La partecipazione ha una prospettiva di sviluppo anche in Italia. La delega al governo contenuta nella legge Fornero è scaduta senza avere seguito, ma il 19 settembre è stato depositato in Senato un disegno di legge, con il numero 1.051, che prevede un’altra delega. E questa potrebbe essere la volta buona. Carlo Dell’Aringa, sottosegretario al Lavoro, ha assicurato che darà il suo contributo per rilanciare la partecipazione e che non vede l’ora di mettersi attorno a un tavolo per discutere questo problema, dal quale dipende, ha detto, la competitività del paese. Non sarà una legge costrittiva. Varare domani la partecipazione per legge sarebbe a suo avviso un errore clamoroso: meglio una legge soft che aiuti le parti sociali ad andare in questa direzione. Una norma di sostegno che valorizzi le esperienze già fatte.
E’ una svolta importante, che va sottolineata nella giusta misura. E’ venuta nel corso di un convegno organizzato dalla Fim Cisl su questo tema dove è stato possibile capire che, sia pure con molte lentezze, le fortune della partecipazione possono crescere, che le paure di una volta sono forse sparite, comunque attutite, che le esperienze fatte sono importanti e possono aiutare ad andare in questa direzione. Nel corso del convegno il nuovo presidente di Federmeccanica, Fabio Storchi, alla sua prima uscita pubblica, non ha potuto naturalmente sposare le tesi della partecipazione, ma si è detto personalmente in linea con i ragionamenti fatti, per cui una legge impositiva non avrebbe mai il consenso degli industriali metalmeccanici, specie quelli più piccoli, ma una legge non precettiva, che aiuti le imprese a procedere in questa direzione, sarebbe certamente utile. Qualche anno fa un presidente di Federmeccanica non avrebbe mai detto queste cose.
Maurizio Castro, che fu l’artefice degli accordi di partecipazione alla Zanussi, i primi in Italia, ha ricordato che per trovare una disponibilità di pensiero positiva in Federmeccanica rispetto alla partecipazione si deve risalire negli anni, fino alla gestione di Felice Mortillaro, che era una mente brillante come non si è più conosciuta, pur in tutte le sue asprezze. E invece Storchi ha reagito abbastanza positivamente all’appello lanciato dalla Fim nella relazione di apertura di Marco Bentivogli. Gli hanno chiesto di aiutare quel disegno di legge e lui ha detto che con certe caratteristiche è d’accordo.
Non che tutte le voci siano state univoche, al contrario. L’ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha fatto capire di non vedere di buon occhio un impegno in tal senso. La partecipazione, ha detto, è interessante, noi nel 2000 abbiamo lanciato la proposta di un azionariato dei dipendenti, ma questa si sciolse subito come neve al sole. Sarebbe interessante studiare il problema, ha aggiunto, ma maiora premunt, cerchiamo di ragionare su come aiutare le aziende italiane in crisi, ora per altro non c’è tempo. Abbastanza in linea con Bono è apparso Stefano Franchi, responsabile delle relazioni industriali in General Electric. Lui, che gestisce anche la Nuovo Pignone, azienda ex Eni, che di partecipazione ne ha fatta tanta, ne capisce l’importanza, ma, proprio per l’esperienza in questo grande gruppo internazionale, diffida di una legge e gli sembra più utile procedere per piccolissimi passi, secondo prassi di piccoli accordi giorno per giorno, che però a suo avviso possono portar lontano. Importante, ha detto, è evitare una legge che non riesca a penetrare nella realtà dell’impresa e della società.
Ma c’è anche chi pensa che la partecipazione possa aiutare lo sforzo di chi cerca di uscire dalla crisi. Se la Fim lo pensa, Finmeccanica è talmente d’accordo che in primavera ha sottoscritto un importante protocollo di relazioni industriali proprio per cambiare la realtà del discorso sindacale del gruppo e accrescere così la sua competitività. E Roberto Maglione, responsabile delle relazioni industriali del gruppo, ha ricordato come il protocollo, sulla cui base sono in corso importanti trattative per risolvere problemi annosi delle relazioni industriali, come per esempio quello dell’inquadramento, prevede anche la possibilità di possibili evoluzioni a forme societarie più avanzate nella partecipazione. Un risultato per cui però, ha avvertito, i tempi non sono maturi. La Fim è lepre in questo, corre in avanti, altri sindacati stentano e fino a quando non sono tutti convinti di questo passo non se ne può fare nulla. Perché le divisioni sindacali, ha aggiunto, fanno male alla competitività. Maglione ha comunque fatto presente come il protocollo di primavera non sia nato per caso, ma sia il frutto di una politica precisa del gruppo. In dieci anni, ha ricordato, ho firmato ottanta accordi, tutti unitari.
La sorpresa più bella è venuta però da Pietro De Biasi, responsabile delle relazioni industriali di Fiat. Il nostro accordo, ha detto, è stato letto come una decisione polemica di rottura. Niente di più sbagliato, al contrario è stata una scelta di partecipazione basata sul principio basilare dell’autoriconoscimento negoziale tra le parti. Il nostro contratto ha contrattualizzato tantissime cose, per esempio tutta l’organizzazione del lavoro: è quello che voi oggi rivendicate e che noi abbiamo già fatto. Abbiamo parti importanti di coderminazione, ma questo comporta da parte di tutti la rinuncia alla conflittualità, che sostituisce la definizione del perimetro sociale in cui si può realizzare la partecipazione. Insomma, la Fiat, che tutti sempre hanno indicato come il vero nemico della partecipazione, in realtà è più avanti degli altri su questa strada. Importante è che essa si realizzi all’interno del perimetro sociale scelto. De Biasi non lo ha citato, e del resto nessuno in quattro ore di dibattito vi ha fatto cenno, ma il nodo è la Fiom, che sulla partecipazione non è proprio in sintonia con gli altri sindacati e le aziende che l’hanno fatta. E non a caso De Biasi ha ricordato come il pluralismo sindacale sia un ostacolo per la partecipazione. Maglione vi ha fatto cenno: oltre a un certo limite, ha detto, non si potrà andare fino a quando non saranno d’accordo tutti i soggetti coinvolti. Comunque, questa potrebbe essere la volta buona. Maurizio Castro e con lui Tiziano Treu, i due relatori al Senato della Legge Fornero, che introdussero la delega al governo per realizzarla sul serio, senza però poi risultati, hanno convenuto che forse potremmo essere vicini a una svolta. Importante è procedere, sia pure a piccoli passi. Non esiste, ha detto Beppe Farina, il segretario generale della Fim, che ci sia una politica di due tempi, un prima e un dopo. Anche così. a suo avviso, si combatte la crisi.





























