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Home - Approfondimenti - La nota - Ex Ilva, l’ennesimo pasticcio: dall’incendio alla Cig, cosa è successo a Taranto

Ex Ilva, l’ennesimo pasticcio: dall’incendio alla Cig, cosa è successo a Taranto

di Fernando Liuzzi
14 Maggio 2025
in La nota
Ex-Ilva, nuove tutele per ArcelorMittal

Tutto comincia mercoledì 7 maggio. Quel giorno scoppia un incendio all’Altoforno 1 dello stabilimento siderurgico della ex Ilva di Taranto, dal 2021 in gestione ad Acciaierie d’Italia. A prima vista, un incidente grave, certamente. Ma è solo con il passare dei giorni che le molteplici conseguenze dell’incendio stesso sono venute a configurare un quadro, come minimo, allarmante.

Stiamo parlando, lo si sarà capito, dell’ennesima puntata della Never-Ending Story della ex Ilva. Una puntata che, lo diciamo subito, da un lato si presenta come molto ingarbugliata, e di cui, dall’altro lato, è difficile prevedere le ulteriori, possibili, conseguenze.

Prima di ricostruire i fatti, ricordiamo rapidamente alcuni aspetti fondamentali della attuale situazione dello stabilimento. Per ciò che riguarda la situazione societaria, va ricordato che sono in corso le trattative con il gruppo azero Baku Steel, che si è classificato primo nella gara internazionale per l’acquisto di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria. Trattative rispetto alle quali, dopo le sommarie informazioni fornite dai Commissari straordinari ai sindacati dei metalmeccanici, in un incontro avvenuto a Roma il 9 aprile scorso, non si è saputo più nulla. Dopo l’incontro, infatti, i tre Commissari straordinari, ovvero Giovanni Fiori, Davide Tabarelli e Giancarlo Quaranta, presero un volo per recarsi a Baku, allo scopo di incontrare i vertici del gruppo azero. Successivamente, però, non si sono avuti altri dettagli sull’andamento di questo negoziato.

Per ciò che riguarda, invece, la situazione produttiva dello stabilimento di Taranto – che, nonostante tutto, costituisce ancora il più grande stabilimento siderurgico d’Europa -, va detto che, al momento dell’incidente, l’Altoforno 1 (Afo 1, nel gergo aziendale) costituiva uno dei due altoforni in attività. Infatti, sull’Altoforno 2 sono in corso lavori di manutenzione. Quanto all’Altoforno 4, va ricordato che, attualmente, è ancora in funzione, ma si è in attesa del momento in cui potrà essere sottoposto, a sua volta, ad analoghi lavori di manutenzione.

Ma torniamo alla giornata di mercoledì 7 maggio, ovvero al giorno dell’incendio all’Altoforno 1. Una delle prime conseguenze di questo grave incidente industriale, che fortunatamente non genera vittime umane, è il sequestro cui la Procura della Repubblica di Taranto sottopone l’impianto. Come hanno scritto sul Sole 24 Ore di ieri due osservatori assidui e ben informati delle vicende dell’ex Ilva come Carmine Fotina e Domenico Palmiotti, il sequestro viene eseguito tra “la tarda serata di mercoledì” 7 e “la primissima mattinata di giovedì” 8 maggio. Si tratta di un sequestro probatorio “senza facoltà d’uso”, che viene poi convalidato, nella giornata di venerdì 9 maggio, dal Pm Francesco Ciardo. Il quale, peraltro, iscrive nel registro degli indagati anche tre dirigenti di Acciaierie d’Italia, contestando loro “l’incendio colposo e il getto pericoloso di cose”.

Crediamo di non sbagliare se diciamo che, nel fine settimana, l’eco della vicenda è rimasto relativamente circoscritto fra la città di Taranto e gli ambienti industriali e sindacali che sono interessati alle vicende siderurgiche anche sul piano nazionale.

