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Home - Approfondimenti - La nota - Come disarticolare lo stato in poche semplici mosse

Come disarticolare lo stato in poche semplici mosse

18 Febbraio 2019
in La nota

Il titolo di questo articolo potrebbe sembrare esageratamente allarmista: “Come disarticolare lo Stato in poche e semplici mosse”. Ma e’ invece proprio questa la direzione che stanno prendendo alcuni degli ultimi provvedimenti governativi. La prima di queste ‘’mosse’’ è la cosiddetta autonomia differenziata. Termine decisamente ostico, di quelli che inducono il lettore a saltare a piè pari e andare direttamente alla pagina successiva; e forse è anche per questo che il tema è pochissimo noto all’opinione pubblica.

In estrema sintesi, l’autonomia differenziata è quella cosa per cui alcune regioni faranno valere quanto loro concesso dall’articolo 117 della Costituzione grazie alla riforma, targata centro sinistra, del 2001: e cioè la possibilità di decidere in proprio su alcune materie. Non poche: sono 23 in tutto, e vanno dall’istruzione alla sanità, al lavoro, alle infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie, aeroporti, ecc), ambiente, protezione civile, e perfino beni culturali.

Al momento le regioni che stanno trattando col governo per questa autonomia particolare sono tre, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Due governate dalla Lega, una dal Partito democratico. Diverse per colore politico, ma accomunate da un diffuso benessere e da una economia che va. Ed è su questo punto che si sono accese le prime critiche, cioè sulla possibilità che le regioni ‘’ricche’’, nella nuova autonomia conquistata, sottraggano risorse a quelle, ben più povere, del sud.  In realtà non sembra nemmeno questo il vero cuore della questione: c’è un problema a catena che determina un processo di disarticolazione del Paese. Sulle risorse, e sulla loro distribuzione, infatti ci si può anche accordare.  Il principio alla base è più grave, ed è quello per cui, procedendo su questa strada, finirebbe quell’unità dello stato che va avanti da oltre 150 anni, a favore di una frammentazione di territori delimitati dai confini regionali che ricorderebbero molto gli ‘’staterelli’’ pre-Unità d’Italia.

Non è solo questione di scuola e sanità. Come una coppia che si separa, lo Stato e le diverse regioni stanno trattando su come dividersi, se non i beni, quanto meno la loro gestione: a chi vanno strade e autostrade? A chi i treni, gli aeroporti, ma anche il cenacolo di Leonardo e la pinacoteca di Brera, il parco della Val Camonica o la Certosa di Pavia? E dove si fermerà la faccenda, se oltre alle tre regioni già in ballo, ce ne sono altre interessate e attesa, tra cui il Piemonte? Ridendo e scherzando, potremmo prima o poi ritrovarci col Granducato di Toscana, col Regno delle due Sicilie, o col Lombardo-Veneto: come da lontani ricordi di scuola media.

Oltre a creare ‘’cittadini di serie A e di serie B”, c’è  anche un rischio concreto che riguarda il mondo del lavoro: la diversificazione delle regole, infatti, coinvolge le politiche del lavoro ma anche, come ha avvertito in settimana la Cgil, che al tema ha dedicato un seminario, la stessa contrattazione. Che a quel punto, secondo il leader Cgil Maurizio Landini, non sarebbe più nazionale a tutti gli effetti, ma divisa per territori. Vale la pena di ricordare, inoltre, che le riforme costituzionali bocciate dal referendum del 2016 prevedevano, tra l’altro, di riportare in capo allo Stato alcune competenze, e in particolare proprio quelle sulle politiche del lavoro, per ottenere una gestione più efficace rispetto a quella attuale, come e’ noto condivisa con le varie regioni e, anche a causa di questa frammentazione, del tutto inefficiente. Tuttavia, gli italiani col referendum hanno detto ‘no’, e quindi, alla fine, forse gli va bene cosi.

E veniamo ora alla seconda mossa ‘’scassa Stato’’, vale a dire agli effetti collaterali di Quota 100. Erano attese molte migliaia di domande di pensionamento, e infatti stanno arrivando. Quello che non era previsto è che moltissime arrivano non dal settore privato, ma dal Pubblico impiego. I numeri parlano chiaro: 14 mila delle prime 40 mila domande registrate dall’Inps arrivano da dipendenti pubblici, contro 15 mila dal privato. Un dato tanto più significativo se si considera che i lavoratori privati sono 15 milioni, contro gli appena tre milioni nel settore pubblico.

Il rischio è che nei prossimi tre anni si svuotino gli uffici pubblici, con effetti deleteri per le funzioni dello Stato, per i servizi, a partire da scuola e sanità. All’Inps le domande di pensionamento dei suoi stessi dipendenti sarebbero già 700, e nella sola citta’ di Roma, dove il lavoro pubblico domina per la presenza dei Ministeri, sono gia quasi 4 mila. Anche i dati nord-sud sembrano in controtendenza. La maggior parte richieste sta arrivando dal mezzogiorno, senza una corrispondenza proporzionale con l’occupazione. L’ ipotesi è che si tratti di sessantenni che hanno perso il lavoro e che contano di avere almeno la pensione. 

Se questi primi trend saranno confermati, oltre ad una pubblica amministrazione che fa acqua da tutte le parti, piena di buchi di personale anche in ruoli chiave, salterebbe dunque anche l’ipotesi, molto cara al governo, di uno scambio automatico tra pensionamenti e assunzioni. Nel caso, sarebbero le assunzioni pubbliche le piu urgenti, per ovviare alla “fuga” di insegnanti, medici, travet vari. E quindi, anche queste, sarebbero a carico dello Stato.

Ora, riassumendo, secondo questo schema dovremmo in prospettiva avere uno Stato più egoista e frantumato, a causa dell’autonomia differenziata, ma anche meno efficiente, per la fuga dei pensionati pubblici che impoverirebbe  il capitale umano nel settore. In parallelo, come non bastasse, avremo anche uno Stato nuovamente proprietario/gestore di importanti pezzi di industria, come lascia intuire la ‘’nazionalizzazione’’ di Alitalia e la posizione di Cdp nel capitale di Tim. Con quali esiti, difficile dirlo. Insomma, non esattamente quello che si definirebbe un quadro rassicurante per il futuro del paese.

 

Nunzia Penelope

redazione

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