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Home - Primo Piano - Braccio di ferro asimmetrico sull’ex Ilva

Braccio di ferro asimmetrico sull’ex Ilva

di Fernando Liuzzi
29 Dicembre 2023
in La nota
Acciaierie d’Italia: i troppi impegni disattesi che hanno portato allo sciopero

TARANTO-ARCELORMITTAL EX ILVA, LA DIREZIONEACCIAIERIA ACCIAIERIEIMPIANTO SIDERURGICOSIDERURGIAARCELOR MITTAL

Di rinvio in rinvio, da un’Assemblea dei soci che rinvia a un Consiglio di amministrazione, da un Cda che rinvia a una nuova Assemblea, inserendo tra una riunione e l’altra qualche incontro fra Governo e Sindacati, siamo arrivati alla fine dell’anno senza che neppure si profili all’orizzonte una qualche soluzione all’infinita vicenda della Ex Ilva.

Come aspiranti cronisti di questa vicenda, abbiamo tentato più volte di aggrapparci all’unica ipotetica certezza che ci si parava davanti: quella delle date dei successivi incontri che – via, via – venivano messi in calendario. Ma anche le ultime date annunciate per il corrente anno, quelle relative all’Assemblea dei soci di Acciaierie d’Italia (venerdì 22 dicembre) e alla successiva riunione del Consiglio di Amministrazione della medesima AdI (giovedì 28 dicembre), sono passate via senza nessuna conclusione positiva. E, onestamente, credo che nessuno si aspetti qualche concreta novità dall’incontro fra il Governo e i sindacati dei metalmeccanici che, dopo essere stato programmato per la mattinata di oggi, venerdì 29 dicembre, è stato infine spostato al pomeriggio, sempre di oggi.

Bisogna dunque prendere atto della realtà: l’anno si chiude con la vicenda Ex Ilva totalmente aperta. E sì che, come sanno anche i sassi a Taranto, Genova e Novi Ligure, ovvero nelle sedi dei principali stabilimenti della Ex Ilva, attualmente gestiti da Acciaierie d’Italia, ormai non c’è (quasi) più tempo. Qualcuno dovrà pur decidere qualcosa.

Non c’è più tempo perché, a quel che pare, le casse di Acciaierie d’Italia sono bisognose di risorse finanziarie fresche e a breve, mentre, con l’anno nuovo, arriveranno bollette energetiche ineludibili. Non c’è più tempo perché anche altri fornitori di beni e servizi fanno sentire la loro voce, reclamando le spettanze loro dovute. Non c’è (quasi) più tempo perché non si può attendere l’anno del mai per, almeno, cominciare a impostare i programmi di una decarbonizzazione del processo produttivo possibile oltre che, ormai, necessaria. Non c’è (quasi) più tempo perché è ritornato in primo piano il fatto che il 31 maggio 2024 scadrà il contratto di affitto degli impianti ex Ilva che lega Acciaierie d’Italia ai Commissari dell’Amministrazione straordinaria. Commissari nella cui disponibilità tali impianti rientrerebbero in caso di mancato acquisto da parte della stessa AdI.

Ed ecco che ci vediamo costretti a tornare a una data. La data di un prossimo incontro che, peraltro, ancora non c’è, ma dovrebbe essere quella di un giorno collocato nella prima settimana del 2024: diciamo fra Capodanno e la Befana, ovvero fra il 2 e il 5 gennaio.

Infatti, nel corso della giornata di ieri, fin dai giornali del mattino, e in particolare fin dall’uscita di un nuovo articolo di Paolo Bricco sul Sole 24 Ore, una notizia, che potrà anche rivelarsi importante, ha cominciato a prendere forma. E la notizia è questa: tale prossimo incontro potrebbe essere, allo stesso tempo, più informale e più sostanziale di quelli fin qui avvenuti. E ciò perché all’incontro dovrebbero partecipare i vertici delle due parti che si sono sin qui confrontate dentro Acciaierie d’Italia. E quindi, se ben comprendiamo, da un lato non solo i vertici di Invitalia, il socio pubblico di AdI (38%), ma anche alcuni Ministri del Governo italiano. E, dall’altra parte, non solo i rappresentanti di ArcelorMittal Italia nel Consiglio di Amministrazione e nell’Assemblea dei Soci della stessa AdI, ma anche, come scrive Bricco, i “vertici internazionali” del colosso siderurgico indiano-lussemburghese (ancorché basato a Londra).

Possiamo allora chiederci: perché questa salita nel grado dei partecipanti al prossimo vertice? Risposta ipotetica: perché lo scopo di tale incontro non sarà forse solo quello di proseguire nel braccio di ferro che è andato in scena nelle puntate precedenti, ma quello di avviare la ricerca di una soluzione possibile.