Ma a far deflagrare il caso come evento di vero e proprio interesse nazionale ci hanno pensato, nella giornata di lunedì 12 maggio, due soggetti in esso direttamente coinvolti: l’Azienda titolare dell’impianto e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Da un lato, Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria ha reso noto di aver inviato una lettera alla Procura della Repubblica di Taranto, contestando ai Pm, come ha scritto ieri su la Repubblica Raffaele Lorusso, di “aver autorizzato in ritardo gli interventi per la messa in sicurezza dell’impianto”, danneggiato dalla fuoruscita di “materiale incandescente”. Secondo l’Azienda – ha scritto ancora Lorusso – per “evitare danni strutturali”, sarebbe stato necessario “intervenire entro 48 ore”. Sempre secondo il citato articolo di Repubblica, pare invece che “l’ok della Procura agli interventi di manutenzione, giunto nel pomeriggio di sabato, potrebbe aver compromesso la possibilità di rispettare il cronoprogramma” relativo a tali interventi.

I Commissari di AdI in Amministrazione straordinaria se la sono presa poi anche con l’Arpa (Azienda regionale per la protezione ambientale) della Puglia, il cui parere tecnico avrebbe “fortemente condizionato l’autorizzazione agli interventi” richiesti, “ostacolando di fatto il recupero e la messa in sicurezza dell’impianto”.

Più pesanti ancora le dichiarazioni del titolare del Mimit, Adolfo Urso. Il quale, in prima battuta, si è posizionato sulla stessa linea di AdI (in As), affermando che “si è intervenuti troppo tardi, rispetto a quanto era stato richiesto”. Ma poi ha rincarato la dose, aggiungendo che “verosimilmente, l’impianto è compromesso”. Dopodiché, ha allargato il discorso sulle conseguenze negative dei ritardi negli interventi necessari per ripristinare, dopo l’incendio, le capacità produttive dell’Afo 1. E lo ha fatto arrivando a parlare di più ampi ricorsi all’utilizzo della Cassa integrazione. Il Ministro Urso ha detto, infatti, che il danno risultante da quanto avvenuto all’Altoforno 1 “avrà inevitabilmente immediate ripercussioni sull’occupazione”.

Dalle parole, ai fatti. Ieri, martedì 13 maggio, Acciaierie d’Italia (in As) ha informato i sindacati del fatto che, a fronte del blocco dell’attività dell’Altoforno 1, blocco che ha già ridotto verticalmente le attuali capacità produttive dello stabilimento di Taranto, intende accrescere in termini significativi il suo già cospicuo ricorso all’utilizzo della Cassa integrazione.

In totale, Adi (in As) intende porre in Cassa integrazione 3.926 lavoratori. Di questi, 3.538 sono dipendenti dello stabilimento di Taranto, 178 di quello di Genova – Cornigliano, 165 di quello di Novi Ligure (Alessandria) e, infine, 45 di quello di Racconigi (Cuneo).

Come era prevedibile, i sindacati hanno espresso la loro contrarietà a questa crescita del numero dei dipendenti in Cassa integrazione. Crescita che, nell’immediato, si traduce in una riduzione del reddito dei lavoratori coinvolti, mentre, in prospettiva, va ad aggiungere un elemento di incertezza in una situazione già scarsamente dotata di punti fermi.

Fra l’altro, i sindacati dei metalmeccanici – Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil – hanno fatto osservare che, per ciò che riguarda Acciaierie d’Italia (in As), esiste già un accordo che regola le questioni della Cassa integrazione in essere e che non è chiaro come questo nuovo, ampio ricorso alla Cig si colleghi a quello preesistente. Più in generale, hanno espresso le loro preoccupazioni per una situazione marcata dalla mancanza di informazioni sull’andamento della trattativa con Baku Steel, così come sulle concrete configurazioni del piano industriale per la decarbonizzazione della produzione d’acciaio.

Sempre nella giornata di ieri, 13 maggio, ha fatto sentire la sua voce anche la Procura della Repubblica di Taranto. La quale, replicando ai rilievi mossi da Acciaierie d’Italia, ha negato di aver ritardato a rispondere con le necessarie autorizzazioni alla richiesta dell’Azienda di poter intervenire sull’impianto dell’Altoforno 1 allo scopo di ripristinare, dopo l’incendio scoppiato la settimana scorsa, le capacità produttive dell’impianto stesso.

Fernando Liuzzi

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