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Home - Approfondimenti - La nota - Boeri pride in Parlamento: ‘il presidente Inps non giura fedeltà ai governi’’

Boeri pride in Parlamento: ‘il presidente Inps non giura fedeltà ai governi’’

19 Luglio 2018
in La nota

“Affermare che le relazioni tecniche esprimono un giudizio politico significa perdere sempre più contatto con la crosta terrestre, mettersi in orbite lontane dal nostro pianeta”. È un esercizio molto pericoloso perché, prima o poi, per spiegare perché si fanno certe cose e non si possono farne altre, bisognerà spiegare ai cittadini quali sono i vincoli di cui è costellato il mondo reale”,

 È solo una delle mille scudisciate con cui Tito Boeri replica alle accuse di Di Maio, difendendo l’operato dell’Inps e la sua indipendenza da ogni esecutivo.Non difende la propria ”poltrona”, pero’, come invece sostiene il ministro Salvini, che lo attacca duramente; Boeri, per chi lo conosce un minimo, alle poltrone non e’ mai stato attaccato, ha piuttosto una visione severa del ”civil servant”, la stessa che lo ha portato a rinunciare a parecchi incarichi prestigiosi ( e anche molto ben retribuiti) per andare a dirigere la grana Inps (assai meno retribuito). Carattere certo non facile, ma inattaccabile sul piano della correttezza, Boeri ha risposto punto per punto alle accuse di ”manine” o ”manone” che gli sono state mosse in questi giorni, cioe’ da quando la famosa nota tecnica allegata al dl dignita’ ha svelato che la maggior tutela della precarieta’, obiettivo del ministro Di Maio, ha in realta’ un costo pesante sul piano dei posti di lavoro. Una ”trappola”, secondo l’attuale governo, tesa da chi era stato nominato da un governo precedente e ”avverso”. Tesi  che Boeri ha respinto con durezza al mittente.

 “Non sono affatto disposto – ha infatti scandito  davanti alla commissione Lavoro di Montecitorio – ad accettare l’idea che chi ricopre l’incarico di presidente dell`Inps debba sposare le tesi del governo in carica. L’esecutivo che mi ha nominato non mi ha mai chiesto di giurare fedeltà al suo programma, né io avrei mai accettato di farlo. Chiedo lo stesso rispetto istituzionale a questo esecutivo, non tanto per me stesso, quanto per la carica che ricopro”.

L`Inps, ha proseguito Boeri, “ha 120 anni di storia alle spalle, è un’istituzione che ha contribuito a tenere insieme il paese in anni molto difficili. Obbligare il suo presidente a schierarsi politicamente significa rendere l’istituzione che ho il grande onore di presiedere una istituzione che promuove il conflitto anziché la coesione sociale e svilire le grandi competenze che ha al suo interno. Non sono perciò in nessun modo disposto ad accettare che questo avvenga”.

Quanto al suo futuro ai vertici dell’Inps, ha precisato di essere pronto a dimettersi se lo si riterrà inadeguato: “Se nelle sedi istituzionali opportune mi venisse chiesto di lasciare il mio incarico anticipatamente perché ritenuto inadeguato a ricoprirlo, ne trarrei immediatamente le conseguenze”.Ma, appunto, dovra’ trattarsi di un procedimento formale, non di un ‘licenziamento’ via social.

Nel merito della polemica, ovvero sulle cifre relative ai posti di lavoro che verrebbero persi col decreto dignità, Boeri spiega: “Vi sono ampie ragioni, sia teoriche che empiriche, per ritenere che il provvedimento possa avere, almeno inizialmente, un impatto negativo sull’occupazione. Le stime dell`Inps possono apparire addirittura ottimistiche se si tiene conto che ai lavori in somministrazione vengono estese tutte le restrizioni stabilite dal decreto per i contratti a tempo determinato”.

E peraltro, aggiunge, il ministero stesso immaginava che vi fossero conseguenze di quel genere:  “Dalla formulazione della richiesta si evince che il ministero del Lavoro già aveva messo in conto una riduzione dell’occupazione a tempo determinato per effetto del decreto”.  Boeri ha quindi fornito ai parlamentari la richiesta scritta pervenuta all’Inps dal ministero che recita: “In particolare, occorre stimare la platea dei lavoratori coinvolti al fine di quantificare il minore gettito contributivo derivante dalla contrazione del lavoro a tempo determinato nonché il maggiore gettito derivante dall’aumento del contributo addizionale previsto dall’art.2, c. 28, della legge 92/2012”.

 La riduzione della durata massima dei contratti da 36 mesi a 24 mesi, ha spiegato Boeri, “produce un aumento meccanico del turnover dei contratti-lavoratori. L’impresa può decidere di assumere il lavoratore in scadenza con un contratto a tempo indeterminato oppure di assumere un altro lavoratore con un nuovo contratto a tempo determinato o di somministrazione. Può anche decidere di sopprimere il posto di lavoro”.

La prima opzione, l’assunzione a tempo indeterminato del lavoratore sin lì a tempo determinato, ha osservato Boeri, “è meno attrattiva per le imprese in presenza di un incremento del 50% dei costi per l’interruzione del rapporto di lavoro, come quello contemplato dal dl. Vi è infatti ampia evidenza empirica che l’aumento dei costi di interruzione dei rapporti di lavoro comporti una riduzione delle assunzioni”.

La seconda opzione, l’assunzione di un altro lavoratore, “comporta dei costi aggiuntivi per l’impresa nella ricerca di personale con cui sostituire i contratti non più rinnovabili. La sostituzione non avviene nell’immediato e l’introduzione del cosiddetto ‘causalone’ aumenta i costi percepiti dal datore di lavoro all’atto di riempire un posto a tempo determinato liberatosi nell’azienda. Diversi studi documentano come l’elasticità dell’occupazione ai costi di ricerca di personale sia negativa ed elevata”.

Analisi in corso, ha spiegato il presidente dell’Inps, “forniscono ulteriore evidenza dell’effetto negativo sull’occupazione a seguito di interventi che limitano la durata dei contratti a tempo determinato. Queste analisi stimano la probabilità di uscire dal mercato del lavoro al termine di un contratto a tempo determinato di 36 mesi o per chi finisce un contratto a tempo determinato in un periodo variabile tra i 24 e i 36 mesi”.

Dall’analisi emerge che “il tasso di non occupazione successivo all`aver avuto contratti a tempo determinato prorogati nel tempo fino a una durata complessiva di 36 mesi è superiore al 40% (per l’esattezza del 42%). In altre parole, 4 lavoratori su 10 arrivati alla durata massima del contratto non sono occupati nell’anno successivo”.

In sostanza, ha concluso, “sia la teoria della domanda di lavoro (applicabile al caso italiano dato l’alto tasso di disoccupazione) che le analisi degli effetti di provvedimenti che hanno in passato imposto alle imprese di interrompere contratti di lavoro in essere convergono nell’indicare effetti negativi sull’occupazione almeno nel breve periodo. Come sempre – ha garantito Boeri – l’Inps monitorerà gli effetti di questi provvedimenti”.

 Nunzia Penelope

Tags: LavoroGovernoPolitica
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