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Home - Approfondimenti - Interviste - Dell’Orefice, “nel commercio vanno riviste le regole delle aperture festive: non hanno aiutato le imprese né i lavoratori”. Intervista col segretario generale della Fisascat Cisl

Dell’Orefice, “nel commercio vanno riviste le regole delle aperture festive: non hanno aiutato le imprese né i lavoratori”. Intervista col segretario generale della Fisascat Cisl

di Tommaso Nutarelli
10 Marzo 2026
in Interviste
Dell’Orefice, “nel commercio vanno riviste le regole delle aperture festive: non hanno aiutato le imprese né i lavoratori”. Intervista col segretario generale  della Fisascat Cisl

Segretario dopo anni di liberalizzazione degli orari commerciali introdotta con il decreto Salva Italia del 2011, i sindacati del commercio chiedono ora al Parlamento di calendarizzare le proposte di legge sulla regolamentazione delle aperture domenicali e festive. Qual è la posizione della Fisascat?

La richiesta delle organizzazioni sindacali è in realtà molto semplice, è calendarizzare nei lavori della competente commissione parlamentare la discussione sulle proposte di legge formulate da alcuni deputati sulla rivisitazione della normativa concernente le aperture commerciali nei giorni festivi. Per la Fisascat in particolare è necessario tornare su una norma che non ha assolutissimamente contribuito a rendere migliore e più competitivo il settore del retail, ma che ne ha accentuato per certi versi alcuni elementi critici, se non la vera e propria crisi. Non è un caso, infatti, che con il massimo di deregolamentazione degli orari commerciali abbiamo assistito anche alla fuga dal nostro paese di primari gruppi distributivi. L’aver ridotto allo zero le regole sulle chiusure ha unicamente peggiorato le condizioni di vita materiale delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio, in particolare nell’ambito della grande distribuzione organizzata in talune aree del paese le aziende fanno difficoltà a trovare lavoratrici e lavoratori. Avere come obbligo contrattuale il lavoro nelle giornate domenicali e nei festivi condiziona la vita e il reddito di interi nuclei familiari. Occorre porre al centro dell’agenda politica e del dibattito pubblico quali siano le condizioni di lavoro nel settore della grande distribuzione e non solo.

Anche una parte della rappresentanza datoriale ha recentemente riaperto il dibattito sul tema. Questo non potrebbe tradursi in possibili esuberi nel settore?

Le recenti esternazioni di una parte della rappresentanza datoriale sull’opportunità di rivedere le chiusure domenicali e festive sono dettate da un aggravio dei costi e da un andamento del mercato interno con pochi segnali di vitalità. Vorrei precisare che il sindacato è dal decreto Salva Italia del 2011 che ha sollevato preoccupazioni per i rischi di un’apertura indiscriminata. Anche nella contrattazione, nazionale e aziendale, abbiamo sempre posto il problema di ridurre il sacrificio del lavoro domenicale e festivo ricadente sui lavoratori, ma lo abbiamo fatto in splendida solitudine, perché non abbiamo quasi mai riscontrato disponibilità a discutere sul tema. Ora vorremmo capire se questo cambio di opinione si possa concretizzare in fase di negoziato. Certo il rischio che più chiusure si traducano in esuberi non è da escludere. Ma è anche vero che c’è molto part time involontario, e non perché manchi il lavoro, ma per scelte organizzative operate dalle aziende e che hanno determinato una situazione paradossale: rapporti di lavoro part time contrattualizzati ad orari bassi ed orari di fatto molto estesi. Questa situazione porterebbe a credere in una struttura degli orari molto resiliente anche nel caso di chiusure durante i festivi e le domeniche. Quindi ripensare l’organizzazione potrebbe scongiurare questo pericolo, in una filiera che è molto flessibile e ha una grande capacità di adattamento. Quello che come Fisascat stiamo cercando fare, oltre a sottolineare la difficoltà di conciliare vita privata e lavoro, è di spostare l’attenzione sul singolo lavoratore. Per chi era stato assunto prima del 2012 il contratto di lavoro individuale prevedeva il lavoro dal lunedì al sabato, con riposo la domenica. Bisognerebbe ragionare in termini di una salvaguardia individuale. Per chi è venuto dopo, i turni domenicali e festivi sono diventati turni ordinari, ed è a queste persone che dobbiamo dare una risposta. Se vi fosse un limite di domeniche lavorabili in un mese, ciò libererebbe tempo per la vita di relazione di chi è costretto a lavorare tutte le domeniche dell’anno.

La  Fisascat ha posto con forza l’attenzione al lavoro povero nei settori del terziario di mercato. A cosa è dovuto?

Nel terziario di mercato ci sono diversi elementi che rendono il lavoro povero ancora più povero. Perché al di là di alcuni trattamenti retributivi che faticano a tenere il passo dell’inflazione per la lunga vacanza tra un rinnovo e l’altro, il settore vede una presenza massiccia di part time, quasi tutto involontario, soprattutto tra le donne. Ed è su questi due aspetti che la contrattazione deve intervenire e migliorarsi nel dare risposte.

