Favorire la creazione di una nuova cultura del lavoro agricolo contro lo sfruttamento, il caporalato e l’illegalità è l’obiettivo di fondo che negli ultimi due anni ha portato avanti il progetto Agree, che giunge a conclusione con la conferenza finale di oggi.
Il progetto, co-finanziato dalla Direzione Affari Interni della Commissione europea, ha visto la realizzazione di studi e percorsi formativi ad opera di sindacati e centri di ricerca in Italia, Spagna e Romania. La Fondazione Giuseppe Di Vittorio e Cittalia-Anci Ricerche hanno studiato gli effetti dello sfruttamento lavorativo dei migranti sulla coesione sociale dei territori, con particolare riferimento alla zona dell’Agro-Pontino al centro di un’azione di networking, formazione e sensibilizzazione degli operatori locale.
“Lo sfruttamento lavorativo in agricoltura a danno di lavoratori migranti e non, è oggetto anche per noi di continue analisi per contrastarlo ma anche per definirlo in termini oggettivi e scientifici, così da poter individuare gli strumenti d’azione sindacale e di tutela sempre più efficaci – ha dichiarato Stefania Crogi, segretario generale Flai Cgil, durante i lavori del convegno odierno tenutosi in Corso Italia -. Inoltre, abbiamo portato all’attenzione della politica e delle istituzioni il grave fenomeno del caporalato e del lavoro nero, che oltre al grave sfruttamento, si associa in alcune zone anche ad una vera e propria tratta di esseri umani”.
“Il nostro Rapporto su agromafie e caporalato, che fotografa lo sfruttamento dei lavoratori migranti in Italia è diventato fonte non solo di reportage ed inchieste ma anche di altri studi sul tema. Il progetto Agree, che analizza la situazione in tre Paesi – Italia, Spagna, Romania – ci offre importanti strumenti per il nostro lavoro quotidiano, ampliando il campo di ricerca ed analizzando la situazione di paesi, penso alla Romania, i cui lavoratori sono presenti in gran numero in Italia e sono soprattutto impiegati nel settore agricolo. In Sicilia, nella zona di Vittoria e Ragusa, la Flai Cgil insieme ad alcune realtà dell’associazionismo, ha denunciato con forza un fenomeno di sfruttamento, che si intreccia a ricatti ed abusi ai danni di molte donne, per lo più di nazionalità rumena, che sono impiegate soprattutto nel lavoro in serra. La loro condizione lavorativa è caratterizzata da una paga che arriva al 50% del dovuto, ad un totale isolamento che le rende dipendenti e sotto ricatto del datore di lavoro, arrivando anche a situazioni di vere e proprie violenze ed abusi che si sommano allo sfruttamento lavorativo”.
“A livello legislativo voglio ricordare che grazie all’azione della Flai e della Cgil tutta dal 2011 il caporalato è un reato penale da punire con il carcere (art. 603bis. C.p.); recentemente la confisca dei beni è stata prevista anche per chi incorre nel reato previsto dal 603bis, a questo importante articolo manca però l’estensione della pena al datore di lavoro che si rivolge al caporale; è stata istituita la Rete del lavoro agricolo di qualificazione; ed infine il Consiglio dei ministri ha licenziato un decreto legge che recepisce almeno in parte le nostre proposte di contrasto al caporalato attraverso un collocamento al lavoro legale e trasparente. Su questi punti intendiamo proseguire la mobilitazione ed incalzare politica ed istituzioni per raggiungere i nostri obiettivi e le risposte adeguate dalla politica. Il settore dell’agricoltura e dell’agroalimentare complessivamente, che ha tenuto in questi anni di crisi, non può essere anche il settore nel quale si consumano fenomeni di sfruttamento e negazione continua dei diritti dei lavoratori. È necessario un mercato del lavoro in agricoltura nel quale domanda e offerta si incrocino in modo trasparente, legale, pubblico. Inoltre è per noi un connubio imprescindibile qualità dei prodotti e qualità del lavoro. Senza un lavoro libero dallo sfruttamento, dignitoso ed equamente retribuito non ci può essere cibo di qualità”.