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Home - Approfondimenti - Interviste - Gruppo Realco: “Nella grande distribuzione chi è più piccolo rischia di pagare il prezzo più alto. Va ripensato il modello, con quello attuale perdono tutti”. Intervista con Laura Petrillo, segretaria generale Filcams Emilia-Romagna

Gruppo Realco: “Nella grande distribuzione chi è più piccolo rischia di pagare il prezzo più alto. Va ripensato il modello, con quello attuale perdono tutti”. Intervista con Laura Petrillo, segretaria generale Filcams Emilia-Romagna

di Elettra Raffaela Melucci
16 Marzo 2026
in Interviste
Crisi Gruppo Realco, chiusura temporanea di 14 punti vendita e impegno della Regione Emilia-Romagna per un monitoraggio della vertenza

In Emilia-Romagna la crisi del Gruppo Realco apre una fase di forte incertezza per la rete di supermercati e per centinaia di lavoratori coinvolti. Con 14 punti vendita chiusi, 450 dipendenti in cassa integrazione e una procedura di concordato preventivo in corso, il futuro dell’azienda resta legato all’arrivo di eventuali offerte per l’acquisto dell’intero perimetro aziendale o di parte delle attività. La vicenda solleva anche interrogativi più ampi sulla trasformazione del settore: la crescente concentrazione della grande distribuzione, la difficoltà delle reti regionali più piccole a reggere la concorrenza dei grandi gruppi e le conseguenze per i lavoratori, spesso impiegati con contratti part-time o coinvolti in sistemi di appalto nella logistica. Ne parla in questa intervista Laura Petrillo, segretaria generale della Filcams Cgil Emilia-Romagna.

 Partiamo dall’oggi: qual è la situazione del Gruppo Realco?

Attualmente il gruppo ha 14 negozi chiusi e circa 450 lavoratori per i quali abbiamo attivato la richiesta di cassa integrazione già da qualche mese, oltre alla cassa per cessazione per i punti vendita coinvolti. All’incontro della scorsa settimana ci è stato anticipato che potrebbero esserci ulteriori chiusure, dichiarate temporanee in attesa che arrivi qualche proposta vincolante per l’acquisto dell’intero perimetro aziendale. Ad oggi, però, non è arrivata ancora nessuna proposta vincolante e abbiamo una scadenza fissata al 13 aprile per la presentazione del piano concordatario, che dovrebbe consentire la continuità aziendale.

Il concordato preventivo è l’ultimo passaggio di una crisi che viene da lontano. Quando avete iniziato a vedere segnali di difficoltà dentro Realco?

La crisi finanziaria si trascina da tempo. Realco è esposta da anni per circa 68 milioni di euro e negli ultimi mesi la situazione è arrivata a un punto critico. La soluzione passa necessariamente dalla ricerca di uno o più acquirenti. Il problema è evitare il cosiddetto effetto “spezzatino”, cioè che le diverse sedi vengano acquistate da competitor diversi, con il rischio che alcuni punti vendita vengano chiusi o non riaprano più. Spesso si tratta di piccoli negozi nei paesi, che svolgono anche una funzione di presidio di comunità e garantiscono servizi essenziali soprattutto alle persone con minore mobilità. Non a caso su questo tema c’è grande attenzione anche da parte dei sindaci. Questi punti vendita, però, potrebbero non essere particolarmente appetibili per altri operatori. Un eventuale acquirente interessato all’intero perimetro aziendale potrebbe essere una catena che oggi non è presente in Emilia-Romagna. Diversamente, nei territori dove esistono già competitor, è difficile che i negozi più piccoli risultino interessanti. Altri punti vendita si trovano invece all’interno di centri commerciali, che rischierebbero di diventare l’ennesima “cattedrale nel deserto” se quei negozi non venissero rilevati.

Dal vostro punto di vista, quanto ha pesato sulla crisi la gestione aziendale e quanto invece il cambiamento del mercato della distribuzione?

Sicuramente pesa molto la liberalizzazione degli esercizi commerciali. La facilità con cui continuano ad aprire nuovi punti vendita incide fortemente sul settore: a reggere meglio la concorrenza sono le grandi catene, che riescono a compensare eventuali perdite tra negozi diversi all’interno della stessa rete. Il settore paga anche la liberalizzazione degli orari, con aperture prolungate e continue. Questo comporta un aumento dei costi, mentre le abitudini di consumo restano sostanzialmente le stesse: alla fine il fatturato non cresce in proporzione. La concorrenza si scarica quindi spesso sul costo del lavoro, che diventa una delle poche voci su cui intervenire. Da qui deriva anche il ricorso crescente alle esternalizzazioni, ad esempio nella logistica. Nel caso specifico di Realco abbiamo lavoratori diretti che, pur nella difficoltà, hanno alcune tutele: la cassa per cessazione per dodici mesi e le garanzie previste dalla procedura concordataria o, eventualmente, da altre procedure concorsuali.

Oltre ai punti vendita c’è poi il tema dei lavoratori della logistica.

I lavoratori della logistica fanno capo a Flexilog, società alla quale Realco ha esternalizzato le attività. A fine mese saranno coinvolti in un licenziamento collettivo, perché il rapporto di servizio terminerà, mentre l’azienda vanta circa un milione e mezzo di crediti nei confronti di Realco. Si tratta quindi di lavoratori che si trovano nella stessa filiera produttiva ma con tutele completamente diverse.

 Quindi ancora una volta i lavoratori pagano le storture del sistema degli appalti?