I ritardi nei rinnovi contrattuali a cosa sono imputabili?

Da una parte alla conformazione stessa dei settori. Noi rappresentiamo l’ultimo anello della filiera.  Le attività di erogazione e di vendita chiudono il ciclo distributivo di beni e servizi. Il costo del lavoro incide qui più che altrove su quanto il cliente deve pagare per ricevere questi beni e servizi. Siccome sono attività labour intensive le aziende da sempre sono attente a comprimere il costo del lavoro per massimizzare i profitti. C’è poi un aspetto più di carattere politico che interroga la struttura associativa delle nostre controparti; mentre in altri settori il sindacato se la deve vedere con un solo soggetto datoriale noi, nella ristorazione collettiva, nelle pulizie, nella vigilanza o nei multiservizi, dobbiamo confortarci con una pluralità di interlocutori.  Ed anche nel terziario, distribuzione e servizi dove ci relazioniamo con uno degli interlocutori più strutturati fra le rappresentanze datoriali, ossia Confcommercio, stante l’eterogeneità delle associazioni attive nel comparto, come Confesercenti, Federdistribuzione per il contratto della Distribuzione Moderna Organizzata, e le associazioni della distribuzione cooperativa, le organizzazioni sindacali devono farsi carico di raggiungere delle sintesi che travalicano i singoli tavoli, per preservare omogeneità di condizioni ed evitare l’insorgenza di un dumping tutto interno al sistema contrattuale di matrice confederale.

Le confederazioni stanno dialogando con le associazioni datoriali per aggiornare le regole delle relazioni industriali. Come guardate a questo confronto?

Con grande attenzione. Si sta discutendo degli ambiti contrattuali e dell’aggiornamento degli accordi interconfederali. La discussione tocca anche il tema della rappresentanza e della rappresentatività, che non sempre sono facilmente delineabili nei nostri settori. La Cisl è perfettamente consapevole di quelle che sono le specificità del terziario di mercato. In altri comparti la pesatura della rappresentatività delle organizzazioni sindacali è molto più semplice perché si tiene conto del dato elettivo delle RSU. Ma per la morfologia del terziario noi eleggiamo RSA ma abbiamo poche RSU, e questo ci fa venire meno il dato utile per la misurazione, così come effettuata in altri settori. In concreto il mondo della distribuzione commerciale o quello dei pubblici servizi sta andando verso un modello di impresa piccola o piccolissima. Per questo abbiamo grandi realtà che si sono ritagliate un ruolo di centrale d’acquisto per una o più insegne, centralizzando la gestione di funzioni e servizi per una rete molto variegata di singoli esercenti che, tramite il franchising, si accollano la parte più rischiosa e onerosa del business.

Come sconfiggere il dumping contrattuale?

Il fenomeno dei contratti pirata credo si possa affrontare partendo dalle cose evidenti e recuperando quel senso di praticità che è fondamentale per chi fa il sindacalista. Prima di arrivare a un rinnovo elaboriamo una piattaforma, che discutiamo e sottoponiamo al voto dei lavoratori. Andiamo al tavolo con la controparte con questa piattaforma e, se il negoziato non porta i frutti sperati, arriviamo anche allo sciopero. Sinceramente non ho mai visto tutto questo in quegli ambiti associativi che sfornano contratti su contratti, che non spendono neanche un’ora di sciopero perché le loro proposte, evidentemente, sono subito accolte dalla controparte, così come non ho mai avuto il piacere di stringere la mano a qualche iscritto di queste organizzazioni sindacali che pure avrebbero la pretesa di sottoscrivere contratti da applicare alle lavoratrici e ai lavoratori. Ovviamente la Costituzione riconosce a tutti il diritto di associarsi e dar vita a un sindacato. Ma un conto è esercitare tale diritto, un altro è pensare che organizzazioni per nulla rappresentative possano firmare contratti.  I risultati di un negoziato sono l’esito di determinati rapporti di forza, e il sindacato confederale, pur tra mille difficoltà, ottiene risultati perché è autorevole e rappresentativo. Certo, questo discorso non deve essere visto come una completa autoassoluzione. Il sindacato, come detto, deve accrescere la sua presenza dove è carente, e imporsi come soggetto forte proprio per contrastare gli elementi strutturali di debolezza insiti nel terziario facendo più iscritti.

C’è chi proporrebbe il salario minimo come strumento da cui partire per fare il bene dei lavoratori.

