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Home - Primo Piano - Il futuro del lavoro tra post pandemia e bisogno di nuove certezze

Il futuro del lavoro tra post pandemia e bisogno di nuove certezze

di Mimmo Carrieri
15 Maggio 2023
in Analisi
Inps, da inizio anno saldo di 469mila assunzioni a tempo indeterminato

Le elezioni politiche del 2022 non solo hanno palesato la diffusa incertezza e l’elevata domanda di rassicurazione tra le lavoratrici e i lavoratori italiani, ma hanno confermato alcune tendenze, tutt’altro che episodiche: sfiducia verso la politica e aumento dell’astensionismo; disagio sociale dei lavoratori più deboli, che hanno orientato il loro voto verso la destra; largo scetticismo nei confronti dell’offerta politica del centro-sinistra, salvo che per una piccola parte dei ceti medi urbani. Contemporaneamente i grandi attori collettivi, come i sindacati, costretti a fronteggiare le tante emergenze materiali quotidiane, non si sono rivelati capaci di elaborare strategie contrattuali e istituzionali in grado di guardare avanti.

Con la fine delle norme anti-Covid, negli ultimi mesi il mercato del lavoro ha provato a ricomporsi, lasciando però in piedi ampie sacche di insoddisfazione, sia tra i lavoratori, sia nelle imprese. Molte aziende non trovano personale e altrettanti dipendenti si sono dimessi o non vedono soddisfacenti gli impieghi che vengono loro proposti.

In questo quadro, testimonianza della perifericità del lavoro nel discorso pubblico e della sostanziale esclusione dei gruppi sociali più vulnerabili, dove sta andando il mondo del lavoro? Quali sono i cambiamenti più importanti in corso e cosa dobbiamo attenderci in prospettiva?

Ci troviamo di fronte ad  un grande groviglio, non sciolto, in anni concitati che sono stati definiti in modo immaginoso – ma non troppo – i ‘furiosi anni Venti”.

Eppure, si avverte il ritardo di tante letture che oggi circolano davanti a questo sommovimento, ma anche della reattività negli interventi delle istituzioni e degli attori classici delle relazioni industriali. Dobbiamo renderci conto che è cambiato in modo non reversibile il panorama produttivo che ci circonda, che gli spazi urbani e lavorati- vi sono già stati ridisegnati, e che richieste di regolazione e di tutela, prima non immaginate, incalzeranno nei prossimi anni. Intorno a noi troviamo un popolo di camioncini e di fattorini che penetrano nelle nostre vite, mentre gli uffici sono parzialmente disabitati e le aziende lungimiranti stanno riorganizzando – e semplificando – i loro spazi verso modalità di co-working. Un mondo nel quale tende a contare più il risultato del classico orario di lavoro. Un mondo nel quale più del- la precarietà e della discontinuità sembra prendere forma un popolo impegnato in un vasto ed eterogeneo universo terziario, sempre più condizionato dalle grandi piattaforme tecnologiche, e imprigionato in una grande quantità di ‘piccoli’ lavori (mini-jobs), caratterizzati da instabilità crescente, tempi di lavoro stressanti, contenuti poveri e salari modesti (cosa che aiuta anche a capire come mai in molti li rifiutano).

Insomma, il grande sommovimento che è in corso non è ancora diventato ‘grande trasformazione’ per diverse ragioni.

Perché sono ancora in corso le scosse di assestamento di un proces- so che le tecnologie rendono comunque inarrestabile e continuo.

Perché le sue criticità cominciano faticosamente a farsi strada e ad emergere, ma non si traducono fin qui in un chiaro ‘contro-movimento’, in grado di tenere sotto controllo gli aspetti più discutibili e più sfavorevoli ai lavoratori e di introdurre forti alternative pratiche.

Perché fin qui i grandi attori collettivi, come i sindacati, costretti a fronteggiare le tante emergenze materiali quotidiane, non si sono rivelati capaci di elaborare strategie contrattuali e istituzionali che riescano a guardare avanti e si mostrino pienamente all’altezza di queste sfide (anche se passi evolutivi, come quello della regolazione dello smart working, sono stati fatti, senza essere davvero concludenti).

