La Cisl presenta il suo terzo rapporto sulla contrattazione di secondo livello relativa al biennio 2015-2016, in cui si analizzano i contenuti di 2.094 accordi frutto della contrattazione decentrata in 1.478 aziende che occupano 753.304 lavoratori. Si tratta di uno spaccato legato ai soli accordi che le strutture sindacali immettono nella banca dati dell’osservatorio. La Cisl sottolinea che non è contabilizzata la contrattazione territoriale, che sarà al centro di un prossimo rapporto, e che in settori come edilizia, agricoltura e artigianato è in realtà molto attiva e copre migliaia di Pmi e centinaia di migliaia di lavoratori.
Dal rapporto emergono innanzitutto indicazioni in discontinuità con quella degli anni precedenti, segnata prevalentemente dalla gestione degli effetti della crisi, nonché tendenze innovative e di cambiamento dei suoi contenuti.
Il sindacato precisa che in questi due anni, la contrattazione decentrata ha intensificato il proprio dinamismo e nel periodo post-crisi è caratterizzata da una ripresa quantitativa dell`attività contrattuale in tutti i settori merceologici, non solo in quelli tradizionali o a consolidata esperienza contrattuale.
Rispetto al biennio 2013-2014 si registra una netta inversione di tendenza nel peso degli istituti contrattuali al centro delle trattative. Gli accordi per crisi o ristrutturazione che prima riguardavano ben il 62% dei contratti, adesso scendono al 37%, mentre la contrattazione del salario sale dal 23% al 43% degli accordi, quella del welfare dal 10% al 20%, quella dell’orario dal 12% al 19%. In sostanza la contrattazione decentrata torna a riprendere la regolazione dei capitoli fondamentali del rapporto di lavoro, anche con contenuti sempre più innovativi.
La contrattazione, dunque, supera le caratteristiche difensive per tornare a essere uno strumento di regolazione attiva dei nuovi equilibri tra impresa e lavoro.
Per quanto riguarda la distribuzione geografica mentre il 32% degli accordi registrati sono relativi a gruppi presenti in più regioni del territorio, un altro 48% riguarda aziende del Nord, il 14% quelle del Centro e solo il 6% il Sud e le isole. Ciò dimostra un certo squilibrio territoriale che vede la contrattazione svilupparsi soprattutto nelle aree maggiormente dinamiche economicamente del Paese. Questo dato è appesantito dal fatto che se si misura la sola contrattazione salariale, questa viene svolta per ben il 70% al Nord.
Il 41% degli accordi registrati riguarda aziende con meno di 50 dipendenti, a testimonianza. Di un aumento di rappresentatività e di efficacia dell’azione sindacale sul territorio, che sa adattarsi verso l’enorme platea delle Pmi.
La contrattazione di secondo livello diventa sempre più dinamica, legata alla evoluzione rapida delle strategie aziendali, meno concentrata nei soli classici rinnovi dei contratti integrativi. Aumentano infatti gli accordi che attuano nuove disposizioni di legge (quali per esempio quelle recenti sul welfare contrattuale e sulla detassazione dei premi di risultato) o quelli che integrano su singoli temi accordi precedenti.
La contrattazione salariale sta stabilmente segnando una evoluzione innovativa definitiva.
Infatti, l’85% degli accordi a carattere salariale negozia voci a carattere variabile e solo il 44% voci a importo fisso, così come i premi di risultato aziendali sono distribuiti per il 58% secondo criteri di professionalità e solo il 43% in modo uguale per tutti. Si tratta di un cambiamento rispetto al passato.
Non ottimale è la copertura del salario aziendale verso i lavoratori discontinui. Dall’osservatorio appare che solo il 28% dei tempi determinati e il 18% dei somministrati è esplicitamente destinatario degli aumenti di premi variabili annui.
In tema di orari la contrattazione si occupa prevalentemente di distribuire gli orari di lavoro (65% degli accordi) e di flessibilità (53%), tutti elementi centrali per imprese che faticano sempre più ad avere programmi stabili di produzione. Il report della Cisl evidenzia come in tema di flessibilità il 74% degli accordi su questa tema promuovano orari più elastici anche verso esigenze dei lavoratori e l’11% degli accordi si propone di legare la flessibilità alla maggiore conciliazione dei tempi vita-lavoro.





