A questo punto della vicenda della ex Ilva, ci pare di poter dire che un fattore che l’ha complicata, fino a renderla quasi incomprensibile, consiste nel fatto che ciò cui abbiamo sin qui assistito non è stato un normale braccio di ferro fra due controparti che avevano, almeno in parte, interessi diversi nella stessa impresa, ma, per così dire, un braccio di ferro asimmetrico.

Da una parte, infatti, c’era ArcelorMittal che, lungo i 12 mesi del 2023, ha mostrato, con i suoi concreti comportamenti, un crescente disinteresse per le sorti della ex Ilva: produzione ridotta al minimo, ampio ricorso alla Cassa integrazione, manutenzioni trascurate, ritardi nei pagamenti dei fornitori. Un crescente disinteresse che, come adombrato da Giovanni Pons su Affari e Finanza (il supplemento economico settimanale di Repubblica) del 27 dicembre, può forse essere motivato non da problematiche relative all’azienda in sé, né da problematiche relative alla sua collocazione in Italia, ma dalla sua collocazione in un Paese UE, ovvero in un’area resa meno appetibile per la produzione di acciaio dai vincoli posti dal Green New Deal. Oppure, secondo un’ipotesi meno raffinata, quello di ArcelorMittal potrebbe essere un disinteresse esibito in base a una rinnovata versione del famoso detto secondo cui “chi disprezza compra”. In altre parole, potrebbe essere un disinteresse esibito proprio allo scopo di abbassare le attese del proprio socio/competitore e, quindi, di rafforzare la propria posizione negoziale nei confronti del Governo italiano.

Dall’altra parte, invece, dietro a Invitalia, l’Agenzia nazionale “per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa”, di proprietà del Ministero dell’Economia, nonché socio di minoranza di Acciaierie d’Italia, c’era un Governo che, secondo numerosi osservatori, è stato sostanzialmente diviso tra la posizione di Urso, favorevole a una salita in maggioranza del socio pubblico, cioè della stessa Invitalia, e quella di Fitto, favorevole a un permanere in maggioranza del socio privato. Secondo questa ipotesi interpretativa, la divisione interna al Governo avrebbe oggettivamente indebolito la pressione esercitata allo scopo di spingere ArcelorMittal a impegnarsi nuovamente con maggiore energia nella conduzione di Acciaierie d’Italia.

In altri termini, da una parte ci sarebbe stato, con ArcelorMittal, un interlocutore molto abbottonato, poco propenso a chiarire i suoi veri intendimenti, e peraltro scarsamente intenzionato ad assumere non solo impegni strategici, ma neanche impegni finanziari a breve. Mentre dall’altra parte ci sarebbe stato, non tanto con Invitalia, quanto col Governo, un interlocutore dotato di scarse capacità comunicative esterne oltre che, forse, di una insufficiente capacità di esercitare pressioni all’interno del negoziato. Di qui, ciò che ci siamo permessi di definire come un braccio di ferro asimmetrico.

E adesso? Adesso, secondo una prima voce, il Governo italiano avrebbe superato la propria divisione interna, e ciò spiegherebbe perché avrebbe premuto per un incontro al vertice con la controparte indo-lussemburghese. Anche se, va detto, non è ancora chiaro quale linea sia adesso prevalente all’interno dell’Esecutivo.

Secondo altre voci, ArcelorMittal avrebbe deciso di accettare l’idea che entrambi i soci debbano compiere, a breve, lo sforzo di fornire ad Acciaierie d’Italia nuove risorse finanziarie, pari a circa 320 milioni di euro. E questo sarebbe già qualcosa. Tuttavia, stando alle stesse voci, tra Invitalia e ArcelorMittal vi sarebbero ancora notevoli distanze rispetto al punto successivo, ovvero rispetto al quesito relativo a come impostare la trattativa con i Commissari dell’Amministrazione straordinaria per acquisire gli impianti produttivi della ex Ilva.

Una cosa, però, è chiara. Una scelta strategica può essere anche sbagliata o, comunque, può non essere coronata dal successo. Ma senza effettuare una scelta, nessuna impresa, grande o piccola che sia, può andare avanti a lungo. E se questo è vero in generale, è sicuramente più vero per un grande gruppo attivo in un settore competitivo su scala globale come è, da tempo, quello dell’acciaio.

E come è stato ricordato più volte, nella vicenda della Ex Ilva ci sono in gioco non solo 20 mila posti di lavoro (tra diretti e indiretti), ma un pezzo importante del futuro della nostra industria manifatturiera. Non resta che sperare che il prossimo Capodanno porti consiglio a chi può ancora scrivere il copione delle prossime puntate di questa incredibile vicenda.

@Fernando_Liuzzi

Fernando Liuzzi

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