C’e’ chi li chiama ‘’investimenti esteri’’ e chi, invece, ‘’svendita’’. Ma forse il termine più giusto per definire quello che stanno facendo i grandi gruppi esteri in Italia sarebbe ‘’shopping’’. Uno shopping miliardario e selvaggio, che si sta portando via i pezzi migliori dell’industria tricolore. Pirelli, ceduta ai cinesi, e’ solo l’ultima preda, Pininfarina, gioiello del nostro design nel mirino degli indiani, forse sarà la prossima, nel mezzo c’e’ stata la Indesit, ceduta dalla famiglia Merloni all’americana Whirlpool. Ma l’elenco e’ lunghissimo. Negli ultimi quattro anni sono circa 400 le grandi aziende italiane che hanno cambiato padrone e bandiera, vendute ad acquirenti di altri paesi che, per la verità, le hanno pagate a peso d’oro: oltre 50 miliardi complessivamente. Gli stranieri si sono portati via gioielli come Bulgari, Valentino, Loro Piana, Ducati, Krizia, Ferre’: ieri marchi pregiati del made in Italy, oggi di proprietà francese, araba, tedesca, cinese. Aziende tutt’altro che decotte, anzi, molto appetibili: il gruppo del lusso francese LHMV ha sborsato, per Bulgari, oltre 4 miliardi di euro. I cinesi, per Pirelli, ne pagano, pare, addirittura sette.
Venduti e comprati a suon di miliardi anche l’olio della Bertolli, l’Orzo Bimbo delle colazioni mattutine, le storiche moto Agusta, acquistate dall’americana Harley Davidson. E ancora, gli splendidi, inimitabili yacht Ferretti, andati ai cinesi; la poltrona Frau, orgoglio del nostro design ma anche dei pellettieri marchigiani, andata agli americani. E la Birra Peroni, compagna di italiche serate con pizza e partita di calcio, e’ oggi sudafricana, la Bottega Veneta, regina delle borse di lusso, e’ francese, i cioccolatini Pernigotti sono turchi, lo spumante Gancia russo. Forse che gli stranieri hanno il senso degli affari che a noi manca? Può essere. Basti considerare, per esempio, il giro d’affari miliardario che i magazzini Printemps di Parigi stanno realizzando anche grazie all’esibizione dei nostri migliori marchi del lusso: 20 milioni di visitatori-acquirenti l’anno, praticamente una delle mete piu’ visitate della Ville Lumiere, in diretta concorrenza con la Tour Eiffel. E da noi, invece? Da noi le proprietà delle due principali catene di grande distribuzione ‘’chic’’, come la Rinascente e Coin, sono passate di mano anche loro, traslocate rispettivamente in Tailandia e a Londra, di proprieta’, rispettivamente, della Central Retail Corp e del fondo di britannico BC Partners. In compenso, i gruppi oggi di maggior successo per la vendita di abbigliamento low cost nel nostro paese sono Zara e H&M: uno spagnolo, l’altro svedese. Eppure, siamo stati noi, con la folgorante intuizione di Luciano Benetton alla fine degli anni Settanta, ad inventare l’abbigliamento just in time per tutti i gusti e tutte le tasche. Ma poi abbiamo perso la voglia di rischiare e innovare, di andare avanti: molto più comodo comprarsi Autostrade per l’Italia e vivere della ‘’rendita del casello’’.
