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Home - Approfondimenti - Interviste - Cuccello, è sbagliato il metodo, non la sostanza

Cuccello, è sbagliato il metodo, non la sostanza

di Emanuele Ghiani
4 Dicembre 2014
in Interviste

Il segretario generale della Cisl Lazio Andrea Cuccello giudica positivamente il contenuto della legge delega, anche se non crede che sia tutto oro colato, ma dissente profondamente con il governo per il metodo scelto per arrivare alle nuove norme.


Cuccello, come procede la vostra mobilitazione?
Stiamo andando bene, abbiamo suscitato molto interesse. È una mobilitazione lunga e continua che serve per capire le dinamiche legate al Jobs Act e alla legge di stabilità, senza però arrivare allo sciopero generale, a differenza delle altre due confederazioni Cgil e Uil.

Come mai avete scelto questo tipo di mobilitazione, cosa volete ottenere?
Partirei da questo punto: mi sembra che nella discussione che c’è a livello nazionale ci sia poca lucidità e molta emotività. Quindi quando entra in campo l’emotività, poi dopo si nasconde anche un po’ di ideologia e un po’ il carattere identitario di qualche partito e qualche organizzazione sindacale. Alla fine la discussione diventa molto più difficile. Quindi la nostra azione serve a fare il punto rispetto a quello che accade oggi. Ad esempio, quanto parliamo di precariato, di che cosa parliamo? Io ho preferito far fare una ricerca per vedere cosa succede nel Lazio dal punto di vista dell’occupazione e sull’influenza dell’art. 18 nel mondo del lavoro. Non dovevamo scoprire il mondo, giusto mettere qualche numero e fare un po’ di chiarezza che non guasta mai.

Quindi una ricerca per “raffreddare” l’emotività su questi temi?
Si, altrimenti la discussione diventa anche un po’ stucchevole, rispetto a tutti i veri problemi che dobbiamo affrontare.

Quali sono le misure del Jobs Act che ritenete fallimentari e su quali si potrebbe invece lavorare?
Premetto che il Jobs Act è un provvedimento che non è stato condiviso con le parti sociali. È una legge delega che il governo ha portato avanti facendo un ragionamento suo, come se avesse fatto un tema per conto proprio. Detto questo, ci piace il metodo? No. Perché solitamente, una materia così importante và condivisa con chi fa parte del mondo del lavoro. È non mi riferisco solo ai sindacati, ma anche alle imprese.

Il metodo usato da questo governo è diverso rispetto ai governi precedenti?
Solitamente prima c’erano i tavoli dei partiti, le organizzazioni sindacali, i datori di lavoro, il governo e poi si giungeva ad un accordo. Questa strada non è stata seguita. Quindi dal punto di vista del metodo, non ci piace.

Mentre nel merito della legge nel suo insieme?
Per quello che abbiamo potuto leggere, perché torno a ripetere non c’è mai stato un confronto vero e proprio, l’idea che ho di questa legge è quella di un cerchio: come si entra nel mercato del lavoro; come ci si sta, cioè il tipo di welfare; come si esce, e qui si parla anche dell’art. 18; infine c’è la ricollocazione. C’è un po’ tutto quello che in questi anni la Cisl, nella sua azione decennale rispetto alla precarietà, ha proposto. Non mi pare sia tutto così negativo.

Nello specifico, qual è un elemento che ritiene positivo?
Se la centralità del Jobs Act è il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, e quindi si toglie di mezzo la vera fonte della precarietà del mercato del lavoro: le false partite iva, i co co pro, le associazioni in partecipazione e tutte quelle forme che di fatto è lavoro subordinato ma viene mascherato in questo modo per pagare magari meno contributi e previdenza ai lavoratori. questo è già un elemento positivo e/o un passo in avanti molto importante.

Per quanto riguarda l’art. 18?
Se restano fuori i licenziamenti nulli, discriminatori ed economici e rimane il riconoscimento dell’equo indennizzo, che poi andrà chiarito sui 36 mesi o 24 mesi, siamo d’accordo. E poi mi chiedo: ma quanti sono i lavoratori che sono coperti dall’art. 18? Sono pochi. Nel Lazio per esempio il 97% delle imprese sono tutte sotto i 15 dipendenti e nel nostro rapporto emerge che nel 2013 ci sono stati 2.172 tentativi di conciliazione di controversie per licenziamento, avviato sia dai lavoratori che dai sindacati, di cui 1.203 casi  si sono conclusi positivamente, 331 ancora da definire. Gli occupati nel Lazio sono 2.250.000, per cui questo problema interessa lo 0.02%. Il contratto a tutele crescenti offre un ventaglio di interventi che non vanno sottovalutati.

Cosa non le piace di questa legge delega?
La cosa brutta è che tutto questo dovrebbe essere fatto all’interno di una condivisione con le parti sociali. Certo, mettere ordine nel mercato del lavoro può essere anche un’idea importante, però ci sembra che ci sia stata poca materia grigia. Ma soprattutto credo che sia inutile parlare di mercato del lavoro se l’economia non cresce.

Il tema sull’art. 18 scalda gli animi anche perché per molti è una questione di principio.
Allora se ne vogliamo fare un problema di natura simbolica, va bene, facciamolo. Però diciamo che è un simbolo o un dogma. Ma di fronte a un dogma diventa un problema discutere. Invece noi facciamo un ragionamento più serio, pensiamo alle persone che di anno in anno sono andate a finire nel precariato più totale e penso che decidendo di prevedere  un contatto a tempo indeterminato a tutele crescenti, facciamo un passo in avanti, anche dal punto di vista del paese, perché così si ha un paese più civile.

Emanuele Ghiani

Tags: CislLavoroGovernoSindacatoOccupazione
Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

Giornalista de Il diario del lavoro.

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