo, prima di procedere nella riscrittura dell’articolo 18, dovrebbe pensarci due volte. Perché riaprire una guerra tra governo e sindacati non è una cosa che faccia bene al paese. Viene meno la coesione sociale, che invece in un periodo così travagliato, così difficile, è un bene prezioso, perché aiuta a governare. Gli italiani non si sono mai tirati indietro quando c’è stato bisogno di impegnarsi, di sacrificarsi. Ma vogliono partecipare, ma il governo non ci sente. Preferisce andare alla guerra, anche se si combatte contro mulini a vento.

MASSIMO MASCINI

redazione

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