Ma anche sulle tecnologie siamo davvero da buttare. L’Italia e’ probabilmente il solo paese al mondo che sia riuscito a creare un gran numero di compagnie di telecomunicazioni ad altissimo valore e a perderle tutte. Omnitel, nata a Ivrea da Olivetti, a cui si deve il lancio della telefonia cellulare di massa, e’ oggi proprietà di Vodafone, multinazionale britannica; Wind, nata da una costola dell’Enel, e’ diventata prima egiziana e quindi russa; Fastweb, nata a Milano, la prima a lanciare la fibra ottica per la connessione veloce, e’ diventata svizzera; Tre, lanciata nei primi anni Novanta, e’ ormai cinese. La stessa Telecom Italia, uno dei giganti delle Tlc mondiali, dopo averne passate di tutti i colori (scalate e controscalate, privatizzazioni straccione, vorticosi turn over di azionisti e dirigenti, perfino inchieste giudiziarie) e’ ormai, di fatto, sotto il controllo di un gruppo spagnolo, e sfugge a qualunque previsione quale sarà il suo destino ultimo. Telecom rappresenta la perfetta metafora dell’Italia industriale: pochi investimenti, tanti debiti, capitali privati col contagocce. Quella che era una macchina da guerra e da soldi finché e’ stata gestita dallo Stato, in seguito a una privatizzazione fatta coi piedi si e’ ritrovata per due decenni sballottata da un azionista privato all’altro, tutti diversi ma accomunati dalla stessa caratteristica: aprire il portafoglio solo per intascare dividendi e cedole, mai per investire e crescere. E forse non e’ un caso che l’azionista che maggiormente ne ha causato il declino sia quello stesso Marco Tronchetti Provera che oggi vende ai cinesi quel che resta della Pirelli.
Di tutto il bendiddio che l’Italia possedeva, povera ex sesta potenza industriale del mondo, ormai ci sono rimaste solo le braccia, cioè la manodopera, e per di più a basso costo: anche grazie alle leggi sfornate da un governo dopo l’altro, indipendentemente dal colore politico, con il comune denominatore di favorire il trasferimento di ricchezza dal lavoro alla rendita finanziaria. Mentre la testa delle aziende, cioè i profitti, vanno altrove, ad accrescere il benessere di altre imprese, in altri paesi. Le nostre, una volta acquisite da gruppi esteri, crescono infatti che e’ una bellezza: nel fatturato, negli utili, e perfino nell’occupazione. Avrebbero potuto crescere ugualmente, se fossero restate sotto il tricolore? Certo: se qualcuno, però, ci avesse investito dei soldi. Invece, nella maggior parte dei casi, le cessioni sono avvenute proprio per mancanza di investimenti in patria. Due esempi: nessun ‘’capitalista’’ italiano ha voluto aprire la borsa per mettere qualche milione nella Lucchini, orgoglio siderurgico della famiglia omonima, ormai da tempo di proprietà russa. Idem per la Bulgari, e idem, soprattutto, per la Parmalat: salvata dal crack dei Tanzi, affidata alle cure di un manager di valore come Enrico Bondi, si e’ risanata e alla fine si e’ perfino ritrovata con una dote liquida da due miliardi. E tuttavia, malgrado ogni tentativo, e’ stato impossibile mettere insieme una cordata di imprese italiane per rilevarla. E dunque, e’ stata ceduta ai francesi di Lactalis. Che oggi si godono quel cash miliardario. Stessa sorte, del resto, per le ‘’ceneri’’ di un altro storico e costosissimo risanamento post crack, quello del gruppo Montedison, oggi smembrato e suddiviso tra proprietari francesi e americani.
Pertanto, gli accorati appelli del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che sollecita le imprese nazionali ad investire, pena la perdita di questo ennesimo spiraglio di ripresa, lasciano il tempo che trovano. Così come nessuno sembra dare ascolto a Mario Draghi, che dall’osservatorio della Bce ci avverte: il Quantitative Easing fornisce liquidità, ma poi toccherà investirla, perché “solo così si crea ricchezza: rischiando, innovando, investendo’’. Ma niente, nessuno da queste parti apre la borsa, se non per incassare. Il risultato finale e’ che non abbiamo quasi piu’ industria, infrastrutture, ricerca, tecnologia: non abbiamo, cioe’, tutto quello che ci servirebbe per competere e crescere. Eravamo un popolo di santi, poeti e navigatori; oggi siamo, soprattutto, un popolo di venditori, di mercanti. Come ai tempi di Marco Polo, ma con meno, molto meno ingegno.
Nunzia Penelope






























