È iniziato a Palazzo Chigi l’incontro tra governo e sindacati sull’ex Ilva, convocato questa mattina alle 10 dopo lo sciopero di 24 ore proclamato da Fim, Fiom, Uilm e Usb lunedì 14 settembre. Sul tavolo il futuro dello stabilimento di Taranto, le garanzie occupazionali e di reddito per i lavoratori e un piano industriale in grado di assicurare la continuità produttiva.
Resta alta la tensione dopo la mobilitazione dei sindacati contro quella che è stata definita un’“ecatombe” di licenziamenti, con circa 2.500 lavoratori coinvolti nello stabilimento tarantino e un impatto che potrebbe arrivare a 15mila persone considerando l’indotto.
Il governo sta intanto lavorando a diverse ipotesi per fronteggiare la situazione determinata dalla sentenza della Corte d’Appello di Milano, che ha confermato lo stop dell’area a caldo. Tra gli strumenti allo studio c’è un decreto per garantire una protezione ai lavoratori dell’indotto, insieme a misure straordinarie di sostegno al reddito, come la cassa integrazione e altri interventi di accompagnamento.
Palazzo Chigi valuta inoltre l’ipotesi di un ingresso diretto dello Stato nella compagine azionaria, considerata come una possibile soluzione per assicurare la continuità del percorso di decarbonizzazione e della produzione siderurgica. Le proposte del governo potrebbero essere discusse oggi con le organizzazioni sindacali e confluire nel Consiglio dei ministri convocato per il pomeriggio.
Entrando a Palazzo Chigi, il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, ha sottolineato che i lavoratori dell’ex Ilva «sono mobilitati per il blocco dei licenziamenti». La proposta dei metalmeccanici Cgil, ha spiegato, resta quella di «una società pubblica che dia continuità alla decarbonizzazione, garanzia della produzione e dell’occupazione».
«Penso che il ritardo abbia generato una situazione complessa. C’è una sentenza della magistratura. Ora il punto è come salvaguardiamo i lavoratori e la decarbonizzazione, quindi la salute e la sicurezza anche dei cittadini di Taranto», ha detto De Palma.
Secondo il leader della Fiom, «corriamo il rischio di fermare la produzione di acciaio». De Palma ha ricordato che «il governo Draghi aveva previsto 1 miliardo 200 milioni per poter garantire la continuità della produzione» e ha posto quindi alcune questioni: «Vogliamo continuare a produrre acciaio o vogliamo diventare dipendenti da altri Paesi? Vogliamo avere 10.000 persone in cassa integrazione a zero ore oppure avere persone che lavorano per garantire la sovranità industriale del nostro Paese? L’incontro a Palazzo Chigi è fondamentale, ci devono dare delle risposte».
Anche per il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, il blocco dei licenziamenti resta imprescindibile. «Vogliamo garanzie affinché si costruiscano gli ammortizzatori dedicati perché consentono di dare certezze ai lavoratori. Ma è fondamentale poi che si capisca e si comprenda come si vuole rispondere al tema della continuità produttiva. Non dimentichiamoci che se non si trova una soluzione la prospettiva per i diretti dell’Ilva è la cassa integrazione. Discutere di continuità produttiva significa non chiudere l’Ilva e costruire le condizioni per fare in modo che ci sia la produzione di acciaio».
Uliano ha aggiunto che è necessario «comprendere il piano industriale del Governo. Non ci basta che ci dicano che c’è un bando aperto. Serve una responsabilità da parte del Governo nel dirci come si disegnerà il futuro dell’Ilva. Rimandare la palla ai privati, che fino ad oggi non hanno presentato nessun piano chiaro, non è il modo di affrontare il tema industriale. Poi abbiamo tutte le altre discussioni legate alla possibilità di prepensionamenti, incentivi alle uscite piuttosto che i lavori usuranti, l’integrazione al reddito dei lavoratori».
Il leader della Uilm, Davide Sperti, ribadisce l’urgenza di trovare «soluzioni straordinarie di carattere salariale, ma anche occupazionale attraverso strumenti di risarcimento nei confronti di tutti i lavoratori diretti e degli appalti. Il baricentro deve essere focalizzato sul destino dei lavoratori».



