Assolutamente sì. È una battaglia che la Cgil porta avanti da tempo. Avere, all’interno della stessa filiera produttiva, lavoratori con tutele normative diverse è inaccettabile.

Negli ultimi anni la grande distribuzione sembra andare verso una concentrazione sempre maggiore. Nel territorio Realco è un precedente o ci sono già stati casi simili?

Per un’azienda di queste dimensioni è la prima volta. In un settore che da anni mostra difficoltà, questa è la crisi più grande a cui abbiamo assistito finora. Realco rappresenta quindi un precedente importante, anche per il modo in cui la vertenza verrà gestita a livello regionale. Dal nostro punto di vista serve un’attenzione molto alta anche da parte della politica, perché si tratta della prima crisi così rilevante di un’azienda di questo settore. Inoltre, all’interno del sistema Realco ci sono anche soci e operatori collegati, che rischiano a loro volta ricadute importanti.

Una delle preoccupazioni del sindacato è il rischio “spezzatino” della rete commerciale. Perché questo scenario sarebbe problematico per i lavoratori?

Il rischio è che arrivino più imprese diverse interessate solo ai punti vendita più performanti. In questo caso alcuni negozi verrebbero rilevati, mentre altri probabilmente chiuderebbero definitivamente, lasciando senza prospettive parte dei lavoratori. Inoltre l’acquisizione da parte di competitor diversi avrebbe un forte impatto anche sulla sede amministrativa e sulla logistica, che verrebbero quasi certamente sostituite da quelle degli acquirenti. Questo significa che per gli impiegati e per i lavoratori della logistica ci sarebbero pochissime possibilità di continuità occupazionale. È molto diverso avere un unico acquirente, con cui definire un accordo complessivo di sistema, rispetto a confrontarsi con più soggetti che porterebbero ciascuno le proprie regole. Con un unico progetto industriale si può immaginare che il concordato rimanga in piedi e che ci sia una vera continuità aziendale. In caso contrario il rischio è che si arrivi a una soluzione liquidatoria, con minori tutele per i lavoratori.

Un ulteriore rischio, dunque, per un segmento di lavoratori già fragile.

Si tratta di un settore composto prevalentemente da lavoratrici part-time, con retribuzioni non elevate. Spesso hanno anche un’età non più giovanissima, e questo rende più difficile una eventuale ricollocazione. La crisi Realco è concentrata in Emilia-Romagna, dove stiamo gestendo contemporaneamente anche la crisi di un’altra realtà storica, Manzini, attiva nei territori di Imola e Piacenza e legata all’ex presidente di Realco. Anche lì è stato annunciato il ricorso al concordato preventivo. Sono segnali che indicano un problema più ampio del settore, che sta colpendo gli stessi territori.

Fragilità che riguardano anche gli impiegati?

In quel caso il problema si concentrerebbe soprattutto nella provincia di Reggio Emilia. Un eventuale acquirente difficilmente manterrebbe la struttura amministrativa attuale: molto probabilmente porterebbe con sé il proprio personale, lasciando scoperta una parte degli impiegati oggi in forza.

In quanto precedente importante, la vertenza Realco suggerisce un approccio diverso anche nella sua gestione? Quali sono i prossimi passaggi?

Ci auguriamo che arrivi una proposta di acquisto. Sarebbe importante anche trovare una soluzione che permetta alla logistica di continuare a operare oltre la scadenza dell’appalto del 31 marzo, così da garantire la continuità delle attività e il pagamento delle retribuzioni ancora in sospeso. Saranno giorni decisivi per capire se le manifestazioni di interesse che sono arrivate si trasformeranno in proposte vincolanti. In quel caso si potrà lavorare alla presentazione del piano concordatario entro i termini previsti. Se invece nei prossimi quindici giorni nessun competitor formalizzerà un’offerta, il rischio è che la situazione evolva in senso negativo. Nel frattempo bisogna risolvere il nodo della logistica: se non si trova una soluzione, anche l’attività residua che oggi consente all’azienda di operare, seppur in modo ridotto, rischia di fermarsi del tutto. Abbiamo tempo fino al 13 aprile, ma questo è il momento decisivo per capire se esistono le condizioni per un concordato in continuità. Altrimenti diventa sempre più probabile uno scenario liquidatorio.

Quello che stiamo vedendo con Realco è una crisi aziendale oppure il segnale che, nella grande distribuzione di oggi, chi è troppo piccolo rischia di non riuscire più a stare sul mercato?

È sicuramente una crisi aziendale, ma legata anche a un certo modello di sviluppo del commercio che si è affermato negli ultimi anni. In un sistema come questo le realtà più piccole rischiano inevitabilmente di pagare un prezzo molto alto. Per questo dobbiamo interrogarci su come riportare queste attività dentro un sistema più sano. È un lavoro che deve coinvolgere parti sociali, imprese e politica, altrimenti si rischia di affrontare i problemi senza affrontarne davvero le cause.

Quindi bisogna cambiare modello?

Con quello attuale rischiano di perdere tutti. I piccoli commercianti, che erano un presidio del territorio, sono stati progressivamente espulsi dal mercato; l’impatto ambientale è cresciuto e i territori si sono riempiti di grandi strutture commerciali spesso sovradimensionate. È un modello che ha mostrato molti limiti e che va ripensato. Serve aprire un confronto per costruire un sistema commerciale più sostenibile, più equilibrato e più vicino ai territori.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

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