Il salario minimo smantellerebbe del tutto il contratto nazionale di lavoro e la contrattazione. Non esiste una norma dello Stato che obblighi un datore di lavoro ad applicare un Ccnl, e se è la legge a garantire una soglia minima di retribuzione ad un datore di lavoro, questo datore di lavoro dovrebbe applicare un intero Ccnl che, oltre a salario, prevede permessi, maggiorazioni, indennità, integrazioni dei trattamenti per malattia e infortunio, progressioni professionali e mensilità aggiuntive oltre a quelle previste per legge. Fissato il salario per legge, in estrema sintesi, per risparmiare sul costo del lavoro, una qualsiasi impresa avrebbe gioco facile ad applicare il Codice Civile per disciplinare i rapporti di lavoro.

Rimanendo in tema di salario, negli ultimi tempi ci sono state molte sentenze della magistratura che hanno toccato proprio la parte retributiva. Secondo lei sono una forma di supplenza alla contrattazione e alle parti sociali?

Gli interventi della magistratura sui trattamenti economici sono di duplice natura. Da una parte sono state pronunciate dalla Cassazione. Ci sono delle sentenze del 2023, e nello specifico penso a quella che ha riguardato i servizi di vigilanza, che hanno disapplicato la parte economica del contratto sottoscritto dal sindacato perché non ritenuta in linea con quanto previsto dall’articolo 36 della Costituzione. Sono sentenze che fanno bene al sistema delle relazioni industriali, perché l’apparente onta dà, in realtà, ragione all’impostazione dei sindacati.  Il primo contratto della vigilanza, che prevedeva l’inserimento nella sua base applicativa dei servizi di sicurezza svolti da personale non decretato e non armato, risale al 2013. Era un contratto che definimmo di start up perché volevamo perimetrare un comparto che stava nascendo proprio all’epoca e dove si applicava di tutto in termini contrattuali. Noi fin da subito avevamo posto la necessità di alzare il salario, di eliminare i livelli più bassi ma nella sordità più totale della controparte. Inoltre, il rinnovo è avvenuto sette anni dopo la scadenza. Quindi è chiaro che la combinazione di questi due aspetti ha poi portato alla sentenza di Cassazione. C’è, poi, il filone di indagini della Procura della Repubblica di Milano, che negli anni ha toccato diversi ambiti, logistica applicata alla grande distribuzione, moda e rider nei casi di cronaca più recenti. Quello che ho visto, anche se è difficile individuare un nesso causale diretto, è che molte aziende, a seguito delle indagini, hanno internalizzato alcune attività. Non dimentichiamoci che il contratto della distribuzione organizzata o di quella cooperativa prevedono la figura del fattorino e del magazziniere. Ora noi non saremmo credibili se diventassimo i fustigatori degli appalti o dei servizi resi da terzi, perché una fetta consistente dei lavoratori che rappresentiamo sta proprio lì. Ma l’allungamento fuori misura della catena di appalti e subappalti rende difficoltosa qualsiasi operazione di vigilanza. Per dirla in maniera chiara e diretta con le esternalizzazioni si è esagerato negli ultimi anni. Molte funzioni possono essere svolte dalle aziende committenti perché funzionali e strettamente connesse al core business. Siamo per una contrattazione d’anticipo tra stazioni appaltanti e sindacati, per stabilire in modo preventivo quali devono essere le condizioni contrattuali da applicare. Inoltre, la contrattazione dei nostri settori è sempre stata su posizioni di avanguardia, perché nei contratti sono presenti anche le norme da rispettare quando si verifica un cambio di appalto. I Ccnl non solo disciplinano il rapporto di lavoro, ma definiscono anche la governance di una filiera.

Nel comparto della vigilanza privata e dei servizi di sicurezza i ripetuti assalti ai furgoni portavalori hanno riacceso i riflettori sull’incolumità di chi svolge questo lavoro. Come si deve intervenire?

Insieme a Filcams e Uiltucs abbiamo chiesto la riconvocazione al ministero dell’Interno per discutere delle condizioni di sicurezza degli addetti della vigilanza privata. Per noi è importante intervenire sugli assetti regolamentari che disciplinano il settore, per garantire standard adeguati di sicurezza, dotazioni e organizzazione dei servizi a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori. Dagli anni 2000 il settore ha visto un profondo processo di cambiamento.  Il decreto 269 del 2010 aveva previsto delle specifiche tecniche e dei requisiti minimi a cui conformare il progetto di impresa per chiunque volesse svolgere attività in questo comparto. Inoltre, il decreto n.332 del 1998 del ministero dei Trasporti aveva individuato le caratteristiche dei mezzi blindati. Sarebbe auspicabile una verifica in ordine alla congruità delle previsioni di tali norme regolamentari alla situazione attuale e al rischio derivante dalla frequenza con cui avvengono gli assalti ai portavalori. Credo che si debba partire da questi due punti per rivedere l’intera struttura e dare maggiore sicurezza ai lavoratori. La tecnologia può darci una mano. Attraverso l’uso dell’IA e dei droni si possono prevedere possibili criticità e monitorare il percorso dei portavalori. Le migliorie che auspichiamo siano apportate debbono avere come finalità l’aumento della deterrenza, in quanto è questo elemento che può garantire vera tutela alle guardie giurate.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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