In altri termini la febbre, che preesisteva alla pandemia, continua a essere alta e si basa sulla diffusa e non risolta insicurezza del lavoro, che per alcuni settori e gruppi risulta addirittura accresciuta.

In sostanza, quello che possiamo osservare è uno scenario del lavoro in moto e tutt’altro che pacificato, che rinvia all’esigenza di interventi riformisti, sia di dettaglio e quotidiani, che di respiro ed ambizioni pro- gettuali più ampi (a partire dal rilancio degli investimenti pubblici per la creazione di impieghi di maggiore qualità). Insomma, quella attività di manutenzione ordinaria, ma anche di obbligata risistemazione stra- ordinaria, del mondo del lavoro, che tale situazione richiede in modo più pressante.

Nello sviluppo del mio libro “Capitalismi fragili – Lavoro e insicurezza in una società divisa in due” troverete le seguenti tesi:

  • la Società dei due terzi, apparsa negli anni Ottanta del Nove- cento come effetto del restringimento della protezione sociale inclusiva promossa dal fordismo sta diventando, almeno in alcuni Paesi, la “società divisa in due”, a testimoniare la aumentata fatica dei capitalismi contemporanei nel tenere sotto con- trollo disuguaglianze crescenti;
  • questa spaccatura in due si diparte dal lavoro e dalle sue nuove (e vecchie) contraddizioni, ma presenta un carattere sempre più pervasivo. L’insicurezza sociale, con la sua ampiezza e continu- ità, ne costituisce nella realtà italiana il tratto distintivo;
  • una riflessione sulle ragioni per le quali alcuni capitalismi si rivelano più deboli e meno capaci di invertire il diffuso sentimento di incertezza;
  • infine, quali sono le istituzioni e gli attori collettivi, a partire dai sindacati, in grado di affrontare, con qualche possibilità di impatto positivo, l’incremento incalzante del disagio sociale.

Il timore è che questa spaccatura sociale possa favorire a sua volta una spaccatura politica (o forse è l’opposto?), che insomma divisioni sociali e politiche si sommino e si rinforzino reciprocamente. Se sta davvero prendendo forma l’ascesa di ‘un blocco borghese’ (secondo la definizione di Amable,) quali sono le implicazioni? Nulla di scandaloso, se non per il fatto che essa si rivela poco efficace sul piano sociale e “illusoria” sotto il profilo della tenuta politica (sempre secondo Amable). E che comporta il rischio d’esclusione – visibile in Francia, come in Italia – dalla sfera pubblica e dalla ‘dignità’ del lavoro dei ceti popolari, delle porzioni più deboli e basse del mondo del lavoro, quelle che incarnano la working class del XXI secolo (al cui interno troviamo in misura crescente settori di ceti medi declassati).

Mimmo Carrieri

 

L’Autore

Mimmo Carrieri ha insegnato come Professore ordinario Sociologia Economica e Sociologia delle relazioni di lavoro presso “Sapienza”, Università di Roma. Attualmente insegna Gestione delle risorse umane presso la Luiss, Roma. Insieme a Massimo Mascini ha fondato e dirige la Scuola di relazioni industriali. È componente, in qualità di Commissario, della Commissione di garanzia dello sciopero nei servizi essenziali.

È autore di numerosi studi e ricerche in materia di cambiamenti sociali del lavoro, di sindacato e relazioni industriali.

Si segnalano tra le sue pubblicazioni recenti: (con P.Feltrin) Al bivio. Sindacato lavoro e rappresentanza nell’Italia di oggi (Donzelli, Roma, 2016); (con F.Pirro), Relazioni Industriali (Egea, Milano, 2019); Come cambia il lavoro. Verso l’era digitale (Ediesse, Roma, 2019); Un lungo addio? Come cambiano i rapporti tra i partiti e i sindacati (Ediesse, Roma, 2019).

Autore/i: Mimmo Carrieri

Editor: Fondazione G. Feltrinelli

Luogo di edizione: Milano

Collana: Quaderni

Anno di pubblicazione: 2022

Tipo di materiale: Monografia

ISBN: 978-88-6835-472-5

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